Uncategorized

E la chiamano estate

Lenta scorre l’estate. Un filo d’acqua senza forza che ansima da un rubinetto scassato. Abbiamo sete da così tanto tempo che ci siamo abituate, non l’avvertiamo più. Pure le oasi costruite granello per granello dall’inesperienza sono un vago ricordo. Ovunque, deserto. Eppure bruciavamo così tanto. Bruciavamo così forte che per non esplodere trascorrevano la vita sotto le più forti cascate del mondo. Così imponenti e violente che il getto ci stordiva e restavamo fradice per giorni. Anni. Siamo rimaste senza sensi per così tanto tempo che, quando ci siamo riprese, era già trascorsa quasi tutta l’esistenza. Da sola. Come una film che scorre mentre in platea tutti dormono. Un party che va avanti mentre la festeggiata è in coma etilico su un divano. Un acceleratore premuto da un conducente strafatto.

Eravamo strafatte, noi. Strafatte di noi stesse. Le più sciocche e viziate macchiette che la terra avesse mai visto. Delle creature oscene che saltellano qua e là senza idea dello spazio e del tempo. Come se il futuro fosse la luce che s’intravede da dietro una tenda. Come se il futuro fossimo noi. Qualcosa che è lì, a portata di mano. E aspetta che nel frattempo decidiamo se piastrarci i capelli o no.

Che stupide.

La milionesima estate della nostra vita è questa. Che fortuna, no? Un film visto talmente tante di quelle volte che mentre lo replicano possiamo mettere in ordine l’armadio e ripetere le battute col labiale aspettando che la sigla finale giunga a liberarci dalla trama. Chissà, forse tra i titoli, stavolta, scorrerà un nome nuovo. Una malcapitata new entry che ha deciso di fare il grande salto entrando nel cast. Come se da una produzione scadente potesse nascere mai una stella. Di stelle non se ne vede nemmeno una in giro. La mattanza delle speranze e dei rossetti è l’estate.

Uno di quegli orrendi balli di gruppo, ma di massa. E con tanto di animatore che impartisce ritmo e passi da sotto una camicia improbabile. Ma come si fa a prendere ordini da gente vestita così?

C’è bisogno di una sana dose di sano classismo, per restare immuni al contagio delle mandrie infette da quel malato spirito collettivo che noi, fortuna nostra, non abbiamo avuto mai. Nemmeno quando ci consumavamo i sottotacchi cercando pace tra un night e cento altri. Eravamo dei proiettili vaganti, tutto qui. Proiettili vaganti in mezzo ad altre pallottole.

Lo siamo ancora. Anche adesso che degli strani tizi,  mossi da chissà quale convinzione, tentano di convincerci che è questo il futuro. Questo bugigattolo traballante che non somiglia a nessuno dei nostri programmi. Che non somiglia a noi.

Forse dovremmo arrenderci. Forse ci siamo arrese chissà quanto tempo fa e non ce ne siamo accorte, sicure com’eravamo di fare in tempo. Tanto i treni, gli aerei, il futuro, da qui, non partono mai in orario.

Intanto l’estate ci gira intorno come una malattia. Un’untrice con fare sospetto che aspetta il calo d’attenzione delle nostre difese immunitarie. Un pusher che fischietta nel quartiere di un paziente appena dimesso da un lunghissimo rehab.

È spietata l’estate. Non dovremmo mai fidarci di lei. E lei di noi.

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Revolving doors. Hotel Oblio

Avere 40 anni non è così schifoso.Ti imbatti in gente sempre più allucinante e tu sei la gente allucinante in cui si imbattono gli altri. Siamo la resistenza: scarti, ricicli, replicanti, ratti sbucati dai tombini che non si piegano agli ordini della natura, perché della natura noi siamo gli scherzi.

I love to be a freak, guys. I’m a fucking freak.

La gente sana non mi è mai interessata, la vedo dalle finestre mentre incede in macchine che non riconosco con cappotti marroni e segni di emozioni che non identifico. I mostri invece mi sono sempre piaciuti, sono un mostro anch’io.

