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Il neoproibizionismo – my fucking quarantine diary part VII


Il mondo si prepara a issare il sipario dopo le generali. Nei backstage c’è fermento. I superstiti impazienti già hanno preso posto in platea mentre, nel foyer, le chiacchiere tornano a fare da padrone. Si inveisce a caso, in attesa che il cellulare del parrucchiere torni libero per prenotare taglio e colore. In fondo alle scale c’è persino un gruppetto di negazionisti ariani che manifesta contro l’esistenza del virus: le immagini dei feretri sulle camionette militari sarebbero una farsa come il “moon hoax”, la balla dell’allunaggio opera di Kubrik, prodotta dalla Nasa per sferzare un colpo ai russi in guerra fredda. 

Il rumore è tornato prima della vita. Forse avrebbero dovuto internarci per sempre.

È incredibile che sia venerdì.  

Gli ultimi giorni li ho trascorsi imparando a tenermi a galla in queste acque ignote. Resto dove si tocca. 

Questa maledetta prudenza è l’ultima compagna con cui avrei sperato di dividere il mio tempo. Mi tedia come un astemio che mi marca ad uomo mentre sono in fila al bar. 

(Annoto tra le cose da fare nella vita bonus: “eliminare gli astemi”) 

Un vento caldo soffia sulla mia pelle ed è come un mal d’Africa: provo di nuovo qualcosa ma somiglia a un rimpianto. Sono una Lamborghini ferma in garage nelle mani d’un apprendista elettrauto che fa prove di rianimazione sul mio cuore scarico. Mi riaccendo, accelero, freno. Vorrei sfrecciare libera per le strade e affrancarmi da questo senso d’impotenza che mi castiga il corpo.

Che ho fatto in tutto questo tempo? 

La mia mente è assurda: programmata a rimozione, spazza via tutto ciò che non le garba come una massaia frettolosa di sparecchiare. Persino in quest’occasione non tradisce la sua natura: se provo a fare un riepilogo dei mesi appena trascorsi ho serie difficoltà. Sono passate poche lune dal mio rilascio eppure la detenzione perde già contorni come se le ruspe si fossero subito azionate per demolire quest’edilizia del dolore allestita nel cantiere dove sarebbe dovuta sorgere la mia vita

Come ci sono finita in questo gran casino?

 Ero al bar sotto casa a Roma a sfogliare quotidiani, leggevo d’un regista trovato morto in quarantena a Wuhan assieme al resto della sua famiglia, tutti sterminati dalla nuova Sars e d’un tratto mi ritrovo a Cosenza assieme alla mia di famiglia in quarantena pure io; il tempo di compatire i cinesi dai balconi che a quei balconi c’eravamo noi. Per il resto profumo di biscotti, retorica e bicchieri di rosso mandati giù come gocce di veleno. Anestetici emozionali, fard e fuochi fatui. E poi gatti, gatti e ancora gatti. 

Quanti felini servono per sopravvivere ad una pandemia sola? Mi domando mentre dalla moderna Olanda altre intellighenzie hanno decretato che per noi gattare sarebbe prudente adottare un micio fisso. Basta randagi raccattati in strada, solo esemplari in semilibertà che tornano alla ciotola timbrando pure il cartellino. 

Che orrore questo nuovo mondo in cui tutto è misurato col centimetro: la fila nei supermercati, le sedute dall’estetista e ora pure il numero di rognosi con cui infettare i nostri talami.

C’è chi dice che il virus sia già un ricordo lontano. Non ne ho idea, per buon auspicio mi sono messa lo smalto. Man mano che il gioco passa di livello aggiungo un pezzo di me alla persona che avevo smontato e riposto in scatola. Un vezzo, un retaggio borghese, qualcosa che mi ricordi che un tempo sono stata viva e incandescente come l’acetone che inalo a pieni polmoni in onore di quel popper che a 20 anni quasi mi stese in un cesso del Goa. 

Chissà se torneremo mai a ballare…

Questo è l’ultimo weekend della prima fase del neoproibizionismo prima del debutto nel mondo degli automi. Plexiglass, file, armature. Sotto quelle mascherine potrebbe esserci di tutto. Anzi peggio: c’è tutta gente già censita. Finiremo per accoppiarci con conosciuti (il nostro incubo peggiore sta per avverarsi)! Sento la mia vita così finita che quasi quasi ci spero in un’invasione aliena.

Un marziano è sempre meglio che smezzarsi pizza e covid col vicino.

Dacci oggi il nostro Zirtec quotidiano – my fucking quarantine diary part IV

Rinchiusa nella torre senza un drago ho ceduto: faccio ufficialmente parte di quei milioni di italiani che stremati dall’isolamento si sono immersi nel proprio armadio nel disperato tentativo di trovarvi dentro un po’ di vita perduta. Quando non è possibile muoversi nello spazio non resta che farlo nel tempo. 

(E ad ogni modo la mia vita è di fatto finita in un cassonetto: tanto valeva rovistarvi)

Se penso a tutta la spazzatura altrui acquistata nei mercatini negli ultimi anni mi spiego come ho potuto tenermi stretta la mia. Quanta robaccia ho custodito e quanta roba di valore ho perduto: il mio armadio è la metafora della mia vita. Fortuna che sotto una montagna di stracci inutili alla fine spunta sempre una ventenne che scalpita per andare in discoteca.

Che stadio della quarantena è quando tiri fuori le foto cartacee? Ecco, ho superato quello. Ho cucito sulle mie piaghe ali di struzzo e sono volata nel ‘99 a farmi abbracciare dalla persona che più mi capisce: la me stessa dell’epoca. Siamo identiche.

In questi giorni le parole d’ordine sono due: “riaperture” e “prudenza”. Praticamente la bellezza della prima è totalmente vanificata dall’orrore della seconda.

Andando al sodo: se tutto andrà bene rimetteremo piede in un bar a fine maggio – previa tuta spaziale – e una carica di esplosivo ci farà saltare le budella se ci avvicineremo al bancone. (La vera jihad è questo virus: il mio stile di vita è sotto attacco)

In ogni angolo del pianeta continua la conta dei defunti: a New York si torna a seppellire nell’isola dei disperati. È agghiacciante. Eppure il mondo visto in cartolina dalla mia finestra sembra intatto: le stagioni si alternano, i pollini galleggiano, le gatte figliano. La natura continua la sua corsa incurante dell’uomo che resta indietro e scopre d’essersi sentito protagonista di un colossal di cui era poco più di un figurante. 

Detto questo l’inquietudine è tanta e mi tormento su come potremo sostenere una vita di restrizioni noi che non abbiamo mai imparato nemmeno a sostare sul lato destro della scala mobile. Andremo formattati e riprogrammati. Questo pensiero mi terrorizza. Vivere come un androide mi terrorizza.

Eppure già mi ci sento un automa da appena apro gli occhi e realizzo che questo non è un incubo e senza trasporto mi lancio nei miei gesti quotidiani: doccia, caffè e una sbirciata nelle vite degli altri che continuano a moltiplicare pani e pesci, nella candida illusione che riproducendo il miracolo dell’Eucaristia il Salvatore giunga presto a guarirci. Chissà.
So solo che chi sopravvivrà alla pandemia del 2020, dovrà superarne un’altra ne 2021: quella dei matrimoni. L’industria della nozze è ferma per cui dopo quella al lievito assisteremo alla corsa agli altari, strillano i giornali. Terminate le date appetibili, i promessi sposi che avranno scongiurato la peste non si faranno certo fermare dalle superstizioni e festeggeranno il loro amore pure di 2 novembre. 
Ho un mancamento.

( Una maratona di cerimonie era proprio quello che ci serviva dopo una quarantena!)

Nel mentre la mia capsula del tempo in linea all’algoritmo ha sputato un reperto del matrimonio di un cugino con me diciannovenne signorina garbatissima, un istante prima che lo champagne mi trasformasse in Courtney Love. Quante volte ho messo in imbarazzo i miei genitori e quante volte ho messo a disagio la mia famiglia. Quanto mi manca! 

Dal fondo della mia trappola oggi rimpiango le mie nefandezze e persino le inquisizioni di mia madre che indaga su eresie reali e non su chi abbia preso il suo caricatore.

In attesa che l’acqua come a Cana tramuti in vino, segno che l’Altissimo non dimentica le pecorelle ree di non aver panificato, per precauzione tengo sotto mano il numero del mio spacciatore. Al bicchiere della sera ieri ho aggiunto un antistaminico regalandomi un’ora (o forse due) di meritata narcolessia. Nel mio stato catatonico sono evasa dal purgatorio e mi sono ritrovata a travasare Gordon’s in bottigliette di plastica assieme ai miei amici di sempre in fila a una festa. Eravamo giovani e padroni dell’universo.

Abbi pietà di noi, Signore! Giuro che dalla parabola ho imparato la lezione: riportami viva su un bancone e mai più cederò alle lusinghe della vodka. Tornerò a bere gin finché morte non ci separi!


Esquilino mon amour

Quando sono inquieta vado a piazza Vittorio. Sento una specie di richiamo ancestrale per questo non luogo che è una terra di nessuno e quindi pure la mia. Mi sento un frammento tra altri frammenti in cerca di chissà che. Di qualcosa. Di un’identità. E quasi sempre me ne torno a casa senza alcuna risposta ma piena di buste colme di stoffe e cianfrusaglie di nessun valore economico ma che per me sono fondamentali per comporre il puzzle sparpagliato che è la mia vita. Che sono io.

La mia giornata all’Esquilino è una via Crucis. Prima stazione: piazza San Giovanni, via Sannio. Un posto che non si fila quasi più nessuno e nel quale non trovo quasi mai nulla a parte me stessa diciottenne che vaga tra i banchi in cerca di chissà quale derelitto. Non è cambiato molto da quando indossavo anfibi che adesso sono in vendita nel reparto vintage. Sono vintage anche io, mi sa. Forse sono proprio il derelitto che cercavo quando col walkman alle orecchie frugavo tra i Loden infeltriti. Eppure resto una spettatrice in ritardo che vaga in un’enorme sala in cui tutti sembran aver preso posto a inizio film, tranne me.

Dopo aver lasciato un acconto per una pelliccia di volpe anni ’80 che non posso permettermi, che mai indosserò e che nemmeno mi va – ma che secondo Tiziana è l’affare del secolo (il suo) – piena di dubbi e sensi di colpa me ne vado a piedi verso la Mecca, attraversando viale Manzoni e risalendo verso il luogo dove prima era Mas e che adesso sembra il cimitero monumentale degli accumulatori seriali a cui non dimentico di rendere omaggio. Sono accolta da un ammasso di vecchie saracinesche abbassate e insegne non funzionanti che danno un’aria spettrale e al contempo irresistibile alla Babele di Roma. Mentre ad intermittenza le gemme e gli strass dei bangladini brillano dai cesti di plastica sin fuori le vetrine creando in me un senso di enorme eccitazione. Dando luce al mio cuore in penombra.

Chissà perché in questo perimetro così decadente io mi sento tanto io? Viva come come i tessuti sgargianti del Mercato Esquilino che io e le nigeriane non riusciamo a smettere di toccare, sotto lo sguardo di disappunto dell’indiana che li vende. Mentre il giovanotto africano del banco concorrente farebbe di tutto per piazzarmi la sua di mercanzia…

E poi, puntuale, arriva il momento più aulico della processione dei reietti: la sensazione che qualcuno ti stia inseguendo. Ed in effetti qualcuno mi sta inseguendo sul serio: se così non fosse non sarebbe piazza Vittorio. Il posto dove tutti cercano qualcosa e per qualcuno quel qualcosa sei tu. Almeno per qualche centinaio di metri. Almeno fin quando sui banchi non si manifesta un affare più conveniente, un ribasso o un prodotto più esotico.

È Chinatown bellezza: il luogo dove siamo tutti in vendita. Tocca solo stabilire il prezzo di partenza e quello a cui siamo disposte a scendere pur di sentirci volute, desiderate, possedute.

Ma chi lo stabilisce il nostro valore? Davvero il mercato? Davvero un turista di passaggio confonde noi per un souvenir?

Con la borsa piena di robaccia e punti interrogativi mi avvio verso la stazione Termini dove c’è il 70 ad attendermi assieme ad una fila di perdigiorno d’ogni specie che mi fanno l’occhiolino e mi sussurrano «”Bela”».

Ecco perché vengo qui: perché non mi sento sola mai tra altri vagabondi che non sanno chi sono ma che un prodotto di lusso lo riconoscerebbero anche sotto una catasta di fake.

Carla Monteforte

Natale a Cosenza. Cronaca di una morte annunciata

 

Non so voi ma io sono super felice di rivedervi. Fosse solo che, se sono qui con voi, significa che non sono più a Cosenza. Quel posto sperduto che Dio ha ficcato tra la Sila e il Tirreno che mi ha dato i Natali e che ogni Natale prova a farmi fuori.

Sono una ragazza di provincia io. Una di quelle che prima di tornare a casa ha già appuntamento per ceretta e semipermanente fissato da settimane e una scuderia di amanti storici scalpitanti perché Dolly torna in città. Il problema è uscirne viva poi.

Sono cattolica: a me il Natale piace santificarlo. Con un revival di problemi vecchi e un dramma tutto nuovo di cui pentirmi e dolermi in vista della Quaresima.

Come si fa a sentire l’aria delle feste senza i botti?

Da noi Natale sembra la Siria. Fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco tagliano il cielo della città e annunciano che Gesù Bambino è nato e che a via Popilia è arrivata la coca. Ne cade tanta di neve nel presepe e nei nasi, per festeggiare l’avvento di nostro Signore. Quel periodo in cui gli emigrati rientriamo ad Itaca e con i cappotti impregni di fritto vaghiamo per le strade che ci hanno partorito in cerca di antichi sapori e nuove malattie veneree. Del resto io sono una tradizionalista e per me Natale non inizia fin quando, prima di avventurarmi in un posto, non devo mandare un inviato in perlustrazione per capire se la mia vita è in pericolo o meno.

Quant’è bello sentirsi a casa!

Gente di cui ti vergogni, e che non vedi da decenni, che ti si siede a fianco mentre tenti di far colpo su quello che ti piace, e pretendechiarimenti su una vostra relazione immaginaria, chiedendo lumi sui motivi dell’immaginaria rottura.

Stupendo no?

Il buttafuori del locale, dove per una volta stai fingendo di essere una persona perbene, una professionista stimata che commenta il suo ultimo editoriale politico con un lettore interessato che la stima, che ti bombarda di Whatsapp chiedendoti di raggiungerlo nel vicoletto.

(Tu ovviamente non vai e soffende pure!)

I poliziotti in pattuglia che ti fermano mentre passeggi, come se camminare ubriaca fosse un reato, ma invece di arrestarti ti molestano.

Adel che la notte di Capodanno ti scorta dal portone di casa fino in pieno centro dicendoti che vuole portarti con lui in Marocco perché sei troppo bella ma ad una certa è costretto a voltarsi perché per inseguirti ha dimenticato la droga ed era uscito per lavorare.

Che belle le città piccole!

Quei luoghi incantati dove fuggi per cercare riparo dal caos delle metropoli per ritrovarti in pochi metri quadri, senza via d’uscita,con la persona da cui davvero eri scappata: te stessa. Più madre, sorelle e spirito santo che in occasione delle feste ripassano il repertorio dei santi mentre riversano valanghe di zucchero e grassi saturi su mesi di regime proteico.

Mamma aveva due interventi alle mani già fissati col chirurgo per i primi di dicembre: li ha disdetti doveva farsi i dolci di Natale. Non si fidava. La Vigilia, non contenta, ha infornato pure una pastiera.

La piaga sociale della Calabria non è la disoccupazione, il racket, le ndrine, ma sono i picchi glicemici da cui certamente ha origine tutto questo. La corruzione, la fuga dei cervelli, lo spopolamento, la Lega primo partito in regione, tutto nasce dalle massicce dosi di glucosio a cui siamo sottoposti come fossimo cavie di un misterioso esperimento divino e che siamo costretti a smaltire come cavalle imbizzarrite: galoppando a braccetto con i nostri stalker.

Gli ex, per i quali avevamo fatto in fretta e furia le valigie imboccando a rapina la SaRc, che ti ripropongono le loro palle addobbate a festa con la scusa del Santo Natale e che dobbiamo essere tutti più buoni. Cosi buoni che ci si sono aperti tutti i chakra e dentro ci si è infilato persino il vigilantes di Cetraro che alle 3 di una notte gelida di gennaio, dopo un mezzo limone, telefonava a un club di scambisti per sapere se era aperto.

Casa dolce casa.

Quel posto in cui torni leggiadra come sulla scena di un crimine e da cui scappi via come un ricercato con una taglia sulla testa.

Per fortuna passa tutto: la novena, i fritti, la famiglia riunita che ti prepara all’Iran. E una volta lontana, del Natale restano solo gli accumuli di grasso, i sensi di colpa e un non meglio identificato che continua a chattarti: “Hai capito chi sono?”.

“Senti bello, sono cattolica io! Per n’altra croce adesso ci vuole Pasqua!”

 

Dalle finestre del labirinto

Sento la pioggia da dietro la finestra mentre con la coda dell’occhio spio il mondo là fuori. Fa buio presto, per fortuna. La luce che si spegne lenisce l’angoscia di dover trovare una collocazione in quell’ingranaggio che è l’universo e nel quale mi sento come quel pezzo di Ikea che puntualmente mi resta in mano, pur seguendo alla lettera il libretto di assemblaggio. La notte, invece, è il buco nero dove vanno a finire i detriti delle galassie, tipo me.

(Insieme infatti siamo perfette)

Chi ci capisce più niente delle stagioni che si accatastano come merce tenuta alla rinfusa nel garage di un accumulatore seriale?

Riesco a incasellare la mia vita negli anni, uno per uno, fino all’ultimo di università, dopodiché un asteroide si è abbattuto sulla terra e i lustri si sono aggrovigliati in un unico enorme ammasso informe. Finché non ne è arrivato un secondo ed il caos si è riorganizzato con due nuovi confini: il prima e il dopo.

Non riesco a immaginare nulla di ciò che è accaduto nella storia recente –  crisi economiche, emergenze climatiche, colpi di Stato – che in qualche modo non abbia a che fare con questi due eventi soprannaturali: la malattia e la morte di mio padre.

Mio padre era la mia casa, la finestra da cui mi affacciavo al mondo. Pensate il casino quando i nostri infissi sono stati imbrattati da un branco di squatter dal nome assurdo: placche di beta amiloide.

Disturbo neurocognitivo maggiore o lieve dovuto a malattia di Alzheimer.

Avevo 23 anni quando il mio mondo iniziò ad essere abitato da soli sconosciuti. Una passerella sospesa nel vuoto attraversata da individui senza nome e senza volto.

Quanti ne ho visti passare nel mio soggiorno, nemmeno potreste immaginarlo.

È da allora, probabilmente, che gli stranieri sono diventati i miei esseri umani preferiti.

Dalla mia finestra prima vedevo l’America, il mio avvenire tra viali enormi pieni di luci e credenze zeppe di pacchi di pop corn gigantenschi. Tutto Xxl. Poi l’America iniziò a restringersi ed i viali divennero strettoie. Per vedere il cielo da quelle viuzze dovetti imparare a camminare su tacchi esagerati. Quelli che passi, la terra trema e la gente mormora. Ma chi se ne fotteva?

Ero in purgatorio, sì, ma se sentivo la terra muoversi ancora sotto i miei piedi ed il cielo cadere giù, ero viva. Come mi ripeteva Carole King, stella polare del labirinto da cui eravamo state ingoiate io e le mie sorelle.

Poi smisi persino di sperarci, fu allora che le porte si spalancarono: l’America era ancora dall’altra parte della luna, ma il mio esilio era finito. Ero libera. Di nuovo nel mondo in mezzo a tutti sconosciuti.

Diventai una sconosciuta anche io. Fu cosi che smisi di avere paura, diventando io la straniera. Una di quelle che ti affacci alla finestra e vedi disperdersi nella folla di volti tutti identici.

Ne vedo ancora infiniti dalla mia, e tra quegli infiniti mi vedo di nuovo pure io.

L’inquietudine è il mar in cui m’è dolce naufragar.

Ma è mentre faccio il morto nelle incertezze che un pensiero inquietante disturba la mia traversata. E se fossi finita in un nuovo dedalo?

L’essere umano è una creatura seriale ed in quanto tale tende a ripercorrere gli stessi sentieri all’infinito.

Dispersa in quella miriade di anime senza traiettoria c’è un insegna a luci intermittenti che mi abbaglia nelle tenebre in cui amo galleggiare: «Algoritmo», c’è scritto. Mi domando se sia io adettare le coordinate al mio, o sia lui il mio nuovo Minotauro. Colui che mi tiene per mano e mi conduce in nuovi vicoli ciechi che io chiamo libertà.

Come andrà a finire questa nuova storia non lo so. Per scoprirlo ci vorrebbero pacchi di pop corn xxl.

Carla Monteforte

Donne, siate inaccettabili

Per sconfiggere la società patriarcale in cui tuttora siamo confinate è fondamentale sopratutto che le donne non perpetuino, e tramandino, modelli di comportamento considerati gli unici accettabili e perciò frutto di quella cultura.
Siate libere, siate inaccettabili

Revolving doors. Hotel Oblio

Avere 40 anni non è così schifoso.Ti imbatti in gente sempre più allucinante e tu sei la gente allucinante in cui si imbattono gli altri. Siamo la resistenza: scarti, ricicli, replicanti, ratti sbucati dai tombini che non si piegano agli ordini della natura, perché della natura noi siamo gli scherzi.

I love to be a freak, guys. I’m a fucking freak.

La gente sana non mi è mai interessata, la vedo dalle finestre mentre incede in macchine che non riconosco con cappotti marroni e segni di emozioni che non identifico. I mostri invece mi sono sempre piaciuti, sono un mostro anch’io.

Ne incontro sempre più spesso insieme ad una marea di figuranti che passano nella mia esistenza come dalla porta girevole di un hotel. Un transito continuo di passanti che si autodistruggono come le foto col timer di una chat di incontri per fedifraghi e depravati.

Quante facce ho dimenticato. Ma è colpa mia?

La gente che non dimentica mi spaventa. Io credo che l’oblio sia un dono divino, datoci da Allah per sopravvivere alle nostre nefandezze.

Negli ultimi tempi mi capita una cosa insolita, raccapricciante: sempre più spesso ho flash di accaduti che la mia mente aveva prontamente riconosciuto come spam e cestinato. Roba imbarazzante, indicibile, vergognosa. Rivedo frame della mia disdicevole condotta e me stessa dal di fuori tipo quelli in coma che riescono a guardare il proprio corpo dall’alto. È inquietante. Inquietante come risvegliarsi e non ricordare come sei tornata a casa.

Inquietante come ricordarsene.

Eppure mi piacerebbe sapere, tra le tonnellate di rifiuti tossici che la memoria ha incenerito, quanta roba buona c’è finita. La memoria è una madre che fa blitz di pulizie nella tua stanza: assieme ad abiti scandalosi, poster, trucchi rotti, monnezza, butta via pezzi di te.

Home sweet home

Ultimamente mi sento a casa. Non ricordavo questa sensazione. Eppure trascorro gran parte del mio tempo da sola, non ho certezze, un maschio col pedigree che badi a me. Il mio vicino ha 2 secoli e mezzo e una malattia neuro-degenerativa: è l’unico del condominio che sa che esisto. Nel mio palazzo non mi conosce nessuno. Sono trasparente. Invisibile. È bellissimo.

La mia casa adesso sono io.

È di nuovo notte mentre frugo tra i pensieri come fossero stracci posti alla rinfusa su un banco dell’usato.

E poi d’un tratto è giorno.

La gente s’affanna nelle proprie ruote. Qualcuno sembra felice. Non lo so, non lo capisco.

Decifrare la felicità è veramente faticoso. Meglio rimandare. Procrastinare gli interrogativi rischiosi assieme ai form da compilare, i documenti da riordinare e il resto delle seccature di vite progettate in caselle che più che esistenze sembrano credenze di Ikea. Fatte in serie e precarie che se ci butto la roba mia crolla tutto.

Ma crollare non è così male. Le rovine nascondono tesori preziosi come prendere coscienza che quella mensolina su cui t’eri accovacciata non sarà mai adatta alla tua stazza. Che la tua tracotanza a fianco alle bomboniere di ceramica proprio non ci sta.

Run baby run!

E allora corri, corri, non perder tempo a sguazzare tra le macerie ché se allunghi l’orecchio da lontano già soave rimbomba il boato dei tuoi futuri disastri.

Perché gli unici errori su cui vale la rimuginare sono i prossimi.

Carla Monteforte

 

(to be continued)

 

Turista per caso (pensieri a caso di una sconosciuta in casa propria)

È incredibile come qualcosa che hai avuto di fronte milioni di volte durante tua esistenza sgangherata possa metterti così tanta ansia. Come questo foglio bianco. Io che ne ho visti, graffiati, posseduti, cavalcati a tonnellate, ora che mi fissa ne ho paura quasi fosse un professore che avanza pretese di interrogarti alla prima ora d’un grigio lunedì mattina di gennaio. (Come se tu, di lunedì mattina, a gennaio, magari entrassi pure in classe…)

Eppure nella testa le idee, i pensieri, gli accaduti, i disastri si accumulano assieme alle piccole grandi vibrazioni di quando muori e poi rinasci. Forse resuscitare è questo: reincarnarti in una te stessa nuova di zecca di cui sai poco o niente. E per questo narrarne le vicissitudini diventa così complicato.

Sono una turista nella mia stessa vita. La coinquilina di me stessa. Un’estranea con cui convivo da poco e di cui imparo a tollerare manie, ansie, insicurezze, lavatrici compulsive e altre ipocondrie, resistendo alla tentazione di sbatterla fuori di casa. Perché la più grande prova di sopportazione è quella verso se stessi.

Hanno aperto le gabbie e sono uscita.

Mi piacerebbe raccontare cosa si prova quando sei una bestia rinchiusa in una gabbia e senza preavviso le sbarre sui cui sbavavi da secoli si aprono e ti ritrovi nel mondo. A piede libero. Senza guinzaglio, catene, manette, cappi o qualsiasi altra briglia che la vita e tu stessa t’eri ficcata in bocca. Una donna delle caverne allo sbaraglio, una fiera abbrutita e affamata senza più segni di civiltà che si ritrova a vagare in mezzo agli umani di cui non si sentiva più nemmeno un esemplare.

Mi piacerebbe raccontare di libertà.

È così assurdo realizzare quanto le scelte più rassicuranti si rivelino sempre errori assurdi.

Bisogna essere sfrontati con la vita, trattarla come fosse un barman appena maggiorenne a cui sbattere le tette in faccia per farti rinforzare il cocktail. Perché a noi le cose annacquate non ci sono mai piaciute: come la felicità, i barman brutti, vecchi o, peggio ancora, femmine.

I bar sono ancora i luoghi in cui continuo ad imparare tutto. Non mi abituerò mai al giorno, inutile. Mi piace la notte, il buio, il degrado, lo schifo. Ci sguazzo con godimento e destrezza e riesco ancora a compiere miracoli: come quello di svegliarmi viva. E struccata, finanche.

Dovrei trasferirmi in uno di quei paesi del nord in cui la notte non finisce mai, lì sì che sarei una vincente. Avrei il mondo ai miei piedi. Trascinerei i tacchi nel buio fino allo sfinimento per mesi mesi e mesi. Perché lo sfinimento è l’unica sensazione appagante delle mine vaganti, come me.

Avrei dietro una miriade di followers, non finti ma di quelli veri in carne ed ossa. Di quelli che ti fissano negli autobus e poi ti inseguono fino al portone di casa e tu sollevi il telefono minacciando di chiamare la polizia. Ogni stagione i maniaci al mio seguito si moltiplicherebbero come pesci di un’interminabile pesca a strascico. Un grande esodo di gentaglia di cui io sarei l’indiscussa regina.

Amo la gentaglia. Cosa c’è che non va in me?

A volte osservo la persone nelle loro vite in ordine e mi domando se è proprio vero che facciamo parte della stessa specie. Se proveniamo davvero da una stessa genesi io e la signora con i pantaloni palazzo che accompagna i figli a scuola col Suv, io e la stambecca taglia 38 che vanno a prendere sotto il portone col macchinone per la decima cena a scrocco, io e la giornalista in giacca bianca di Sky che, non ci si può credere, in tema di ordine, è iscritta allo stesso mio.

Il mondo è pieno di cose inspiegabili. Come la milf con le tette rifatte e il culo di marmo che dopo l’ottava ora di step esce dalla palestra con la piega intatta.

Ci vorrebbe una guida, un angelo custode che viene a prendere anche noi col macchinone impregnato di dopobarba e ci spiega dove stiamo andando. E perché, soprattutto. Ma la solitudine tra tutti i beni preziosi è quello da custodire con più cura. Perché quando la baratti cedendo alla tentazione di sentirti meno perso, allora sì che sei perso davvero.

Mi allontano dal foglio senza risposte. Ma la notte bussa insistentemente alla mia porta ed io resisto a tutto tranne che a uno stalker.

(to be continued)

 

Carla Monteforte

Messico e culo (dedicato a mio padre Franco Monteforte, 20-04-2014)

 

Un po’ d’anni fa, di questi tempi, riempivo una valigia di caftani colorati e altre cianfrusaglie e me ne andavo, dritta dritta, sola sola, in Messico. 

Il viaggio me l’ero conquistato con una mossa astuta di quella volpe di mio padre: l’aveva vinto suo nipote e mentre stava per riciclarlo al fratello, visto che nessuno dei suoi soci poteva andare, lui si era infilato a gamba tesa. Pochi istanti dopo ero al check-in. E poco importa se la sveglia non aveva suonato ed il primo volo Lamézia-Roma si era permesso a partire senza la sottoscritta, che il secondo, dovette sganciare la bellezza di 350 euro (quasi quanto costa un charter per la terra della Virgen de Guadalupe in bassa stagione): stavo per sorvolare l’Atlantico!

Ad ogni modo, dopo una vita di fiera appartenenza alla setta dei vampiri, colta da improvvisa crisi mistica, mi ritrovai nella congrega dei lampadati. Di quel viaggio ricordo l’odore dell’abbronzante al cioccolato e le borse piene di resti di Carovit Melanin per prepararmi al sole tropicale. E, ovviamente, “Star bronzer” di Lancome: un gloss per pelli ambrate che odorava di sole e di Jennifer Lopez. Per sole star: ed io, con chili di lucido e i miei di troppo, mi sentivo una vera strafiga.
Ero finita in un tour organizzato, composto da famiglie di palazzinari napoletani: i classici arricchiti.

Inutile dirvi che li amavo.

La crisi, per pochi mesi ancora, almeno per quanto mi riguarda, sarebbe stata solo un vago ricordo relegato al capitolo sul Keynesismo del mio esame di storia economica superato, a gran sorpresa, con 30. Ero ricca, abbronzata e felice. Almeno così mi sembrava. 

Essendo io dispari, in stanza, mi avevano accoppiato con un’altra zitellona: un esemplare di vergine ventottenne, mi pare di Avellino, che come prima cosa dalla borsa, preparatagli dalla sorella, aveva tirato fuori il rosario. Una concorrente ideale per RealTime, dato che quando dico vergine, questo non ha nulla a che fare con lo zodiaco. Eravamo proprio la coppia giusta per i Tropici! Non vi dico la serenità sulla sua faccia quando aveva intuito con chi era finita in suite; e quella della sottoscritta quando, a Cancun, si paventò la possibilità che oltre la stanza, dovessimo dividere pure il letto. Proprio come mi ero immaginata una delle mete più gettonate dello spring-break degli studenti americani: io, la ragazza più popolare della scuola (mai stata), una perfetta bulla di provincia, in una matrimoniale con una superstite di un Campus di “Adolescenti XXL”. Per fortuna la seminai per strada: lei amava il mare, io avevo fobia degli squali e preferivo la Jacuzzi e l’aqua gym con un metro e mezzo di istruttore indigeno che seguivo tra un margarita e un altro nel bar al centro della piscina del super report di Playa del Carmen da cui i partenopei di cui sopra non sarebbero più usciti – per fare le varie visite nei siti Maya, – perché lì, nello Yucatan, si trovavano in missione: tornare a via Toledo neri come tizzoni per far schiattare parenti e colleghi.

Amen.

Io, invece, nonostante il mio dichiarato amore per il lusso più ostentato che mai, le gite me le feci tutte. E non solo: me le feci proprio come Dio comanda. Anzi come i Maya comandano perché a Chichén Itzá, nonostante il mio terrore per le altezze, salii fino a sopra la Piramide per poi riscenderla tutta di culo. In fondo era stato proprio il culo a portarmi fin lassù. Una gran botta di culo. Una di quelle che non ricordo più che si prova. Una di quelle che mi servirebbe adesso. Adesso che manco più mi ricordo chi ero e che volevo.

Ora se cercate una morale o un finale col botto in questa parabola mi sa che cascate male. Però, un fatto è certo: “Star bronzer” ce l’ho ancora. Credo sia andato fuori produzione però io l’ho ritrovato, per altra botta di culo, in una di quelle bancarelle di trucchi stock che si trovano alle fiere. Dovrei provare a rimetterlo e vedere se odora ancora di sole e di Jennifer Lopez. E, soprattutto, se odora ancora di me.

Scusate lo sproloquio ma è da stamattina che mi bombardo con Mexico di James Taylor. Naturalmente la dedico a papà e lo ringrazio perché magari il mio presente fa schifo ed un futuro non ce l’ho. Ma che un passato ce l’ho avuto questo è fuori discussione!

Sanremo: Maria dentro ragazzi fuori (ultima puntata)

 

Ci voleva Maria per eliminare dal podio gli Amici di Maria. La notizia di Sanremo 2017 è fondamentalmente questa: che nessuno della scuderia di Lady Fascino è tra i primi tre, proprio nell’anno in cui Lady Fascino si è materializzata in carne ed ossa, senza essere solo una figura celeste che aleggia nell’Ariston senza mai apparire. Insomma Maria dentro ragazzi fuori, per citare, più che Risi, Clementino a cui tocca l’ultimo posto in classifica ed un’estate tra lidi e discoteche della costa.

La De Filippi, che comunque, oltre a quelli dichiarati, di infiltrati ne ha infilati in vari ruoli un po’ ovunque (Leonardo Fumarola, Diana De Bufalo, Emma autrice, Pino Perris, Fabrizio Moro, Amara e chissà quanti altri) può tornare finalmente a buttarsi sulla sua di scala, quella di Uomini & Donne, a lanciare lenti in studio sulle note di Elodie e Sergio (che schizzeranno miracolosamente in classifica) dimenticando così il matrimonio combinato con Conti. Convivenza forzata e visibilmente faticosa come quella di due coinquilini vincitori di borsa, sistemati dall’Università in una stessa maisonette, ma che in comune non hanno nemmeno l’attitudine alla pasta e tonno.

Vince Gabbani che, con un testo scritto a quattro mani col generatore automatico di parole, manda a casa Fiorella Mannoia spaccando così in due la lobby gay e di donne divorziate costituitasi in onore del festival. Un pacco di vittoria l’hanno tacciata indignati i fan del romanticismo disperato e dell’immobilismo tele-musicale. Mentre per gli estimatori del gorilla quella di Gabbani è piuttosto una vittoria di pacco. Pare infatti che più che le doti canore a far vincere il cantautore siano stare le doti nascoste. Amen (citazione).

 

Ad ogni modo il festival è riuscito anche in questa edizione nella sua missione: scontentare tutti. Il pubblico del Serale, i sostenitori della Turci, i malati di duetti, le ragazzine in crisi d’astinenza da boyband, gli amanti delle vallette ma più di tutto le ex. Dopo Rocìo, la Pellegrinelli, una botta si è sentita da Città di Castello alla discesa di Tina, nuova toygirl di Cassel, francese, ed il cui unico nesso con l’Italia è proprio la Bellucci. Crudeltà.

Crudeltà come un festival che tratta da super ospiti internazionali gli scarti – vedi Vallesi – e rottama i dinosauri della musica per poi dar loro il contentino (vedi Albano premiato al novantesimo per il miglior arrangiamento e per evitare polemiche).

Sebbene la polemica del festival sia proprio l’ingrediente principale. Soprattutto la solita di chi schifato non lo guarda e per non guardarlo nuovamente sarà costretto ad aspettare un anno intero.