Memorie di una telesiana – di Carla Monteforte (da il Garantista 19-06-2014)

 

I miei esami di Stato me li ricordo come i giorni più gioiosi della mia vita. Non mi ero preparata nemmeno un tema. Ero troppo pigra anche solo per pensare di dover allestire una cartucciera: molto meno faticoso studiare e contare sulle mie forze. Del resto, di forze ne avevo da vendere.

La mia classe era una classe di poveracci, per i canoni del “Telesio” di allora, nei cui esclusivissimi corridoi passavano prima i cognomi e poi gli esseri umani che li indossavano, abbinati a borse Burberry, kefiah e Smemoranda. In quel regno dei patronimici noi eravamo felicemente nessuno. Questo, tuttavia, era un vantaggio poiché abbatteva le aspettative e, di conseguenza, competizione e ansia da prestazione.

Era il 1995 ed il mondo iniziava a piazza Kennedy e finiva a Carnaby Street, il regalo di promozione più gettonato dai maturandi. Il pomeriggio con Eschilo ad Eleusi e poi la sera con zio Pietro al bar Mazzini. Nella più totale incoscienza gettavamo le fondamenta per un futuro di umanesimo rivenduto a rigaggio i cui risultati avrebbero consolidato la nostra lunga e brillante carriera nei baretti.

Dopo qualche ora sui libri, ed un toto-traccia al telefono (fisso), si montava in sella al motorino. C’era ancora la miscela e c’era ancora piazza Fera. Lì, io ed il resto della mia girl-band, cercavamo riscatto alle fatiche pomeridiane, e a cinque anni di liceo da freaks (l’esatto opposto delle ragazze popolari), tentando di essere notate da una banda di tipacci al contrario nostro piuttosto popolari (tra le forze dell’ordine). Un solo sguardo e le nostre Emmanuel Schvili mutavano in top di pelle nera: e noi in Olivia Newton-John in Grease. Solo che invece del frullato correvamo a strafarci di Coca-Cola e a sedare i nostri embrionali istinti da api regina in pacchi di Highlander al ketchup.

Nessuna di noi aveva la minima idea di cosa volesse fare nella vita, solo una cosa c’era chiara: volevamo farlo a Bologna. Non c’avevamo mai messo nemmeno piede ma allora andava di moda così. Alla fine, ovviamente, andammo tutte altrove.

Nell’aria c’era una strana energia. Quell’energia che s’avverte durante i cambiamenti epocali. Quella era davvero la fine di un’era: al Telesio stava per andare in onda l’ultima puntata della terza H e su Canale 5 l’ultima di “Non è la Rai”.

I miei compagni finirono le prove venerdì. Io rimasi l’ultima da interrogare, il lunedì. Quel weekend di distacco tra la mia seduta e la loro generò in me un certo senso di solitudine, una percezione di diversità, retaggio di chi fa “primina”, che mi sarei portata dietro tutta la vita. Tollerai quel senso di inadeguatezza grazie ai Jefferson Airplane. Arrivai in classe agguerrita nei miei Dr Martens dieci buchi. Una ventina di minuti ed il diploma era mio. Per la maturità, invece, chissà quanto resta ancora da attendere.

Call roulette – Il paradiso dei reietti (Quotidiano della Calabria, 16 agosto 2010)

La città vuota è il paradiso dei reietti. Piccole solitudini, frammenti di società, strani individui, resti di umanità vagano nello spazio urbano come satelliti dispersi in una galassia  dall’aspetto familiare, ma assolutamente sconosciuta. È Edward Hyde che fa le vasche in centro con le infradito di Henry Jeckyll.
Ma quanta irrequietezza può contenere una città sola? Quanto toedium? Quanta tristezza? Quanti errori?
Di certo c’è solo che il luogo più perverso in cui assistere inermi all’agonia della calda stagione è qui, qui dove si è sempre stati. La città, ad agosto, è la montagna che va da Maometto. Un Maometto accidioso, col frigo vuoto, il letto sfatto ed un’esistenza da sprecare in rosticceria o aggrappati a qualsiasi altro squallido bancone. Perché il bancone è una banchina sperduta in mezzo all’oceano dove attraccano le barche che hanno perso la rotta. O che una rotta non l’hanno avuta mai.
I vizi, le tentazioni ed ogni altra emozione da poco sono serviti a domicilio insieme al resto del junk food. Basta scorrere una sdentata rubrica telefonica e premere un tasto a caso. Così, a occhi chiusi: tanto, l’uno vale l’altro. Si chiama call-roulette, una pericolosissima invenzione ideata dagli esseri umani abbandonati all’ombra dei palazzi. La versione firmata Meucci di quella russa, pericolosa almeno quanto vagabondare sul ciglio di una strada a scorrimento veloce. Perché la lentezza può essere altrettanto fatale di un piede schiacchiato su un acceleratore: cala la soglia di attenzione, ed il colpo che va a tiro è sempre quello col proiettile. È scientifico.
La pace è più rischiosa della guerra. Nella pace non v’è trincea. La pace, della guerra, è l’anticamera, il momento in cui si disegnano folli strategie per occupare colonie quasi sempre inutili, prive di qualsiasi risorsa primaria da rivendere sui mercati internazionali. Si vaga sempre in prima linea su marciapiedi semideserti imbottiti di mine antiuomo. Il dramma vero, tuttavia, non è l’inconsapevolezza con cui vi si passeggia sopra. Esattamente il contrario: è l’assoluta premeditazione nel calpestare il suolo ed insistere finché non espode.
Chi tenta di vivere cerca sempre anche un po’ di morire. Di prendere folli rincorse nel tentativo di sfondare muri di gomma. Quelli che non cadranno mai e contro i quali non moriremo mai, nè subiremo gravi lesioni. Tranne qualche piccola crepa sulla nostra tracotanza, l’unica compagna fedele in questa terra di randagi, di replicanti senza meta illusi che, cercando nella mischia di calzini spaiati dimenticati al fondo della cesta dei panni da stirare, se ne possa ricomporre almeno un paio, se non composto da elementi uguali, almeno vagamente simili. Indossabili nascosti sotto a lunghi pantaloni.
La città deserta è  il pantalone dietro il quale si è tentati di imboscare questi strani innesti. Di celare un calzino blu accoppiato ad uno nero. Una follia. Una vergogna. Una cosa da non fare assolutamente. O da fare continuamente? Questo il dilemma. La moda, in fondo, è solo mancanza di fantasia.

Life in plastic it’s fantastic. Ovvero Barbie ti odio

Ha un anno in meno di Madonna, un brevetto di volo, un camper, una navicella spaziale, un cavallo, un’orca, un panda, una zebra, una decappottabile. Nonostante parli 50 lingue – e paghi la Property tax su altrettanti immobili di lusso – è l’antesignana delle precarie con innumerevoli mansioni in cv, tutte rigorosamente a tempo determinato. In portfolio anche un Warhol, diverse controversie legali, una scappatella con un surfista, una guerra del Golfo e persino una candidatura alle presidenziali americane.

È la più grande pop star del pianeta, pioniera delle famous to be famous e delle fashion influencer (con un guardaroba da fare invidia a Gigi Hadid nel quale figurano capi di Dior, Moschino, Yves Saint Laurent e Versace).

Nata bruna si è presto convertita all’acqua ossigenata persuasasi che gli uomini preferissero le bionde (nonostante, che sposino le more, è comprovato dal fatto che dopo decenni di fidanzamento, con tanto di pausa riflessione, all’altare lei non c’è mai arrivata).

Conturbante icona di plastica, prima ancora che Dr 90210 cambiasse i connotati alle socialites di Beverly Hills, Barbie è stata sin da subito oggetto di desiderio e arma di ricatto di genitrici sadiche e spietate che costringevano la prole a lunghe e tediose maratone lungo tunnel infiniti di macellerie, Poste e banche alla cui fine pallido si faceva largo il bagliore della speranza che aveva le sembianze di Luce di Stelle, «la magia del cielo stellato nell’incanto di un abito che brilla nel buio», il top della serie anni ’80 il cui outfit (termine che allora non era manco stato coniato) illuminava di illusioni la nostra fanciullezza e pure il resto della casa, per almeno una manciata di secondi.

Ma Barbie è innanzitutto la prima donna che abbiamo amato odiare. Così magra, così milionaria, così wasp che, per non essere identificati come membri del KKK, i suoi ideatori dovettero integrarla in una società multirazziale che ne determinò il successo globale (in fatto di vendite), senza però riuscire a metterla al riparo dalle invettive delle femministe (per le quali risultava ancora troppo snella, tanto da essere sottoposta ad una cura ricostituente nel 1997), dall’ira di Allah (che nel 2003 mise al bando dall’Arabia Saudita «la bambola ebrea, simbolo della decadenza dell’Occidente»). E soprattutto dalla ferocia di noi bambine con disturbi del comportamento che, dopo pochi giorni di amore incondizionato, ci avventavamo sul nostro trofeo di platino azzannandone con rabbia prima le estremità inferiori e mettendo poi fine alle sofferenze di questa povera ragazza ricca di silicone con un’esecuzione, con sommo disappunto di tutti i bambini omosessuali per i quali Barbie era il sogno negato.

La decapitazione, però, secondo una ricerca inglese, era un vero e proprio rito di passaggio verso l’età adulta. Quella in cui, entrambi in abiti zebrati (come il primo della serie), ci saremmo rincontrate in pista con i bambini di cui sopra ad urlare «Life in plastic, it’s fantastic».

Sanremo: Maria dentro ragazzi fuori (ultima puntata)

 

Ci voleva Maria per eliminare dal podio gli Amici di Maria. La notizia di Sanremo 2017 è fondamentalmente questa: che nessuno della scuderia di Lady Fascino è tra i primi tre, proprio nell’anno in cui Lady Fascino si è materializzata in carne ed ossa, senza essere solo una figura celeste che aleggia nell’Ariston senza mai apparire. Insomma Maria dentro ragazzi fuori, per citare, più che Risi, Clementino a cui tocca l’ultimo posto in classifica ed un’estate tra lidi e discoteche della costa.

La De Filippi, che comunque, oltre a quelli dichiarati, di infiltrati ne ha infilati in vari ruoli un po’ ovunque (Leonardo Fumarola, Diana De Bufalo, Emma autrice, Pino Perris, Fabrizio Moro, Amara e chissà quanti altri) può tornare finalmente a buttarsi sulla sua di scala, quella di Uomini & Donne, a lanciare lenti in studio sulle note di Elodie e Sergio (che schizzeranno miracolosamente in classifica) dimenticando così il matrimonio combinato con Conti. Convivenza forzata e visibilmente faticosa come quella di due coinquilini vincitori di borsa, sistemati dall’Università in una stessa maisonette, ma che in comune non hanno nemmeno l’attitudine alla pasta e tonno.

Vince Gabbani che, con un testo scritto a quattro mani col generatore automatico di parole, manda a casa Fiorella Mannoia spaccando così in due la lobby gay e di donne divorziate costituitasi in onore del festival. Un pacco di vittoria l’hanno tacciata indignati i fan del romanticismo disperato e dell’immobilismo tele-musicale. Mentre per gli estimatori del gorilla quella di Gabbani è piuttosto una vittoria di pacco. Pare infatti che più che le doti canore a far vincere il cantautore siano stare le doti nascoste. Amen (citazione).

 

Ad ogni modo il festival è riuscito anche in questa edizione nella sua missione: scontentare tutti. Il pubblico del Serale, i sostenitori della Turci, i malati di duetti, le ragazzine in crisi d’astinenza da boyband, gli amanti delle vallette ma più di tutto le ex. Dopo Rocìo, la Pellegrinelli, una botta si è sentita da Città di Castello alla discesa di Tina, nuova toygirl di Cassel, francese, ed il cui unico nesso con l’Italia è proprio la Bellucci. Crudeltà.

Crudeltà come un festival che tratta da super ospiti internazionali gli scarti – vedi Vallesi – e rottama i dinosauri della musica per poi dar loro il contentino (vedi Albano premiato al novantesimo per il miglior arrangiamento e per evitare polemiche).

Sebbene la polemica del festival sia proprio l’ingrediente principale. Soprattutto la solita di chi schifato non lo guarda e per non guardarlo nuovamente sarà costretto ad aspettare un anno intero.

 

Colpo di scena all’Ariston: il festival del dolore elimina i “casi umani” (quarta puntata)

 

 


Ormai ad un passo dall’estrema unzione, il festival Conti-De Filippi si è a sorpresa levato il respiratore (lasciando invero senza fiato gli altri) con più di un asso tirato fuori dalla manica: una valletta, un giallo ed il colpo di scena finale.

Quando le speranze sembravano perdute la tanto invocata taglia 40 con spacco inguinale si è materializzata sulle scale dell’Ariston nella figura di Marica Pellegrinelli, che entrerà nei credits di questa edizione come valletta a tempo determinato e “moglie di”. Il top per le comari più scrupolose in cerca di difetti nella perfezione. La signora Ramazzotti bis ha letteralmente accecato il pubblico con la sua beltà e soprattutto con due smeraldi da gran sera a Dubai grandi quanto le Eolie. Finalmente il lusso svergognato, l’ospite di cui più si avvertiva l’assenza, ed i cambi d’abito hanno preso parte alle kermesse in cui la lycra aveva fatto da padrone. Bella, alta, magra e stonata la modella bergamasca avrebbe dovuto essere presenza fissa della maratona in cui, si sa, l’inutile è fondamentale.

Delude invece Virginia Raffaele che nei panni di Sandra Milo sembra giusto vestita a Carnevale. Di solito irresistibile, la trasformista, della musa felliniana stavolta coglie solo la superficie ma mai l’essenza: bravissimi i make-up artist, mediocri gli autori. Peccato. Fortuna che, ai saluti finali, si riprenda con una perfida allusione al sospensorio di Maria. Cattiveria pura, e per pochi, che fa schizzare il punteggio della comica. E i maligni dalle poltrone.

Maria tanto, si sa, è superiore a queste cose, controlla gli ascolti, i suoi cavalli e per il resto vive in quella condizione che nella mitologia greca era detta “atarassia”: la non curanza, «quello stato di perfetta tranquillità e serenità d’animo, raggiunto dal saggio una volta libero dalle passioni». Lo stesso pare non si possa dire del collega. Ed ecco il giallo: si rumoreggia di una lite tra i due presentatori che avrebbe avuto origine dal fatto che il battitore Rai mal sopporti che la signora Mediaset gli rubi da scena. (E senza sforzo alcuno) Perché se è vero che Conti è spigliato nella conduzione, Maria, dal canto suo, è una divinità. Non ha bisogno di saper leggere, parlare, vestirsi, coniugare verbi correttamente: i suoi credenti la amano per fede.

E a tal proposito se la medaglia di Lele era scontata – essendo il vincitore di Sanremo Giovani della scuderia Amici (concorrente dell’ultima edizione, nonché fidanzatino di Elodie) – chi avrebbe invece mai pensato – ed ecco il colpo di scena – che l’Italia della tv del dolore avrebbe preso a calci nel didietro quel poveretto di Gigi D’Alessio (poveretto in senso letterario essendo questi in pieno crack finanziario) e soprattutto Al Bano, reduce da non uno ma due infarti?!

Qualcosa è cambiato nel Paese dalla lacrima pronta (lo sa bene la Atzei, si spera in preciclo, che grazie ad una crisi ha scampato l’eliminazione) e dei casi umani. Il Paese che ha braccia grandi da accogliere in una sola scaletta: Rai, Mediaset, amori perduti, le Foibe, consigli per gli acquisti e pure la jihad. E registrare comunque record di ascolti!

Perché se è vero che Allah è grande, è anche vero che finora non se l’era vista con Maria.

Sanremo cover, togliamoci la voglia di duetti (terza puntata)

Giro di boa fatto. Meno due alla libertà, quel giorno in cui apriranno le gabbie e torneremo nel mondo reale ad ignorare Ermal Meta e Gabbani (Che poi chi cazzo sono si è capito?) e a fregarcene di come siano finiti questi tizi nella casta che fu di Dalla e di Modugno, mentre noi stiamo ancora a commentare il festival in pigiama sul divano. Stranezze della vita, che poi è quell’intervallo che intercorre tra un Sanremo ed un altro. Un buco temporale che ti scaraventa dal ventre di Ivana Spagna alla lista saltafila Vanilla di Gigi D’Alessio.

La serata cover, c’è da ammettere, è sempre la più rilassante. A parte per gli interpreti originali che la subiscono. Come Miguel Bosé che riporterà in Puerta del Sol gli indignados dopo il remake di Zarrillo che ha trasformato in canzonetta da ferragosto in piazza a Fuscaldo quel capolavoro di “Se tu non torni”. Alcune cose dovrebbero essere vietate dalla legge. O forte proprio dai 10 comandamenti. Come un Sanremo senza cambi d’abito e marchetta allo stilista.

Sanremo uccide Sanremo. Se questo festival partiva già monco, senza vallette e corrispettive mises, adesso decide di immolare un altro elemento fondamentale della sua stessa essenza: i duetti. Eliminate entrambe le coppie composte da rapper semi(s)conosciuto e compagna non pervenuta. Che peccato! In gara, tra quelli a rischio, resta ciò che resta della Atzei dopo l’ammollo in Amuchina, la Ferreri e quel gran manzo di Clementino (per la felicità d’o rione) mentre le uniche due canzoni degne d’essere replicate in un karaoke di paese, cestinate senza pietà, come direbbe la Oxa riproposta da Paola Turci, raffinata e brava ma certamente non all’altezza dell’originale (perché, con tutto l’affetto, Anna è Anna).

Tornando al sacrificio dei duetti, con loro ci lascia l’elemento trash horror che poi è uno dei motivi per cui ci piace il festival, che non è un programma musicale – come vanno millantando quegli stolti che inorridiscono del format chiamando in causa canzoni, note e majors – ma è un sacro rituale al quale ogni volta partecipiamo per vomitare tutta la bile repressa in un anno ed uscirne così, 5 giorni dopo, persone migliori.

E intanto lento scorre il tempo verso la finale, quel giorno in cui si decreterà il vincitore, e il resto di Facebook, gli haters che lottano per boicottarci parlando anche loro soltanto di Sanremo, tornerà ad odiarci per questioni più serie. Tipo un referendum sulla bomba atomica o la finale di Amici.

 

Sanremo, la mimosa appassisce ma spuntano i limoni (seconda puntata)

 

Un Sanremo così casto non lo si vedeva dai tempi in cui Gigliola Cinquetti non aveva l’età e miagolava d’aspettare. Ma qui a furia di aspettare – che succeda qualcosa (o che scenda una fregna dalla scala) – i centri d’ascolto stanno trasformandosi in camere ardenti mentre la mimosa appassisce (e noi assieme a lei).

Per esempio, stanco d’aspettare che la festa decollasse, Robbie Williams ha pensato bene di rompere gli indugi sorprendendo Maria con un limone a centro pista, come uno studente fuori sede in preda al Tavernello durante un giovedì universitario. Ce ne fossero ancora di studenti come lui, di quelli che esci di casa come Bianca Atzei e torni che sei la Bertè, grande assente del “ Sanremo the best” della prima puntata e di tutto il festival, orfano di stile, grinta e delle sue icone. Triste come quando fai ritorno nel tuo club dopo una lunga assenza ed al posto della tua golden crew trovi un mucchio di sconosciuti promossi a “big” che ancheggiano nei loro acrilici da due lire e ti ricordi perché invece di uscire resti a casa a guardare Sanremo.

Triste come crescere mentre la tv invecchia.

A proposito di vecchiume, una parentesi andrebbe aperta, e subito richiusa, sui comici che non fanno ridere ma che mettono voglia di passare canale e a miglior vita sottoponendosi ad una maratona Ėjzenštejn: perché a Conti fatti la cosa migliore del festival resta sempre la controprogrammazione. Chissà perché poi il meglio della settima arte viene sempre fuori mentre Chiara sta spirando sul palco dell’Ariston senza essersi fatta lo shampoo? E chissà perché nessuno trova più opportuno lavarsi i capelli prima di prender parte al corrispettivo italiano del Super Bowl americano? Lo spazio tv più pagato dagli sponsor e più seguito dai teledipendenti.

Bah, misteri della fede.

Come quelli che ci tengono incollati al divano a cercare di capire chi cazzo sono Raige e Giulia Luzi mentre là fuori un Erasmus strafatto di San Crispino aspetta solo di beccarci in fila al bar come Giorgia. E farci tornare a casa come la Rettore.

Sanremo senza vallette? Maria, chiudi la busta

 

 

Come un branco di leoni affamati aspettavamo Sanremo per sbranarci i protagonisti ad uno ad uno e sedare il nostro appetivo represso vomitando le nostre frustrazioni sulle vite (e gli abiti) degli altri, ed invece, invece delle carni e del sangue, abbiamo avuto in pasto un pasticcone di melatonina servitoci da Maria in abito da ricovero e Carlo Conti pronto per l’imbarco a Malindi.

È stata dura ma alla fine ce l’abbiamo fatta a rimanere sveglie alla scaletta di Telethon spacciata per Sanremo. Sì, perché Sanremo è Sanremo non è Pomeriggio 5 dove tra uno stacchetto e lo spot di Coconuda trovano spazio eroi e morte. Troppo lunghi i momenti di tv-verità e troppo male inseriti in un format dove a stento trova spazio la musica.

Detto questo, ciò che più è mancato nella prima serata del programma “delle larghe intese” – come ha giustamente detto Crozza prima di servirci il colpo di grazia – sono le vallette. Sanremo è come la messa: senza chirichetti non si canta. Ed i sanremesi sopravvivono al susseguirsi delle edizioni (e dei conduttori) bramosi di scandali e spacchi da deplorare. Di taglie 38 da fare a pezzi a suon di radiografie e abiti inguinali per i quali invocare il comune senso del pudore e la morale. Parliamoci chiaro: un festival senza signorine discinte e lascive che ammiccano dalle scalinate leggendo a fatica il gobbo (peggio di Maria) non è un festival. Fortuna che sul finale, quando i bambini già erano a nanna, Conti ha fatto scendere le scale a Diletta Leotta, fresca di video hard e per questo promossa all’Ariston (come Paris, come Kim).

Ma quello iniziato ieri è stato in assoluto il festival delle ragazze anni ’90 che agguerrite ancora attendevano l’avvento di Ricky Martin e del suo movimento pelvico che 20 anni e passa prima le aveva introdotte agli ormoni. E 20 anni e passa dopo alla disperazione placata, per fortuna, da Tiziano e dalla sua compagna Carmen Consoli la cui hit, la più cantata da donne quarantenni in crisi e omosessuali bloccati nel traffico, ha dato Conforto all’angoscia e reso divertente l’esaurimento. Di una vita ancorata ai poster di Cioé e di un festival da chiudere la busta e rifugiarsi in un’altra depressione.

Bowie, biochetasi e tempi di ripresa brevissimi

FESTIVAL DI SANREMO 1997 – NELLA FOTO DAVID BOWIE OSPITE AL FESTIVAL

Sono passati 20 anni. Il 1997 l’attesa era grande: Mike presentava un grande Sanremo e Bowie cantava Little Wonder, colonna sonora di un periodo felice e fondamentale della mia giovinezza e della mia vita intera. Il 2 luglio dello stesso anno l’avremmo visto a Pistoia. Io la mattina della partenza avevo la febbre alta ed un’intossicazione in corso. Mi svegliai nella mia casa di via Cremona 59, Roma, in delirio e con Maura, più in delirio di me, che mi saltava sulla pancia convinta fosse il giusto metodo per farmi riprendere. Alla fine come Lazarus resuscitai e partimmo. 
Ogni giorno quando la vita mi sembra schifosa dovrei ripensare a quella mattina e al fatto che non importa se e quanto stai male, l’importante è avere tempi di ripresa brevissimi.

Piccole followers crescono (il Garantista, 21-06-2014)

Vorrei provare quel senso d’eccitazione da sabato che prova un’adolescente disadattata nel vagliare gli accessori più tamarri che ha per appostare uno stinginato che le piace e che a stento le dirà “Ciao”. 

Quanta gente insignificante abbiamo inseguito in vita nostra! A metterli insieme avremmo potuto allestirci il pubblico di Forum. Siamo andate dietro a così tante bestie che l’unica consolazione alla vergogna nel ripensarci è che fortunatamente non siamo state ricambiate (e che nessuno se li ricorda più). Pensa se ci avessero voluto! Pensa se uno solo di quei tontoloni a cui abbiamo riservato inseguimenti di massa su Corso Mazzini ci avesse degnate di uno sguardo! Chissà in che condizioni saremmo ora? Forse avremmo due o tre pargoli alle elementari, una cucina in muratura e una bifamiliare sulle T di Paola. Forse ieri saremmo andate a farci fare i boccoli col ferro per andare a vedere i saggi di danza delle nostre prosecutrici, panzute e scoordinate, per noi prossime etoile alla Scala. Forse oggi staremmo a fare polemica sui social vivisezionando la pagella dei nostri Einstein imprecando contro le ingiustizie della scuola, il costo della politica e piove Governo ladro. O forse saremmo in qualche trasmissione del pomeriggio protagoniste dell’ultimo massacro familiare regalando ai nostri vicini i famosi cinque minuti di celebrità – “Era bizzarra ma gentile”, “C’era qualcosa che non andava, si truccava troppo” – e al nostro Fb un’impennata di commenti (“Ci vuole la sterilizzazione”, “Lapidatela!”). Bisognerebbe sempre ricordarsi di impostare al massimo la privacy del proprio profilo prima di andare a trucidare qualcuno, altrimenti, poi, mentre siamo in gabbia, si riempie di giustizieri da tastiera e quando una decina d’anni dopo usciamo per buona condotta lo troviamo infestato di improperi.

Condizionale a parte, il nostro presente è il risultato degli innumerevoli – nonché inspiegabili – rifiuti subiti. La nostra libertà, la somma dei rigetti ricevuti. Il nostro charme, il prodotto dei dinieghi accumulati. Ha tutto più senso visto da questa prospettiva. Che non da quella di un cranio osservato da dietro che ondeggia spavaldo fingendo di non accorgersi di noi appresso. Come se non accorgersi di noi fosse possibile! Cari crani in ascolto, che adesso vi ritrovate in casa una faina agguerrita che strepita per la parete attrezzata, questa è la punizione divina per non esservi girati a guardarci. E la dimostrazione per noi che tutto faceva parte di un disegno più grande. In poche parole: mica credevate di piacerci davvero? Non s’insegue perché ti piace qualcuno: s’insegue perché ti piace inseguire.