Ne incontro sempre più spesso insieme ad una marea di figuranti che passano nella mia esistenza come dalla porta girevole di un hotel. Un transito continuo di passanti che si autodistruggono come le foto col timer di una chat di incontri per fedifraghi e depravati.

Quante facce ho dimenticato. Ma è colpa mia?

La gente che non dimentica mi spaventa. Io credo che l’oblio sia un dono divino, datoci da Allah per sopravvivere alle nostre nefandezze.

Negli ultimi tempi mi capita una cosa insolita, raccapricciante: sempre più spesso ho flash di accaduti che la mia mente aveva prontamente riconosciuto come spam e cestinato. Roba imbarazzante, indicibile, vergognosa. Rivedo frame della mia disdicevole condotta e me stessa dal di fuori tipo quelli in coma che riescono a guardare il proprio corpo dall’alto. È inquietante. Inquietante come risvegliarsi e non ricordare come sei tornata a casa.

Inquietante come ricordarsene.

Eppure mi piacerebbe sapere, tra le tonnellate di rifiuti tossici che la memoria ha incenerito, quanta roba buona c’è finita. La memoria è una madre che fa blitz di pulizie nella tua stanza: assieme ad abiti scandalosi, poster, trucchi rotti, monnezza, butta via pezzi di te.

Home sweet home

Ultimamente mi sento a casa. Non ricordavo questa sensazione. Eppure trascorro gran parte del mio tempo da sola, non ho certezze, un maschio col pedigree che badi a me. Il mio vicino ha 2 secoli e mezzo e una malattia neuro-degenerativa: è l’unico del condominio che sa che esisto. Nel mio palazzo non mi conosce nessuno. Sono trasparente. Invisibile. È bellissimo.

La mia casa adesso sono io.

È di nuovo notte mentre frugo tra i pensieri come fossero stracci posti alla rinfusa su un banco dell’usato.

E poi d’un tratto è giorno.

La gente s’affanna nelle proprie ruote. Qualcuno sembra felice. Non lo so, non lo capisco.

Decifrare la felicità è veramente faticoso. Meglio rimandare. Procrastinare gli interrogativi rischiosi assieme ai form da compilare, i documenti da riordinare e il resto delle seccature di vite progettate in caselle che più che esistenze sembrano credenze di Ikea. Fatte in serie e precarie che se ci butto la roba mia crolla tutto.

Ma crollare non è così male. Le rovine nascondono tesori preziosi come prendere coscienza che quella mensolina su cui t’eri accovacciata non sarà mai adatta alla tua stazza. Che la tua tracotanza a fianco alle bomboniere di ceramica proprio non ci sta.

Run baby run!

E allora corri, corri, non perder tempo a sguazzare tra le macerie ché se allunghi l’orecchio da lontano già soave rimbomba il boato dei tuoi futuri disastri.

Perché gli unici errori su cui vale la rimuginare sono i prossimi.

Carla Monteforte

 

(to be continued)

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Turista per caso (pensieri a caso di una sconosciuta in casa propria)

È incredibile come qualcosa che hai avuto di fronte milioni di volte durante tua esistenza sgangherata possa metterti così tanta ansia. Come questo foglio bianco. Io che ne ho visti, graffiati, posseduti, cavalcati a tonnellate, ora che mi fissa ne ho paura quasi fosse un professore che avanza pretese di interrogarti alla prima ora d’un grigio lunedì mattina di gennaio. (Come se tu, di lunedì mattina, a gennaio, magari entrassi pure in classe…)

Eppure nella testa le idee, i pensieri, gli accaduti, i disastri si accumulano assieme alle piccole grandi vibrazioni di quando muori e poi rinasci. Forse resuscitare è questo: reincarnarti in una te stessa nuova di zecca di cui sai poco o niente. E per questo narrarne le vicissitudini diventa così complicato.

Sono una turista nella mia stessa vita. La coinquilina di me stessa. Un’estranea con cui convivo da poco e di cui imparo a tollerare manie, ansie, insicurezze, lavatrici compulsive e altre ipocondrie, resistendo alla tentazione di sbatterla fuori di casa. Perché la più grande prova di sopportazione è quella verso se stessi.

Hanno aperto le gabbie e sono uscita.

Mi piacerebbe raccontare cosa si prova quando sei una bestia rinchiusa in una gabbia e senza preavviso le sbarre sui cui sbavavi da secoli si aprono e ti ritrovi nel mondo. A piede libero. Senza guinzaglio, catene, manette, cappi o qualsiasi altra briglia che la vita e tu stessa t’eri ficcata in bocca. Una donna delle caverne allo sbaraglio, una fiera abbrutita e affamata senza più segni di civiltà che si ritrova a vagare in mezzo agli umani di cui non si sentiva più nemmeno un esemplare.

Mi piacerebbe raccontare di libertà.

È così assurdo realizzare quanto le scelte più rassicuranti si rivelino sempre errori assurdi.

Bisogna essere sfrontati con la vita, trattarla come fosse un barman appena maggiorenne a cui sbattere le tette in faccia per farti rinforzare il cocktail. Perché a noi le cose annacquate non ci sono mai piaciute: come la felicità, i barman brutti, vecchi o, peggio ancora, femmine.

I bar sono ancora i luoghi in cui continuo ad imparare tutto. Non mi abituerò mai al giorno, inutile. Mi piace la notte, il buio, il degrado, lo schifo. Ci sguazzo con godimento e destrezza e riesco ancora a compiere miracoli: come quello di svegliarmi viva. E struccata, finanche.

Dovrei trasferirmi in uno di quei paesi del nord in cui la notte non finisce mai, lì sì che sarei una vincente. Avrei il mondo ai miei piedi. Trascinerei i tacchi nel buio fino allo sfinimento per mesi mesi e mesi. Perché lo sfinimento è l’unica sensazione appagante delle mine vaganti, come me.

Avrei dietro una miriade di followers, non finti ma di quelli veri in carne ed ossa. Di quelli che ti fissano negli autobus e poi ti inseguono fino al portone di casa e tu sollevi il telefono minacciando di chiamare la polizia. Ogni stagione i maniaci al mio seguito si moltiplicherebbero come pesci di un’interminabile pesca a strascico. Un grande esodo di gentaglia di cui io sarei l’indiscussa regina.

Amo la gentaglia. Cosa c’è che non va in me?

A volte osservo la persone nelle loro vite in ordine e mi domando se è proprio vero che facciamo parte della stessa specie. Se proveniamo davvero da una stessa genesi io e la signora con i pantaloni palazzo che accompagna i figli a scuola col Suv, io e la stambecca taglia 38 che vanno a prendere sotto il portone col macchinone per la decima cena a scrocco, io e la giornalista in giacca bianca di Sky che, non ci si può credere, in tema di ordine, è iscritta allo stesso mio.

Il mondo è pieno di cose inspiegabili. Come la milf con le tette rifatte e il culo di marmo che dopo l’ottava ora di step esce dalla palestra con la piega intatta.

Ci vorrebbe una guida, un angelo custode che viene a prendere anche noi col macchinone impregnato di dopobarba e ci spiega dove stiamo andando. E perché, soprattutto. Ma la solitudine tra tutti i beni preziosi è quello da custodire con più cura. Perché quando la baratti cedendo alla tentazione di sentirti meno perso, allora sì che sei perso davvero.

Mi allontano dal foglio senza risposte. Ma la notte bussa insistentemente alla mia porta ed io resisto a tutto tranne che a uno stalker.

(to be continued)

 

Carla Monteforte

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Messico e culo (dedicato a mio padre Franco Monteforte, 20-04-2014)

 

Un po’ d’anni fa, di questi tempi, riempivo una valigia di caftani colorati e altre cianfrusaglie e me ne andavo, dritta dritta, sola sola, in Messico. 

Il viaggio me l’ero conquistato con una mossa astuta di quella volpe di mio padre: l’aveva vinto suo nipote e mentre stava per riciclarlo al fratello, visto che nessuno dei suoi soci poteva andare, lui si era infilato a gamba tesa. Pochi istanti dopo ero al check-in. E poco importa se la sveglia non aveva suonato ed il primo volo Lamézia-Roma si era permesso a partire senza la sottoscritta, che il secondo, dovette sganciare la bellezza di 350 euro (quasi quanto costa un charter per la terra della Virgen de Guadalupe in bassa stagione): stavo per sorvolare l’Atlantico!

Ad ogni modo, dopo una vita di fiera appartenenza alla setta dei vampiri, colta da improvvisa crisi mistica, mi ritrovai nella congrega dei lampadati. Di quel viaggio ricordo l’odore dell’abbronzante al cioccolato e le borse piene di resti di Carovit Melanin per prepararmi al sole tropicale. E, ovviamente, “Star bronzer” di Lancome: un gloss per pelli ambrate che odorava di sole e di Jennifer Lopez. Per sole star: ed io, con chili di lucido e i miei di troppo, mi sentivo una vera strafiga.
Ero finita in un tour organizzato, composto da famiglie di palazzinari napoletani: i classici arricchiti.

Inutile dirvi che li amavo.

La crisi, per pochi mesi ancora, almeno per quanto mi riguarda, sarebbe stata solo un vago ricordo relegato al capitolo sul Keynesismo del mio esame di storia economica superato, a gran sorpresa, con 30. Ero ricca, abbronzata e felice. Almeno così mi sembrava. 

Essendo io dispari, in stanza, mi avevano accoppiato con un’altra zitellona: un esemplare di vergine ventottenne, mi pare di Avellino, che come prima cosa dalla borsa, preparatagli dalla sorella, aveva tirato fuori il rosario. Una concorrente ideale per RealTime, dato che quando dico vergine, questo non ha nulla a che fare con lo zodiaco. Eravamo proprio la coppia giusta per i Tropici! Non vi dico la serenità sulla sua faccia quando aveva intuito con chi era finita in suite; e quella della sottoscritta quando, a Cancun, si paventò la possibilità che oltre la stanza, dovessimo dividere pure il letto. Proprio come mi ero immaginata una delle mete più gettonate dello spring-break degli studenti americani: io, la ragazza più popolare della scuola (mai stata), una perfetta bulla di provincia, in una matrimoniale con una superstite di un Campus di “Adolescenti XXL”. Per fortuna la seminai per strada: lei amava il mare, io avevo fobia degli squali e preferivo la Jacuzzi e l’aqua gym con un metro e mezzo di istruttore indigeno che seguivo tra un margarita e un altro nel bar al centro della piscina del super report di Playa del Carmen da cui i partenopei di cui sopra non sarebbero più usciti – per fare le varie visite nei siti Maya, – perché lì, nello Yucatan, si trovavano in missione: tornare a via Toledo neri come tizzoni per far schiattare parenti e colleghi.

Amen.

Io, invece, nonostante il mio dichiarato amore per il lusso più ostentato che mai, le gite me le feci tutte. E non solo: me le feci proprio come Dio comanda. Anzi come i Maya comandano perché a Chichén Itzá, nonostante il mio terrore per le altezze, salii fino a sopra la Piramide per poi riscenderla tutta di culo. In fondo era stato proprio il culo a portarmi fin lassù. Una gran botta di culo. Una di quelle che non ricordo più che si prova. Una di quelle che mi servirebbe adesso. Adesso che manco più mi ricordo chi ero e che volevo.

Ora se cercate una morale o un finale col botto in questa parabola mi sa che cascate male. Però, un fatto è certo: “Star bronzer” ce l’ho ancora. Credo sia andato fuori produzione però io l’ho ritrovato, per altra botta di culo, in una di quelle bancarelle di trucchi stock che si trovano alle fiere. Dovrei provare a rimetterlo e vedere se odora ancora di sole e di Jennifer Lopez. E, soprattutto, se odora ancora di me.

Scusate lo sproloquio ma è da stamattina che mi bombardo con Mexico di James Taylor. Naturalmente la dedico a papà e lo ringrazio perché magari il mio presente fa schifo ed un futuro non ce l’ho. Ma che un passato ce l’ho avuto questo è fuori discussione!

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Sanremo: Maria dentro ragazzi fuori (ultima puntata)

 

Ci voleva Maria per eliminare dal podio gli Amici di Maria. La notizia di Sanremo 2017 è fondamentalmente questa: che nessuno della scuderia di Lady Fascino è tra i primi tre, proprio nell’anno in cui Lady Fascino si è materializzata in carne ed ossa, senza essere solo una figura celeste che aleggia nell’Ariston senza mai apparire. Insomma Maria dentro ragazzi fuori, per citare, più che Risi, Clementino a cui tocca l’ultimo posto in classifica ed un’estate tra lidi e discoteche della costa.

La De Filippi, che comunque, oltre a quelli dichiarati, di infiltrati ne ha infilati in vari ruoli un po’ ovunque (Leonardo Fumarola, Diana De Bufalo, Emma autrice, Pino Perris, Fabrizio Moro, Amara e chissà quanti altri) può tornare finalmente a buttarsi sulla sua di scala, quella di Uomini & Donne, a lanciare lenti in studio sulle note di Elodie e Sergio (che schizzeranno miracolosamente in classifica) dimenticando così il matrimonio combinato con Conti. Convivenza forzata e visibilmente faticosa come quella di due coinquilini vincitori di borsa, sistemati dall’Università in una stessa maisonette, ma che in comune non hanno nemmeno l’attitudine alla pasta e tonno.

Vince Gabbani che, con un testo scritto a quattro mani col generatore automatico di parole, manda a casa Fiorella Mannoia spaccando così in due la lobby gay e di donne divorziate costituitasi in onore del festival. Un pacco di vittoria l’hanno tacciata indignati i fan del romanticismo disperato e dell’immobilismo tele-musicale. Mentre per gli estimatori del gorilla quella di Gabbani è piuttosto una vittoria di pacco. Pare infatti che più che le doti canore a far vincere il cantautore siano stare le doti nascoste. Amen (citazione).

 

Ad ogni modo il festival è riuscito anche in questa edizione nella sua missione: scontentare tutti. Il pubblico del Serale, i sostenitori della Turci, i malati di duetti, le ragazzine in crisi d’astinenza da boyband, gli amanti delle vallette ma più di tutto le ex. Dopo Rocìo, la Pellegrinelli, una botta si è sentita da Città di Castello alla discesa di Tina, nuova toygirl di Cassel, francese, ed il cui unico nesso con l’Italia è proprio la Bellucci. Crudeltà.

Crudeltà come un festival che tratta da super ospiti internazionali gli scarti – vedi Vallesi – e rottama i dinosauri della musica per poi dar loro il contentino (vedi Albano premiato al novantesimo per il miglior arrangiamento e per evitare polemiche).

Sebbene la polemica del festival sia proprio l’ingrediente principale. Soprattutto la solita di chi schifato non lo guarda e per non guardarlo nuovamente sarà costretto ad aspettare un anno intero.

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Piccole followers crescono (il Garantista, 21-06-2014)

Vorrei provare quel senso d’eccitazione da sabato che prova un’adolescente disadattata nel vagliare gli accessori più tamarri che ha per appostare uno stinginato che le piace e che a stento le dirà “Ciao”. 

Quanta gente insignificante abbiamo inseguito in vita nostra! A metterli insieme avremmo potuto allestirci il pubblico di Forum. Siamo andate dietro a così tante bestie che l’unica consolazione alla vergogna nel ripensarci è che fortunatamente non siamo state ricambiate (e che nessuno se li ricorda più). Pensa se ci avessero voluto! Pensa se uno solo di quei tontoloni a cui abbiamo riservato inseguimenti di massa su Corso Mazzini ci avesse degnate di uno sguardo! Chissà in che condizioni saremmo ora? Forse avremmo due o tre pargoli alle elementari, una cucina in muratura e una bifamiliare sulle T di Paola. Forse ieri saremmo andate a farci fare i boccoli col ferro per andare a vedere i saggi di danza delle nostre prosecutrici, panzute e scoordinate, per noi prossime etoile alla Scala. Forse oggi staremmo a fare polemica sui social vivisezionando la pagella dei nostri Einstein imprecando contro le ingiustizie della scuola, il costo della politica e piove Governo ladro. O forse saremmo in qualche trasmissione del pomeriggio protagoniste dell’ultimo massacro familiare regalando ai nostri vicini i famosi cinque minuti di celebrità – “Era bizzarra ma gentile”, “C’era qualcosa che non andava, si truccava troppo” – e al nostro Fb un’impennata di commenti (“Ci vuole la sterilizzazione”, “Lapidatela!”). Bisognerebbe sempre ricordarsi di impostare al massimo la privacy del proprio profilo prima di andare a trucidare qualcuno, altrimenti, poi, mentre siamo in gabbia, si riempie di giustizieri da tastiera e quando una decina d’anni dopo usciamo per buona condotta lo troviamo infestato di improperi.

Condizionale a parte, il nostro presente è il risultato degli innumerevoli – nonché inspiegabili – rifiuti subiti. La nostra libertà, la somma dei rigetti ricevuti. Il nostro charme, il prodotto dei dinieghi accumulati. Ha tutto più senso visto da questa prospettiva. Che non da quella di un cranio osservato da dietro che ondeggia spavaldo fingendo di non accorgersi di noi appresso. Come se non accorgersi di noi fosse possibile! Cari crani in ascolto, che adesso vi ritrovate in casa una faina agguerrita che strepita per la parete attrezzata, questa è la punizione divina per non esservi girati a guardarci. E la dimostrazione per noi che tutto faceva parte di un disegno più grande. In poche parole: mica credevate di piacerci davvero? Non s’insegue perché ti piace qualcuno: s’insegue perché ti piace inseguire.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Parigi, angeli e resistenza

Ritorno a casa: tempo di mettere ordine, tempo di conclusioni. Tra tutte le cose che mi hanno emozionato, colpito, messo ansia, entusiasmato, spaventato di Parigi, questo piccolo disegnino è la cosa che più mi ha aiutato a capire come tante contraddizioni possano convivere e sublimarsi in una rara armonia in questa città sbattuta dalle onde ma che non affonda.
Ovunque andrai per la capitale di Francia sentirai stranieri sentenziare su quanto i parigini siano arroganti, ed è vero. Però proprio questa loro tracotanza, secondo me, è ciò che ha gettato le basi alla resistenza che poi è il sentimento che più si avverte trascinandosi come formiche senza pace da un arrondissement ad un altro.
Ho visto gente vestita a festa tracannare cocktail e fumare sull’uscio del Bataclan mentre a me solo l’insegna metteva la pelle d’oca. Ma la prepotente bellezza di questo luogo che ha braccia grandi da ospitare tanta incoerenza ha messo a tacere gli spari che rimbombavano nella mia testa e sussurrava “Fluctuat nec mergitur”.
(Questo angioletto è comparso su tanti muri di Parigi dopo gli attentati ed è opera di un artista che ha deciso di sporcare la sua città di pace)

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

2016, tocca pedalare

Primo gennaio, tempo di bilanci e buoni propositi. Dell’anno appena andato in fumo posso dire senza esitare che è stato uno schifo. Il primo senza mio padre, incastrata in quello che più che un lavoro è una pena da scontare, in un luogo in cui mi sento sempre più ai margini. Ho smesso pure di scrivere, cazzarola. Ed io senza scrittura sono niente. Non ho senso pratico, dimestichezza con la burocrazia, non so fare le torte. So solo tradurre le sensazioni in parole. E quando ti mancano pure quelle – sensazioni e parole – significa che non sei più tu. A volte infatti me lo domando se sotto questo strato di cerone c’è ancora la ragazzaccia di prima. Quella che camminava sola di notte sicura di spaventare lei i malintenzionati.
Di buono c’è che, negli ultimi dodici mesi, oltre ad una certa dose di cinismo, ho accumulato pure una certa dose di cosmetici e ciò mi rende vagamente soddisfatta. E anche vagamente carina. Per il resto, per fortuna, ho le persone che amo (sempre le stesse),il gatto e la bicicletta (new entry). Quando pedalo fino ad alienarmi dalla realtà intravedo la sfocata illusione di poter iniziare ancora una volta da zero. Se ho un talento è proprio quello: pedalare e inventarmi da capo. Che poi è anche il mio buon proposito del 2016. Mi piacerebbe ritrovare la mia tracotanza senza lasciarmi persuadere che quelli di tutti siano i desideri miei. Mettere una barriera di sicurezza ai sogni dovrebbe essere la nostra unica missione. Se ci levano pure quelli siamo proprio niente. Come me ora. Io che a conti fatti, in 38 anni, non ho combinato nulla di buono eccetto – e questo è il motivo per cui in extremis salvo il 2015 – riuscire a non essere invitata a nessuna tombolata

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Limonate e vuoto cosmico

  • imageVorrei tanto concentrarmi sulla ricerca di un nuovo e vero lavoro, sul futuro, su un altrove in cui traslocare la mia esistenza, sull’orologio biologico che non ne vuole sapere di battere. Superare il blocco dello scrittore. Avere già una nuova serie da guardare. Trovare motivazione in questa campagna elettorale che attraversa Cosenza e Roma, le mie città, e appassionarmi per qualcuno o qualcosa. Analizzare le ragioni del Pd, dire la mia su delfini e cinghiali, partorire qualcosa di arguto sull’eredità di Casaleggio. Avvertire ansia per clientelismi, voti di scambio e infiltrazioni mafiose. Per il clima, le trivelle, le carni rosse e le schede bianche. Vorrei aver voglia di ribellione, scoop, scandali, inciuci, curcuma, noodles di zucchine, buchi, trasversalismi e aperitivi a scrocco. Di far sentire la mia voce, esporre un’opinione, prendere posizione. Avere un parere sulla giuria di Cannes senza dimenticare una brillante digressione sulle primarie dem americane. Vorrei aver già scelto tra Hillary e Sanders. Aver deciso se andare a Milano o a Roma. Se uscire in bici o prendere la macchina. Se andare a votare o meno. Avvertire una qualsiasi sensazione, preoccupazione, interesse, stimolo che frantumi questo vuoto emotivo e che non riguardi Beyoncé che finalmente ha sputtanato le corna di quella merda di Jay Z
By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Make up, accidia ed autolesionismo

Il trucco per me non è una passione, è un disturbo compulsivo. Ed è proprio la compulsione che ogni giorno mi spinge ad aggiungere su Instagram nuovi account appartenenti a guru (o perfette sconosciute) del make up provenienti da ogni angolo del pianeta con particolare predilezione a quelle Made in Medio Oriente. Perché è lì che risiede la Mecca del beauty che ha il volto paralizzato di esemplari di femmine ricche, dai capelli d’ebano, pelle olivastra, senza imperfezione alcuna come le loro makeup station. Instagram è per me diventata una scatola cinese in cui non v’è traccia delle portinerie di Facebook (di cui invece guru sono io) ma in cui ogni giorno scopro tesori e illuminanti infiniti, costosi e che non posso permettermi soprattutto perché introvabili in questo angolo di mondo in cui invece sono confinata io. C’è da dire però che in fondo a quella scatola il tesoro più prezioso che ogni giorno scopro non è il nuovo Glow kit di Anastasia ma il coraggio. Il mio a presentarmi ancora in pubblico dopo essermi torturata per ore con queste fregne assurde – quanto i loro beauty – che mi ricordano quanto sono miseraimage image image image image image image image (altro…)

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty