¿Qué he hecho yo para merecer esto?

 

Vivere in una città  grande quanto uno sputo è come coabitare in cattività con esemplari che gli zoologi hanno catalogato come della nostra stessa specie per pura approssimazione. Sciatteria. Qualunquismo. Non siamo tutti uguali, questo è poco ma sicuro. Eppure ci tocca stare gomito a gomito con ogni sorta di subumano che il più perverso tra gli architetti ha deciso di piazzare sul nostro stesso pianerottolo. Sadismo puro. Perché poi? Per declassare la nostra biografia a romanzetto di bassa lega. Da sfogliare durante la posa di una tintura rosso mogano. Gesù!

Ma che abbiamo fatto per meritare questo?

Noi, noi che eravamo destinate a una gloria in mondovisione ci troviamo a dovere dividere uno sgabuzzino adibito a camerino con quattro aspiranti starlette che  Eva Harrington non vorrebbe come cameriere.

Ma come abbiamo fatto a finire in questo guaio? Come hanno fatto queste ad imbucarsi al nostro ballo?

Sempre colpa degli architetti. Una volta le nostre simili vivevano in case munite di ponti elevatoi, fossati e tanto di coccodrilli malnutriti per impedire l’ingresso ai predatori. Poi qualche vanesio archistar un giorno s’è svegliato e ha deciso che, abbattute le mura di cinta, i quartieri sarebbero stati molto più cool. Che boiata!

Quant’è difficile sopravvivere in un mondo in cui il parassitismo sociale è l’hobby più diffuso. In un mondo in cui una cosa è totalmente trasparente finché una trend-setter non la raccatta liberandola dal proprio anonimato.

Diffidare sempre dalle modaiole, dalle adulatrici e dalle arrampicatrici sociali in genere. L’unica ricchezza vera è la personalità, proprio per questo continuamente nel mirino di affamati e accattoni.

Rendiamo grazie ai nostri nemici dichiarati. A chi ci urla tutto il suo disprezzo in faccia. Gente onesta. Persone rispettabili con un guardaroba proprio. Amiamo soprattutto chi ci ignora. Chi ci trova invisibili. Chi non spia nel nostro piatto dal tavolo accanto per vedere cosa abbiamo ordinato ed ammiccare al cameriere che abbiamo deciso di lanciare nel jet set sussurrandogli: “lo stesso”.

Che pena.

E’ dura essere noi. Davvero dura. Per ogni straccio di privilegio ci sono mille controindicazioni da sopportare. Mille sanguisughe da allontanare. E’ come restare imprigionate in una puntata dei Visitors: non sai mai quale sottospecie di rettile si nasconda dietro la piccola fiammiferaia.

L’apparenza è quello che ci frega. Le innumerevoli, scadenti, mentite spoglie dietro cui il demonio nasconde le più squallide e patetiche delle sue creature. Maschere made in China che, fortunatamente, in non troppo tempo rivelano ogni difetto di fabbricazione e finiscono dove sarebbero sempre dovute stare: nella pattumiera.

Non è che siano fesse o, peggio ancora, buone. E’ che ci interessa solo essere noi. Siamo drogate di noi.

Inconcepibile, no?

L’egocentrismo è uno stupefacente assai singolare. Stordisce a tal punto da sfociare in altruismo. Paradossi della chimica.

Così mentre noi siamo impegnate in attività d’altissimo livello sociale, artistico e culturale tipo farci autoscatti in bagno, il resto della casa è lasciato al proprio destino. Porte e finestre tutte spalancate, confidando nella clemenza dei ladri.

E sapete perché? Eccessiva ingenuità? Macché! (Magari!) Pigrizia totale. Siamo le peggio. Diffidare costa fatica. Fidarsi è molto meno faticoso, invece. Siamo delle fottutissime passive. Ci secca talmente tanto leggere il manuale d’istruzione del metal detector che preferiamo correre il rischio di far imbarcare terroristi d’ogni sorta sul nostro jet personale. Sperando magari che tra questi qualcuno sia un figaccione superdotato e che prima di farsi esplodere ci regali attimi di insana passione. Un amore tossico ad alta quota per cui valga la pena finire in milioni di pezzi in pasto agli squali.

E su tutto questo l’esperienza poco può. I nostri errori resistono felicemente accatastandosi gli uni sugli altri. L’unico modo che conosciamo per sopravvivere. Saltellare da un incendio ad un altro.

Siamo accumulatrici seriali. Per guarire servirebbe una lobotomia. O un incendio più grande. Più forte.

Più forte persino della nostra noia.

 

Carla Monteforte

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty