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Life in plastic it’s fantastic. Ovvero Barbie ti odio

Ha un anno in meno di Madonna, un brevetto di volo, un camper, una navicella spaziale, un cavallo, un’orca, un panda, una zebra, una decappottabile. Nonostante parli 50 lingue – e paghi la Property tax su altrettanti immobili di lusso – è l’antesignana delle precarie con innumerevoli mansioni in cv, tutte rigorosamente a tempo determinato. In portfolio anche un Warhol, diverse controversie legali, una scappatella con un surfista, una guerra del Golfo e persino una candidatura alle presidenziali americane.

È la più grande pop star del pianeta, pioniera delle famous to be famous e delle fashion influencer (con un guardaroba da fare invidia a Gigi Hadid nel quale figurano capi di Dior, Moschino, Yves Saint Laurent e Versace).

Nata bruna si è presto convertita all’acqua ossigenata persuasasi che gli uomini preferissero le bionde (nonostante, che sposino le more, è comprovato dal fatto che dopo decenni di fidanzamento, con tanto di pausa riflessione, all’altare lei non c’è mai arrivata).

Conturbante icona di plastica, prima ancora che Dr 90210 cambiasse i connotati alle socialites di Beverly Hills, Barbie è stata sin da subito oggetto di desiderio e arma di ricatto di genitrici sadiche e spietate che costringevano la prole a lunghe e tediose maratone lungo tunnel infiniti di macellerie, Poste e banche alla cui fine pallido si faceva largo il bagliore della speranza che aveva le sembianze di Luce di Stelle, «la magia del cielo stellato nell’incanto di un abito che brilla nel buio», il top della serie anni ’80 il cui outfit (termine che allora non era manco stato coniato) illuminava di illusioni la nostra fanciullezza e pure il resto della casa, per almeno una manciata di secondi.

Ma Barbie è innanzitutto la prima donna che abbiamo amato odiare. Così magra, così milionaria, così wasp che, per non essere identificati come membri del KKK, i suoi ideatori dovettero integrarla in una società multirazziale che ne determinò il successo globale (in fatto di vendite), senza però riuscire a metterla al riparo dalle invettive delle femministe (per le quali risultava ancora troppo snella, tanto da essere sottoposta ad una cura ricostituente nel 1997), dall’ira di Allah (che nel 2003 mise al bando dall’Arabia Saudita «la bambola ebrea, simbolo della decadenza dell’Occidente»). E soprattutto dalla ferocia di noi bambine con disturbi del comportamento che, dopo pochi giorni di amore incondizionato, ci avventavamo sul nostro trofeo di platino azzannandone con rabbia prima le estremità inferiori e mettendo poi fine alle sofferenze di questa povera ragazza ricca di silicone con un’esecuzione, con sommo disappunto di tutti i bambini omosessuali per i quali Barbie era il sogno negato.

La decapitazione, però, secondo una ricerca inglese, era un vero e proprio rito di passaggio verso l’età adulta. Quella in cui, entrambi in abiti zebrati (come il primo della serie), ci saremmo rincontrate in pista con i bambini di cui sopra ad urlare «Life in plastic, it’s fantastic».

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Sanremo: Maria dentro ragazzi fuori (ultima puntata)

 

Ci voleva Maria per eliminare dal podio gli Amici di Maria. La notizia di Sanremo 2017 è fondamentalmente questa: che nessuno della scuderia di Lady Fascino è tra i primi tre, proprio nell’anno in cui Lady Fascino si è materializzata in carne ed ossa, senza essere solo una figura celeste che aleggia nell’Ariston senza mai apparire. Insomma Maria dentro ragazzi fuori, per citare, più che Risi, Clementino a cui tocca l’ultimo posto in classifica ed un’estate tra lidi e discoteche della costa.

La De Filippi, che comunque, oltre a quelli dichiarati, di infiltrati ne ha infilati in vari ruoli un po’ ovunque (Leonardo Fumarola, Diana De Bufalo, Emma autrice, Pino Perris, Fabrizio Moro, Amara e chissà quanti altri) può tornare finalmente a buttarsi sulla sua di scala, quella di Uomini & Donne, a lanciare lenti in studio sulle note di Elodie e Sergio (che schizzeranno miracolosamente in classifica) dimenticando così il matrimonio combinato con Conti. Convivenza forzata e visibilmente faticosa come quella di due coinquilini vincitori di borsa, sistemati dall’Università in una stessa maisonette, ma che in comune non hanno nemmeno l’attitudine alla pasta e tonno.

Vince Gabbani che, con un testo scritto a quattro mani col generatore automatico di parole, manda a casa Fiorella Mannoia spaccando così in due la lobby gay e di donne divorziate costituitasi in onore del festival. Un pacco di vittoria l’hanno tacciata indignati i fan del romanticismo disperato e dell’immobilismo tele-musicale. Mentre per gli estimatori del gorilla quella di Gabbani è piuttosto una vittoria di pacco. Pare infatti che più che le doti canore a far vincere il cantautore siano stare le doti nascoste. Amen (citazione).

 

Ad ogni modo il festival è riuscito anche in questa edizione nella sua missione: scontentare tutti. Il pubblico del Serale, i sostenitori della Turci, i malati di duetti, le ragazzine in crisi d’astinenza da boyband, gli amanti delle vallette ma più di tutto le ex. Dopo Rocìo, la Pellegrinelli, una botta si è sentita da Città di Castello alla discesa di Tina, nuova toygirl di Cassel, francese, ed il cui unico nesso con l’Italia è proprio la Bellucci. Crudeltà.

Crudeltà come un festival che tratta da super ospiti internazionali gli scarti – vedi Vallesi – e rottama i dinosauri della musica per poi dar loro il contentino (vedi Albano premiato al novantesimo per il miglior arrangiamento e per evitare polemiche).

Sebbene la polemica del festival sia proprio l’ingrediente principale. Soprattutto la solita di chi schifato non lo guarda e per non guardarlo nuovamente sarà costretto ad aspettare un anno intero.

 

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Messico e culo (dedicato a mio padre Franco Monteforte, 20-04-2014)

Un po’ d’anni fa, di questi tempi, mi riempivo la valigia di caftani colorati e altre cianfrusaglie e me ne andavo, dritta dritta, sola sola, in Messico. 
Il viaggio me l’ero conquistato con una mossa astuta di quella volpe di mio padre: l’aveva vinto suo nipote e mentre stava per riciclarlo al fratello, visto che nessuno dei suoi soci poteva andare, lui si era infilato a gamba tesa. Pochi istanti dopo ero al check-in. E poco importa se la sveglia non aveva suonato ed il primo volo Lametia-Roma si era permesso a partire senza la sottoscritta che, per il secondo, dovette sganciare la bellezza di 350 (quasi quanto costa un charter per il Messico in bassa stagione): stavo per sorvolare l’Atlantico.
Ad ogni modo, dopo una vita di fiera appartenenza alla setta dei vampiri, colta da improvvisa crisi mistica, mi ritrovai nella congrega dei lampadati. Di quel viaggio ricordo l’odore dell’abbronzante al cioccolato e le borse piene di resti di Carovit Melanin per prepararmi al sole tropicale. E, ovviamente, “Star bronzer” di Lancome: un gloss per pelli ambrate che odorava di sole e di Jennifer Lopez. Per sole star: ed io, con kg di lucido e i miei di troppo, mi sentivo una vera strafiga.
Ero finita in un tour organizzato composto da famiglie di palazzinari napoletani: i classici arricchiti. Inutile dirvi che li amavo. La crisi, per pochi mesi ancora, almeno per quanto mi riguarda, sarebbe stata solo un vago ricordo relegato al capitolo sul Keynesismo del mio esame di storia economica superato, a gran sorpresa, con 30. Ero ricca, abbronzata e felice. Almeno così mi sembrava. 
Essendo io dispari, in stanza, mi avevano accoppiato con un’altra zitellona: un esemplare di vergine ventottenne, mi pare di Avellino, che come prima cosa dalla borsa, preparatagli dalla sorella, aveva tirato fuori il rosario. Una concorrente ideale per RealTime, dato che quando dico vergine, questo non ha nulla a che fare con lo zodiaco. Eravamo proprio la coppia giusta per i Tropici! Non vi dico la serenità sulla sua faccia quando aveva intuito con chi era finita in suite; e quella della sottoscritta quando, a Cancun, si paventò la possibilità che oltre la stanza, dovessimo dividere pure il letto. Proprio come mi ero immaginata una delle mete più gettonate dello spring-break degli studenti americani: io, la ragazza più popolare della scuola (mai stata), una perfetta bulla di provincia, in una matrimoniale con una superstite di un Campus di “Adolescenti XXL”. Per fortuna la seminai per strada: lei amava il mare, io avevo fobia degli squali e preferivo la Jacuzzi e l’aqua gym con un metro e mezzo di istruttore indigeno che seguivo tra un margarita e un altro nel bar al centro della piscina del super report di Playa del Carmen da cui i partenopei di cui sopra non sarebbero più usciti – per fare le varie visite nei siti Maya, – perché lì, nello Yucatan, si trovavano in missione: tornare a via Toledo neri come tizzoni per far schiattare parenti e colleghi. Amen.
Io, invece, nonostante il mio dichiarato amore per il lusso più ostentato che mai, le gite me le feci tutte. E non solo: me le feci proprio come Dio comanda. Anzi come i Maya comandano perché a Chichén Itzá, nonostante il mio terrore per le altezze, salii fino a sopra la Piramide per poi riscenderla tutta di culo. In fondo era stato proprio il culo a portarmi fin lassù. Una gran botta di culo. Una di quelle che non ricordo più che si prova. Una di quelle che mi servirebbe adesso. Adesso che manco più mi ricordo chi ero e che volevo.
Ora se cercate una morale o un finale col botto in questa parabola mi sa che cascate male. Però, un fatto è certo: “Star bronzer” ce l’ho ancora. Credo sia andato fuori produzione però io l’ho ritrovato, per altra botta di culo, in una di quelle bancarelle di trucchi stock che si trovano alle fiere. Dovrei provare a rimetterlo e vedere se odora ancora di sole e di Jennifer Lopez. E, soprattutto, se odora ancora di me.
Scusate lo sproloquio ma è da stamattina che mi bombardo con questa canzone (Mexico – James Taylor 1975). Naturalmente la dedico a papà e lo ringrazio perché magari il mio presente fa schifo ed un futuro non ce l’ho. Ma che un passato ce l’ho avuto questo è fuori discussione

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

CALL ME – Il darwinismo del telefono: ovvero la sua evoluzione inversamente proporzionale alla nostra (Capitolo I) 28-05-2014

 

Lavita è quello che ti accade mentre stai aspettando che un cretino ti richiami.

Avremmo avuto bisogno di un John Lennon anche noi. Di qualcuno che ci amasse e ci spiegasse che la felicità è una pistola fumante. E, soprattutto, che ci telefonasse tutte le sere.

A  noi, non ci chiamava mai nessuno.

Ovviamente se in quel nessuno non si considera il segaiolo che mi cercava ansimando nel cuore della notte, i militari, gli ex mutati in stalker ed il kuwaitiano.

Il kuwaitiano era un altro nano, semi-obeso, con due lunghi baffi made in Medioriente che aveva raccattato A all’Alien. Lei era reduce da uno dei suoi finti svenimenti, quelli che metteva in scena quando si stava annoiando per convincere me, ancora in piena caccia, di tornarcene a casa. L’aveva agganciata con la scusa d’un’intervista. Come, non si sa, visto che lui non spiccicava una parola d’italiano e lei in inglese sapeva solo “Hopelessly devoted to you”. Da questo rimorchio era nata una lunga relazione di amplessi telefonici interrotti. Interrotti da un urlo, al suo pronto, e repentino lancio della cornetta in mia direzione. Ero l’unica a parlare inglese (la scusa ufficiale).

“You have gun in your eyes”, mi sussurrava il barilotto con accento da terrorista innamorato. E altre porno-romanticherie tipo: “Mersedes”, “Via Vinèto”.

 Il kuwaitiano resta tuttora l’unico ricco da cui saremmo state corteggiate in vita nostra.

Lui voleva comprare la nostra compagnia a suon di petroldollari. Noi, sempliciotte, ci credevamo delle mantidi meditando di farci pagare la bolletta Telecom.

Nota dolente.

A quel tempo la nostra unica fonte di sopravvivenza era il bancomat. Tra tutti i lavori che avremmo avuto, il migliore.

Era bello essere figlie di papà: il miglior ruolo possibile in società. E chiunque dica il contrario, dice una cazzata.

Il mondo era un luna park. E noi stavano sempre sul tagadà: in quella condizione di mezzo che sta tra un sussulto al cuore e un conato. Lasocietà era spaccata in due: quelli che si fingevano poveri e quelli che si fingevano ricchi. Noi non ci fingevamo niente: eravamo noi. Non avevamo contezza di alcun altro mondo al di fuori del nostro. Delresto ovunque andassimo eravamo allegramente disadattate (ma questo non scalfiva in alcun modo la nostra autostima: ci bastavamo).

Quelli che avrebbero dovuto essere i nostri simili, alla metà del biennio, per darsi un tono avevano assunto un’aria finto-stressata: “Corsi. Esami. Esoneri.” . Noi non sapevamo nemmeno di cosa parlassero: eravamo turiste. (Questadote ce la saremmo portata avanti tutta la vita)

Ci svegliavamo rosa e fresche come nocepesche al sole e prima ancora di posizionarci in verticale già stavamo pianificando gli imminenti obiettivi di guerra.

La nostra vita era un fine settimana senza fine. Il nostro guardaroba ne era il sintomo più evidente: non c’era un capo da giorno. Tutto stretching e lucido. Avevamo letto nei titoli di coda di Generazione X, credo, che Ambra in tv si truccava con cerone e cipria trasparente. Di corsa eravamo andate da Studio 13, la profumeria teatrale di piazza Cavour, a procurarceli: Kryolan, per cinema e tv.

E che ce ne importava a noi? Non avevamo nemmeno 20 anni e la nostra pelle era quanto di più simile ci fosse alla perfezione. Ci davamo dentro con quello stick fino a spazzar via ogni residuo di parvenza umana.

In foto sembravamo dei fantasmi: ci sentivamo giustissime.

Il bello della giovinezza è proprio questo: essere totalmente sbagliate.

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Piccole followers crescono (il Garantista, 21-06-2014)

Vorrei provare quel senso d’eccitazione da sabato che prova un’adolescente disadattata nel vagliare gli accessori più tamarri che ha per appostare uno stinginato che le piace e che a stento le dirà “Ciao”. 

Quanta gente insignificante abbiamo inseguito in vita nostra! A metterli insieme avremmo potuto allestirci il pubblico di Forum. Siamo andate dietro a così tante bestie che l’unica consolazione alla vergogna nel ripensarci è che fortunatamente non siamo state ricambiate (e che nessuno se li ricorda più). Pensa se ci avessero voluto! Pensa se uno solo di quei tontoloni a cui abbiamo riservato inseguimenti di massa su Corso Mazzini ci avesse degnate di uno sguardo! Chissà in che condizioni saremmo ora? Forse avremmo due o tre pargoli alle elementari, una cucina in muratura e una bifamiliare sulle T di Paola. Forse ieri saremmo andate a farci fare i boccoli col ferro per andare a vedere i saggi di danza delle nostre prosecutrici, panzute e scoordinate, per noi prossime etoile alla Scala. Forse oggi staremmo a fare polemica sui social vivisezionando la pagella dei nostri Einstein imprecando contro le ingiustizie della scuola, il costo della politica e piove Governo ladro. O forse saremmo in qualche trasmissione del pomeriggio protagoniste dell’ultimo massacro familiare regalando ai nostri vicini i famosi cinque minuti di celebrità – “Era bizzarra ma gentile”, “C’era qualcosa che non andava, si truccava troppo” – e al nostro Fb un’impennata di commenti (“Ci vuole la sterilizzazione”, “Lapidatela!”). Bisognerebbe sempre ricordarsi di impostare al massimo la privacy del proprio profilo prima di andare a trucidare qualcuno, altrimenti, poi, mentre siamo in gabbia, si riempie di giustizieri da tastiera e quando una decina d’anni dopo usciamo per buona condotta lo troviamo infestato di improperi.

Condizionale a parte, il nostro presente è il risultato degli innumerevoli – nonché inspiegabili – rifiuti subiti. La nostra libertà, la somma dei rigetti ricevuti. Il nostro charme, il prodotto dei dinieghi accumulati. Ha tutto più senso visto da questa prospettiva. Che non da quella di un cranio osservato da dietro che ondeggia spavaldo fingendo di non accorgersi di noi appresso. Come se non accorgersi di noi fosse possibile! Cari crani in ascolto, che adesso vi ritrovate in casa una faina agguerrita che strepita per la parete attrezzata, questa è la punizione divina per non esservi girati a guardarci. E la dimostrazione per noi che tutto faceva parte di un disegno più grande. In poche parole: mica credevate di piacerci davvero? Non s’insegue perché ti piace qualcuno: s’insegue perché ti piace inseguire.

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

N10 fermata Ottaviano (23 luglio 2014)

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Call roulette – Il paradiso dei reietti (Quotidiano della Calabria, 16 agosto 2010)

La città vuota è il paradiso dei reietti. Piccole solitudini, frammenti di società, strani individui, resti di umanità vagano nello spazio urbano come satelliti dispersi in una galassia  dall’aspetto familiare, ma assolutamente sconosciuta. È Edward Hyde che fa le vasche in centro con le infradito di Henry Jeckyll.
Ma quanta irrequietezza può contenere una città sola? Quanto toedium? Quanta tristezza? Quanti errori?
Di certo c’è solo che il luogo più perverso in cui assistere inermi all’agonia della calda stagione è qui, qui dove si è sempre stati. La città, ad agosto, è la montagna che va da Maometto. Un Maometto accidioso, col frigo vuoto, il letto sfatto ed un’esistenza da sprecare in rosticceria o aggrappati a qualsiasi altro squallido bancone. Perché il bancone è una banchina sperduta in mezzo all’oceano dove attraccano le barche che hanno perso la rotta. O che una rotta non l’hanno avuta mai.
I vizi, le tentazioni ed ogni altra emozione da poco sono serviti a domicilio insieme al resto del junk food. Basta scorrere una sdentata rubrica telefonica e premere un tasto a caso. Così, a occhi chiusi: tanto, l’uno vale l’altro. Si chiama call-roulette, una pericolosissima invenzione ideata dagli esseri umani abbandonati all’ombra dei palazzi. La versione firmata Meucci di quella russa, pericolosa almeno quanto vagabondare sul ciglio di una strada a scorrimento veloce. Perché la lentezza può essere altrettanto fatale di un piede schiacchiato su un acceleratore: cala la soglia di attenzione, ed il colpo che va a tiro è sempre quello col proiettile. È scientifico.
La pace è più rischiosa della guerra. Nella pace non v’è trincea. La pace, della guerra, è l’anticamera, il momento in cui si disegnano folli strategie per occupare colonie quasi sempre inutili, prive di qualsiasi risorsa primaria da rivendere sui mercati internazionali. Si vaga sempre in prima linea su marciapiedi semideserti imbottiti di mine antiuomo. Il dramma vero, tuttavia, non è l’inconsapevolezza con cui vi si passeggia sopra. Esattamente il contrario: è l’assoluta premeditazione nel calpestare il suolo ed insistere finché non espode.
Chi tenta di vivere cerca sempre anche un po’ di morire. Di prendere folli rincorse nel tentativo di sfondare muri di gomma. Quelli che non cadranno mai e contro i quali non moriremo mai, nè subiremo gravi lesioni. Tranne qualche piccola crepa sulla nostra tracotanza, l’unica compagna fedele in questa terra di randagi, di replicanti senza meta illusi che, cercando nella mischia di calzini spaiati dimenticati al fondo della cesta dei panni da stirare, se ne possa ricomporre almeno un paio, se non composto da elementi uguali, almeno vagamente simili. Indossabili nascosti sotto a lunghi pantaloni.
La città deserta è  il pantalone dietro il quale si è tentati di imboscare questi strani innesti. Di celare un calzino blu accoppiato ad uno nero. Una follia. Una vergogna. Una cosa da non fare assolutamente. O da fare continuamente? Questo il dilemma. La moda, in fondo, è solo mancanza di fantasia.

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Le fiere degli altri (da il Garantista 20 marzo 2015)

Somiglia all’estate la fiera, quella stagione sempre uguale a se stessa ma dalla quale ogni volta ci si aspetta un colpo di scena finale. Un affare, un amore, un tento omicidio. È il fiume di Eraclito dalle cui acque apparentemente identiche non esce mai fuori lo stesso bagnante, ma un uomo diverso dall’esaurito che vi si era tuffato in pausa pranzo: più povero e più compulsivo. La settimana dell’orgullo dei maniaci e degli accumulatori seriali ogni anno spacca il mondo a metà, dividendo il genere umano in due blocchi: quello dei fanatici e quello dei boicottatori. E negli ultimi tre giorni, al mercato, inutile dirlo, c’erano entrambi. Il talebano che “perché la fiera di San Giuseppe non si fa più a Lungocrati?”, il tormentato che non guarda tv e non frequenta bancarelle finitovi per colpa dell’eclissi, il discotecaro tutto Mdma e marshmallow fianco a fianco con la signora in Burberry, la signora in ciabatte, la signora in giallo e la signora appartatasi nella traversa col senegalese. Tutti riuniti sotto uno stesso cielo in questo Asylum all’aperto allestito in pieno centro città. Del resto, cosa c’è di meglio che mettere da parte le vecchie diffidenze e ritrovarsi tutti insieme appassionatamente in uno stesso luogo per far finta di non conoscersi? Il bello della fiera è proprio questo, buttarsi nella mischia ed uscirne ancora più asociali. Ogni 19 marzo si apre questo enorme buco nero che risputa fuori la qualunque: soggetti che credevi mummificati dopo il diploma che si manifestano da quello dei piatti facendoti scoprire, con sommo sgomento, che non erano deceduti, si erano semplicemente riprodotti; e poi gente che credevi esistesse solo online che si materializza in carne ed ossa, gente che credevi esistesse solo su Nat Geo che si materializza tra i vimini e gente che credevi esistesse solo in galera che si materializza a piede libero. Praticamente la lista “persone che potresti conoscere” di Facebook che equivale a persone che hai sempre evitato (sui social e su Corso Mazzini). Vale la pena investire gli ultimi spicci per godersi dal vivo questa passerella di fenomeni che manco Discovery. E lasciare che gli altri si godano noi. La fiera è democratica: ognuno, tra un tritaverdure e un profumo Camel, mette in gioco se stesso sacrificando un po’ della propria superbia, del proprio stipendio e del proprio decoro all’altrui autostima. Perché mentre noi siamo impegnati a ridacchiare dietro il risvoltino del paesanotto sceso dalle montagne per farsi il guardaroba nuovo, un paesanotto in risvoltino è impegnato a immortalare il nostro sederone per deriderlo nel suo gruppo Whatsapp. C’è chi la ama e chi la odia questa primavera araba come il kajal del marocchino che parla napoletano che non ci ha voluto togliere cinquanta centesimi sulla matita Dior tarocca ché quei centesimi gli servono per portare a giugno la moglie salernitana in un beauty center di Dubai, ma alla fine come sempre ci andiamo tutti. Per fare affari, per fare mano morte, per fare brutto, per dare sfogo a ogni sorta di disturbo alimentare e del comportamento in genere. La verità, però, è che ci andiamo tutti per sentirci migliori. Ecco perché nonostante gli olezzi, gli accoltellamenti, Ron, Fausto Leali, la merce cinese, gli stalker, gli zingari, i negri, il traffico, la culona col leggings bianco e il perizoma nero tra un anno esatto ci ritroveremo – la sciura della Cosenza bene, il fashion victim con dipendenza da anfetamine, la cougar con dipendenze da manzi subsahariani, ed il tormentato che odia Sanremo i mercatini e noi tutti – a fare abluzioni in questo stesso Gange che di portentoso, oltre alla pompa annaffiatrice che si allunga, ha solo di illuderci ogni volta di essere altro dagli altri.

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Memorie di una telesiana – di Carla Monteforte (da il Garantista 19-06-2014)

 

I miei esami di Stato me li ricordo come i giorni più gioiosi della mia vita. Non mi ero preparata nemmeno un tema. Ero troppo pigra anche solo per pensare di dover allestire una cartucciera: molto meno faticoso studiare e contare sulle mie forze. Del resto, di forze ne avevo da vendere.

La mia classe era una classe di poveracci, per i canoni del “Telesio” di allora, nei cui esclusivissimi corridoi passavano prima i cognomi e poi gli esseri umani che li indossavano, abbinati a borse Burberry, kefiah e Smemoranda. In quel regno dei patronimici noi eravamo felicemente nessuno. Questo, tuttavia, era un vantaggio poiché abbatteva le aspettative e, di conseguenza, competizione e ansia da prestazione.

Era il 1995 ed il mondo iniziava a piazza Kennedy e finiva a Carnaby Street, il regalo di promozione più gettonato dai maturandi. Il pomeriggio con Eschilo ad Eleusi e poi la sera con zio Pietro al bar Mazzini. Nella più totale incoscienza gettavamo le fondamenta per un futuro di umanesimo rivenduto a rigaggio i cui risultati avrebbero consolidato la nostra lunga e brillante carriera nei baretti.

Dopo qualche ora sui libri, ed un toto-traccia al telefono (fisso), si montava in sella al motorino. C’era ancora la miscela e c’era ancora piazza Fera. Lì, io ed il resto della mia girl-band, cercavamo riscatto alle fatiche pomeridiane, e a cinque anni di liceo da freaks (l’esatto opposto delle ragazze popolari), tentando di essere notate da una banda di tipacci al contrario nostro piuttosto popolari (tra le forze dell’ordine). Un solo sguardo e le nostre Emmanuel Schvili mutavano in top di pelle nera: e noi in Olivia Newton-John in Grease. Solo che invece del frullato correvamo a strafarci di Coca-Cola e a sedare i nostri embrionali istinti da api regina in pacchi di Highlander al ketchup.

Nessuna di noi aveva la minima idea di cosa volesse fare nella vita, solo una cosa c’era chiara: volevamo farlo a Bologna. Non c’avevamo mai messo nemmeno piede ma allora andava di moda così. Alla fine, ovviamente, andammo tutte altrove.

Nell’aria c’era una strana energia. Quell’energia che s’avverte durante i cambiamenti epocali. Quella era davvero la fine di un’era: al Telesio stava per andare in onda l’ultima puntata della terza H e su Canale 5 l’ultima di “Non è la Rai”.

I miei compagni finirono le prove venerdì. Io rimasi l’ultima da interrogare, il lunedì. Quel weekend di distacco tra la mia seduta e la loro generò in me un certo senso di solitudine, una percezione di diversità, retaggio di chi fa “primina”, che mi sarei portata dietro tutta la vita. Tollerai quel senso di inadeguatezza grazie ai Jefferson Airplane. Arrivai in classe agguerrita nei miei Dr Martens dieci buchi. Una ventina di minuti ed il diploma era mio. Per la maturità, invece, chissà quanto resta ancora da attendere.

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Parigi, angeli e resistenza

Ritorno a casa: tempo di mettere ordine, tempo di conclusioni. Tra tutte le cose che mi hanno emozionato, colpito, messo ansia, entusiasmato, spaventato di Parigi, questo piccolo disegnino è la cosa che più mi ha aiutato a capire come tante contraddizioni possano convivere e sublimarsi in una rara armonia in questa città sbattuta dalle onde ma che non affonda.
Ovunque andrai per la capitale di Francia sentirai stranieri sentenziare su quanto i parigini siano arroganti, ed è vero. Però proprio questa loro tracotanza, secondo me, è ciò che ha gettato le basi alla resistenza che poi è il sentimento che più si avverte trascinandosi come formiche senza pace da un arrondissement ad un altro.
Ho visto gente vestita a festa tracannare cocktail e fumare sull’uscio del Bataclan mentre a me solo l’insegna metteva la pelle d’oca. Ma la prepotente bellezza di questo luogo che ha braccia grandi da ospitare tanta incoerenza ha messo a tacere gli spari che rimbombavano nella mia testa e sussurrava “Fluctuat nec mergitur”.
(Questo angioletto è comparso su tanti muri di Parigi dopo gli attentati ed è opera di un artista che ha deciso di sporcare la sua città di pace)

By Carla Monteforte
Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty