About By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Se non è a Cosenza, Roma o Madrid, provate al bar

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Il neoproibizionismo – my fucking quarantine diary part VII


Il mondo si prepara a issare il sipario dopo le generali. Nei backstage c’è fermento. I superstiti impazienti già hanno preso posto in platea mentre, nel foyer, le chiacchiere tornano a fare da padrone. Si inveisce a caso, in attesa che il cellulare del parrucchiere torni libero per prenotare taglio e colore. In fondo alle scale c’è persino un gruppetto di negazionisti ariani che manifesta contro l’esistenza del virus: le immagini dei feretri sulle camionette militari sarebbero una farsa come il “moon hoax”, la balla dell’allunaggio opera di Kubrik, prodotta dalla Nasa per sferzare un colpo ai russi in guerra fredda. 

Il rumore è tornato prima della vita. Forse avrebbero dovuto internarci per sempre.

È incredibile che sia venerdì.  

Gli ultimi giorni li ho trascorsi imparando a tenermi a galla in queste acque ignote. Resto dove si tocca. 

Questa maledetta prudenza è l’ultima compagna con cui avrei sperato di dividere il mio tempo. Mi tedia come un astemio che mi marca ad uomo mentre sono in fila al bar. 

(Annoto tra le cose da fare nella vita bonus: “eliminare gli astemi”) 

Un vento caldo soffia sulla mia pelle ed è come un mal d’Africa: provo di nuovo qualcosa ma somiglia a un rimpianto. Sono una Lamborghini ferma in garage nelle mani d’un apprendista elettrauto che fa prove di rianimazione sul mio cuore scarico. Mi riaccendo, accelero, freno. Vorrei sfrecciare libera per le strade e affrancarmi da questo senso d’impotenza che mi castiga il corpo.

Che ho fatto in tutto questo tempo? 

La mia mente è assurda: programmata a rimozione, spazza via tutto ciò che non le garba come una massaia frettolosa di sparecchiare. Persino in quest’occasione non tradisce la sua natura: se provo a fare un riepilogo dei mesi appena trascorsi ho serie difficoltà. Sono passate poche lune dal mio rilascio eppure la detenzione perde già contorni come se le ruspe si fossero subito azionate per demolire quest’edilizia del dolore allestita nel cantiere dove sarebbe dovuta sorgere la mia vita

Come ci sono finita in questo gran casino?

 Ero al bar sotto casa a Roma a sfogliare quotidiani, leggevo d’un regista trovato morto in quarantena a Wuhan assieme al resto della sua famiglia, tutti sterminati dalla nuova Sars e d’un tratto mi ritrovo a Cosenza assieme alla mia di famiglia in quarantena pure io; il tempo di compatire i cinesi dai balconi che a quei balconi c’eravamo noi. Per il resto profumo di biscotti, retorica e bicchieri di rosso mandati giù come gocce di veleno. Anestetici emozionali, fard e fuochi fatui. E poi gatti, gatti e ancora gatti. 

Quanti felini servono per sopravvivere ad una pandemia sola? Mi domando mentre dalla moderna Olanda altre intellighenzie hanno decretato che per noi gattare sarebbe prudente adottare un micio fisso. Basta randagi raccattati in strada, solo esemplari in semilibertà che tornano alla ciotola timbrando pure il cartellino. 

Che orrore questo nuovo mondo in cui tutto è misurato col centimetro: la fila nei supermercati, le sedute dall’estetista e ora pure il numero di rognosi con cui infettare i nostri talami.

C’è chi dice che il virus sia già un ricordo lontano. Non ne ho idea, per buon auspicio mi sono messa lo smalto. Man mano che il gioco passa di livello aggiungo un pezzo di me alla persona che avevo smontato e riposto in scatola. Un vezzo, un retaggio borghese, qualcosa che mi ricordi che un tempo sono stata viva e incandescente come l’acetone che inalo a pieni polmoni in onore di quel popper che a 20 anni quasi mi stese in un cesso del Goa. 

Chissà se torneremo mai a ballare…

Questo è l’ultimo weekend della prima fase del neoproibizionismo prima del debutto nel mondo degli automi. Plexiglass, file, armature. Sotto quelle mascherine potrebbe esserci di tutto. Anzi peggio: c’è tutta gente già censita. Finiremo per accoppiarci con conosciuti (il nostro incubo peggiore sta per avverarsi)! Sento la mia vita così finita che quasi quasi ci spero in un’invasione aliena.

Un marziano è sempre meglio che smezzarsi pizza e covid col vicino.

Fase 2, la Terra vista dalla luna – my fucking quarantine diary part VI

La messa è finita, andate in pace!

Amici superstiti, è con immotivato orgoglio che comunico a voi tutti che ieri ha avuto luogo il mio battesimo su Marte. Col fiato ancora trattenuto ho circumnavigato il nuovo pianeta osservandolo con candore, spalmata all’oblò della mia navicella. Dev’essere questa la sensazione che provano i pesci quando incrociano lo sguardo dei visitatori negli acquari, mi sono detta per tutto il tempo della veloce ronda che ho imposto a me stessa per produrre anticorpi al virus dell’agorafobia.

Somigliava ad un lento sabato di fine luglio la città riemersa dagli abissi in questo inizio maggio che non dimenticheremo. L’ho costeggiata in ogni latitudine osservandone scorci e figuranti per riconoscere segni familiari dietro le mute. Che strana questa terra vista dalla luna (che non lontana pulsava fino a quasi esplodere allineandosi ai battiti dei cuori tramortiti dei risuscitati)! 

Il mondo si crede chissà chi ma in fondo è solo un set dismesso senza i suoi attori (quelli che ti fanno visitare nei tour organizzati negli Studios), ho pensato in un guizzo di ritrovata tracotanza. «Alla vostra sinistra potete ammirare la casa dove nel 1960 Alfred Hitchcook girò Psycho. Hi Norman, hi everybody». 

«Ciao Norman, ciao psicopatici» ho salutato le scenografie in disuso del nostro film precedente che una dopo l’altra si alternavano al mio cospetto, sentendomi più che un membro del cast una turista americana che tracanna diet coke in pantaloncini e visiera attendendo l’agguato dello squalo su una navetta Universal. 

(Poche ore più tardi avrei piazzato la mia bandierina sulla crosta terrestre. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per una disadattata)

Il virus non è morto ma è vivo e lotta assieme a noi! Gli scienziati si domandano perché abbia sterminato i cinesi di Wuhan e i laboriosi bergamaschi graziando quasi tedeschi e calabresi (e miracolando gli abitanti di Hong  Kong e dell’Isola del Giglio). Scopriamo pure che Bela Lugosi non è morto ma ha fondato il partito dei vampiri, già in piazza a rivendicare il diritto a succhiare il plasma dei guariti.

«Chi è questa gente? Chi sono questi alieni? Perché mi conoscono?». 

Sebbene il cielo sia d’una bellezza imbarazzante la sopravvivenza nel nuovo mondo si prospetta meno facile del previsto. Nella mia prima vera giornata di quasi vita non ho riconosciuto pressoché nessuno dei Visitors nascosti nelle armature che salutavano il mio passaggio. 

Questa esistenza bonus è praticamente un after (se mi avessero avvisata ci sarei arrivata ubriaca almeno, e non morta di sonno)! Dopo tanto buio il ricongiungimento con la luce è glorioso ma al contempo inopportuno come quando ancora vestita dalla notte prima col sole alto affronti la passeggiata della vergogna sgattaiolando fuori da un festino. 

Intanto che le mandrie tornano al pascolo ovunque s’ode l’eco delle cassandre che pronunciano vaticini catastrofici invitando le vacche a rientrare in fretta nei recinti altrimenti ad attenderle ci sarà il mattatoio.

Vivere o sopravvivere? Si domanda oggi Amleto messo al bivio che separa Netflix e lo spritz. Il diavolo è assai scaltro e per conservarsi muta pelle come il Covid ed entrambi potrebbero adesso aver assunto le seducenti sembianze del Campari o dello stallone costretto ai domiciliari con la consorte che vorrebbe ora assembrarsi con te per raggiungere il climax e in caso pure l’immunità di gregge. Che ansia!

Gli americani che stanno sempre avanti per ottenerla si sono rivolti invece che ai virologi direttamente ai p.r.. Scopriamo quindi che nello stato di Washington esiste un luogo chiamato Walla Walla e che alcuni dei suoi abitanti organizzano party con gli infetti special guest.
“Torna la febbre del sabato sera” potrebbero titolare i tabloid prima di passare al servizio successivo in cui Tony Manero attaccato a un respiratore mostra un cartello con su scritto “andrà tutto bene” e dai balconi parte “Stayin’ alive”. La paura di un nuovo lockdown è il vero nuovo coinquilino con cui ci toccherà dividere l’affitto in questa fase due. 

“Restiamo vivi” potrebbe essere l’inno perfetto di questa nuova, sgangherata era in cui la città riprende ad agitarsi, tutti si scuotono ed io mi sento Neil Amstrong per il solo fatto d’aver tirato fuori la bici dal garage.

Amor vincit Covid – my fucking quarantine diary part V


Ultimo giorno di detenzione. Mi domando se ai carcerati l’appuntamento con la libertà faccia così paura come a me stanotte. Mi sento molle, grigia, obsoleta. Vorrei bruciare i vestiti che ho indossato in questi mesi di lazzaretto mentale e sotterrarmi. 

Nel mentre il sonno ha avuto la meglio sulla mia vigliaccheria: ci siamo. La giostra è stata riavviata mentre i giostrai dormivano. Gli ingranaggi sono arrugginiti dal lungo stallo e ad ogni scatto le rotelle impolverate emettono uno stridio che contrasta col bel canto delle gazze ancora ignare del loro infame destino. 

We are back!

Più tardi forse prenderò coraggio e andrò a spiare il mondo da due metri di distanza. Intanto il buco della serratura rimanda immagini di redivivi già evasi dalle tombe. Replicanti mascherati che affrontano la prima volta con l’espresso nel giorno uno dell’anno zero post Apocalisse con l’apprensione di un vergine a cui hanno regalato una prostituta per debuttare nel mondo degli adulti. 

Chissà quando sarà la mia iniziazione? 

Il mio cuore ha smesso di battere settimane fa. Scalpitava cosi forte che per non farmi lacerare ho dovuto soffocarlo. Asfissiato da milioni d’imbracature emette ora un labile palpito utile a malapena a sollevarmi dal letto. Avevo cosi tanta vita dentro che mi toccherà mettere di nuovo tutto sottosopra per capire dove l’ho ficcata. Forse dentro i pacchi di roba di cui disfarmi assieme alle cuffiette dell’iPhone che sono l’altro grande giallo della mia poco avvincente quarantena. 

Sono un oggetto smarrito che nessuno è venuto a reclamare. Dal fondo del deposito in cui giaccio vedo la fila di gente accorsa a ritirare il proprio ombrello assottigliarsi e mi domando quante speranze restano che qualche sciagurato venga a reclamare me.

«Cosa me ne faccio della libertà? Io incatenata a te voglio stare» gli urlerei per la gioia di citare finalmente Assunta Patanè che si ritrova nelle braccia dell’ominide che l’aveva ripudiata, per ripudiarlo a sua volta un attimo dopo. Del resto dopo mesi nella mia tana, oggi che ho un biglietto omaggio per lo zoo mi sento poco più evoluta di lei che con treccia e baffi lasciava la Sicilia del delitto d’onore per andare a rivendicare il proprio nella Swinging London. 

Chissà quando potrò tornarci io a Londra? 

Nel dubbio mi sono fatta la ceretta e dal quartiere di fronte hanno sparato i fuochi d’artificio.
Inizia la mia fase due.

Era pieno inverno quando di colpo l’Italia abbassava le serrande e la roulette della mia vita si fermava per pura sorte in Calabria. Nell’armadio ho il miserabile contenuto della valigia fatta in fretta per un breve soggiorno fuoriporta. E a totale vocazione notturna (del resto il giorno mi ha sempre trovata molto meno interessante della notte perché mai avrei dovuto agghindarmi per lui?).

Oggi che hanno schiuso i recinti splende il sole di un maggio sfrontato ed il cappotto di lana italiana che a gennaio mi sembrava l’affare del secolo mi guarda e mi deride. «Cosa me ne faccio di te?» vorrei urlargli mentre fuori esplode la primavera e da mettere ho solo lui e un’ampia gamma di capi maculati. Potrei sceglierne uno per lasciare la gabbia come una tigre che torna nella giungla. Sarebbe bello abbandonare la cattività con passo fiero e felino.

Vorrei sentirmi pronta ad un ingresso trionfale nella vita ma la verità è che sono semplicemente depilata. Mi sento la cavernicola di prima. La caverna ed io siamo ormai un tutt’uno: le mura sono la mia pelle e per oltrepassarle dovrei scuoiarmi. 

Dicono che i contagi in Calabria siano ormai quasi a zero. Intanto i cecchini restano appostati sui tetti coi mirini sui sopravvissuti. Se questo nuovo fosse davvero un mondo migliore io adesso sarei una bionda spia e ad attendermi al cancello ci sarebbe Cary Grant inseguito da un aereo. Ma per me in fila solo uno stuolo di randagi, risultato dei miei 50 giorni di solitudine (e fotografia di un mio probabile avvenire).

La mia sceneggiatura non annovera intrighi. Sebbene gli strilloni riportino un’impennata di vendite d’anticoncezionali a poche ore dall’apertura delle stalle. 

Amor vincit covid: muta il virus e cosi il genere narrativo. Tornano gli amori clandestini e questo potrebbe essere l’happy end di questa fine primo tempo.

Alla fine sono rimasta a casa io. 

Questo nuovo mondo, chissà, forse è lo sconosciuto che aspettavo da sempre. Ma per un appuntamento al buio no, non ho proprio niente da mettermi!

Intrigo internazionale (1959, Alfred Hitchcock)

Dacci oggi il nostro Zirtec quotidiano – my fucking quarantine diary part IV

Rinchiusa nella torre senza un drago ho ceduto: faccio ufficialmente parte di quei milioni di italiani che stremati dall’isolamento si sono immersi nel proprio armadio nel disperato tentativo di trovarvi dentro un po’ di vita perduta. Quando non è possibile muoversi nello spazio non resta che farlo nel tempo. 

(E ad ogni modo la mia vita è di fatto finita in un cassonetto: tanto valeva rovistarvi)

Se penso a tutta la spazzatura altrui acquistata nei mercatini negli ultimi anni mi spiego come ho potuto tenermi stretta la mia. Quanta robaccia ho custodito e quanta roba di valore ho perduto: il mio armadio è la metafora della mia vita. Fortuna che sotto una montagna di stracci inutili alla fine spunta sempre una ventenne che scalpita per andare in discoteca.

Che stadio della quarantena è quando tiri fuori le foto cartacee? Ecco, ho superato quello. Ho cucito sulle mie piaghe ali di struzzo e sono volata nel ‘99 a farmi abbracciare dalla persona che più mi capisce: la me stessa dell’epoca. Siamo identiche.

In questi giorni le parole d’ordine sono due: “riaperture” e “prudenza”. Praticamente la bellezza della prima è totalmente vanificata dall’orrore della seconda.

Andando al sodo: se tutto andrà bene rimetteremo piede in un bar a fine maggio – previa tuta spaziale – e una carica di esplosivo ci farà saltare le budella se ci avvicineremo al bancone. (La vera jihad è questo virus: il mio stile di vita è sotto attacco)

In ogni angolo del pianeta continua la conta dei defunti: a New York si torna a seppellire nell’isola dei disperati. È agghiacciante. Eppure il mondo visto in cartolina dalla mia finestra sembra intatto: le stagioni si alternano, i pollini galleggiano, le gatte figliano. La natura continua la sua corsa incurante dell’uomo che resta indietro e scopre d’essersi sentito protagonista di un colossal di cui era poco più di un figurante. 

Detto questo l’inquietudine è tanta e mi tormento su come potremo sostenere una vita di restrizioni noi che non abbiamo mai imparato nemmeno a sostare sul lato destro della scala mobile. Andremo formattati e riprogrammati. Questo pensiero mi terrorizza. Vivere come un androide mi terrorizza.

Eppure già mi ci sento un automa da appena apro gli occhi e realizzo che questo non è un incubo e senza trasporto mi lancio nei miei gesti quotidiani: doccia, caffè e una sbirciata nelle vite degli altri che continuano a moltiplicare pani e pesci, nella candida illusione che riproducendo il miracolo dell’Eucaristia il Salvatore giunga presto a guarirci. Chissà.
So solo che chi sopravvivrà alla pandemia del 2020, dovrà superarne un’altra ne 2021: quella dei matrimoni. L’industria della nozze è ferma per cui dopo quella al lievito assisteremo alla corsa agli altari, strillano i giornali. Terminate le date appetibili, i promessi sposi che avranno scongiurato la peste non si faranno certo fermare dalle superstizioni e festeggeranno il loro amore pure di 2 novembre. 
Ho un mancamento.

( Una maratona di cerimonie era proprio quello che ci serviva dopo una quarantena!)

Nel mentre la mia capsula del tempo in linea all’algoritmo ha sputato un reperto del matrimonio di un cugino con me diciannovenne signorina garbatissima, un istante prima che lo champagne mi trasformasse in Courtney Love. Quante volte ho messo in imbarazzo i miei genitori e quante volte ho messo a disagio la mia famiglia. Quanto mi manca! 

Dal fondo della mia trappola oggi rimpiango le mie nefandezze e persino le inquisizioni di mia madre che indaga su eresie reali e non su chi abbia preso il suo caricatore.

In attesa che l’acqua come a Cana tramuti in vino, segno che l’Altissimo non dimentica le pecorelle ree di non aver panificato, per precauzione tengo sotto mano il numero del mio spacciatore. Al bicchiere della sera ieri ho aggiunto un antistaminico regalandomi un’ora (o forse due) di meritata narcolessia. Nel mio stato catatonico sono evasa dal purgatorio e mi sono ritrovata a travasare Gordon’s in bottigliette di plastica assieme ai miei amici di sempre in fila a una festa. Eravamo giovani e padroni dell’universo.

Abbi pietà di noi, Signore! Giuro che dalla parabola ho imparato la lezione: riportami viva su un bancone e mai più cederò alle lusinghe della vodka. Tornerò a bere gin finché morte non ci separi!


Stregata dalla luna – my fucking quarantine diary part III


Notte di super luna: sono un licantropo in gabbia. 

Ho voglia di ululare alla finestra come quando dopo una svernata in discoteca mi toccava la quarantena sui libri e al calar del sole come una lupa urlavo il mio dolore al cielo mentre i Kula Shaker invocavano Govinda e i condomini di via Cremona la polizia. “Per queste ce vuole ‘a camicia de forza” faceva eco il palazzo di fronte. 

(Trascorsi quasi 25 anni, il mio branco ed io continuiamo a considerarlo un complimento) 

Mi manca Roma. Baratterei mille di queste notti inutili per un’alba sul Gazometro nel 1998. L’esilio mi rende nostalgica o forse sono solo vecchia. Che culo: ho vinto un posto in poltronissima per la prima del mio film di cui sono unico spettatore.

Mi manca andare al cinema da sola. Appena avrò scontato il mio debito con l’universo comprerò un biglietto per un evento che non interessa a nessuno e lo sbandiererò orgogliosa all’ingresso e saprò di essere di nuovo io: un’anima in pena. Farò di queste catene che adesso mi tengono legata delle collane e sfebbrerò ballando con me stessa come quando, termometro a 39, presi due notturni per andare a vedere i Suede all’Horus Club. Entrambi adesso non esistiamo più. 

Ho letto una notizia che ha riacceso la mia fiamma: in uno zoo di Hong Kong due panda giganti si sono accoppiati! Erano 10 anni che gli operatori tentavano invano e adesso, grazie alla pandemia, lontano dai guardoni, la scintilla è scoccata. 

Quante letture meriterebbe questa parabola!

 L’amore non va forzato, innanzitutto. La natura men che meno, dovrebbe essere ormai chiaro. Ma mentre l’immagine dei due cinesi in amore è ormai un film a reti unificate nella mia testa, prendo atto che il romanticismo è l’ultima deriva alla quale voglio essere trascinata dalla cattività e l’improvviso afflato tra i due coinquilini non mi convince più: mi pare la solita vecchia storia che quando non ci capita di meglio ci accontentiamo di ciò che abbiamo a portata di mano. L’amico di sempre, il compagno di cella o l’ultimo decente rimasto a fine festa. 

Ad ogni modo, visto che la liaison ha occupato oggi parte del mio tempo da buttare,  forza Ying Ying e Le Le: dateci ancora dentro, siete tutti noi! 

Quanto mi piacerebbe essere sotto la console all’ora dei saldi. Farmi molestare dall’ultimo scarto rimasto sulla terra. 

Dicono che quella di stanotte sia la terza super luna dell’anno, la più bella. Ho dovuto chiudere le tende per non farmi tentare. Vivo internata da un mese: sentire la vita fa bene, sentirne troppa è un frontale. 


Andrebbe evitata ogni fonte di euforia. Pure la luce, come si fa dopo un intervento oculistico: s’indossano le bende e solo gradualmente si riemerge nel giorno. 

Chissà come sarà tornare a vedere, mi domando mentre nelle bende c’è avvolta chi ero ed il mio corpo è il suo sarcofago.  

In questi giorni la parola d’ordine è fase due: c’è chi freme. Io sono terrorizzata: ci faranno guardare il mondo ma non potremo toccarlo. 

Intanto i cavalli della notte continuano la loro corsa indisturbati mentre non troppo lontano scorgo ancora il rumore di zoccoli della giumenta che ero. Non chiedetemi di calmarmi quando mi leveranno le briglie. Sono consapevole che questo pensiero contraddice quello precedente ma la luna in cielo pulsa, nonostante le tende, e mi serve far finta di credere che quando apriranno le stalle potrò tornare a galoppare libera. 

O, vi supplico, fatemi abbattere.

To be played at maximum


Domenica di passione – my fucking quarantine diary part II

Domenica è un giorno sacro: è il giorno dedicato all’hangover. E la riflessione di oggi, per quanto mi riguarda, potrebbe benissimo concludersi qui. Andrò avanti mossa solo dalla necessità di spendere in qualche modo questo tempo rubato alla mia vita.

La domenica è il giorno in cui noi fenici risorgiamo dai nostri incendi. Mi manca godermi i miei sudati mal di testa, galleggiare beatamente nei sensi colpa, frugare tra le rovine del mio cervello alla ricerca di indizi sul delitto della sera precedente. Ho nostalgia dei blackout, di quel conflitto eterno tra memoria e oblio. 

In città volano droni, dicono. Nel pianeta dei dimenticati, dove sono io, di nuovo le tortore. Le scruto dalla finestra, ormai non esco più nemmeno in giardino. Lascio che la natura si goda indisturbata la sua breve festa. Nonostante i presagi, non mi convinco che la razza umana sia prossima all’estinzione. Non oso immaginare la delusione delle povere belve quando ci vedranno uscire nuovamente dalle gabbie. 

Il mondo prende fiato, intanto. E cosi il mio corpo. Ma non mi sento per niente felice.

Finirò di scontare la pena accompagnandomi ad un alleato insolito: il vino rosso. L’ho scelto perché non ne bevo mai. Volevo accanto a me qualcosa che avrei abbandonato senza drammi. Come si sceglie un amante d’estate, senza promesse. So che questi giorni avranno per sempre il sapore del nettare tanto atteso della sera e qualcosa mi dice che non vorrò rievocarli.

Quando sono in viaggio sono solita ordinare Margarita: non ci sono ragioni romantiche, è un cocktail difficile da sbagliare. Se penso al mondo là fuori sento il sale sulle labbra che si fonde all’aspro del limone e ho voglia di tuffarmi in un oceano di tequila e nuotare fino a NYC per farmi un happy hour al Village. Una delle prime persone che si è premurato di avere mie notizie quando in Italia è esplosa l’emergenza è stato il buttafuori dell’Hangar, un afroamericano di Brooklyn, sulla cinquantina, omosessuale, con cui ho condiviso un’indimenticabile mezz’ora della mia vita. 

Se esco viva da qui il primo cocktail sarà alla tua salute, Devon!

Intanto la giornata scorre lenta e la tv fa da sottofondo a questo tempo informe. Non ci faccio quasi più caso ormai: morti, canzoni, farmaci miracolosi.

Tutto avrei immaginato nella vita mia eccetto mi sarei trovata a pregare per un vaccino, eppure di preghiere assurde ne ho rivolte a migliaia a questo Dio. Credo m’abbia bloccato su tutti i social.

Giorni fa ho visto Almodovar battere le mani dal suo balcone di Madrid. Mi è sembrato così solo, per la prima volta l’ho visto anziano. A vent’anni, tornando alle preghiere indecenti, supplicavo Dio affinché me lo facesse conoscere. Ero certa si sarebbe innamorato di me, lo sono tuttora. 

Vorrei abbracciarlo.

Ho appena avuto un pensiero da stalker (evviva, sono ancora viva!): se fossi a Madrid, dove l’ho cercato disperatamente, violerei la quarantena per recarmi sotto casa sua. Ora so dov’è! Farei la pazza come Banderas in “Legami” pur di fargli sentire: “Te quiero, Pedro”. E questo assurdo film terminerebbe con una folle corsa su un’auto rubata e noi due che cantiamo a squarciagola “Resistiré” (che non a caso è diventata l’inno della quarantena española)

Quando tutto sarà finito (tamponi nel trolley) tornerò, Madrid!  Madrid mia, querida Madrid, che sempre m’hai donato vita, vederti così piegata es una herida en el alma. Tu alma es mi alma, Madrid. Resisti!

Torneremo a santificare le domeniche trascinandoci come zombie nel Rastro alla ricerca di cose tanto inutili da farci sentire indispensabili. A perderci in labirinti di passione e lasciarci dominare dalla legge del desiderio. 

Dobbiamo solo aver fede e nelle coctelere torneranno soda y vermùt. Ed il giorno dopo la testa farà così male che sapremo che Dio c’è. 

Perché la resaca è solo un altro segno del Signore per ricordarci che siamo vivi. 

Resistiré- Dùo Dinàmico (scena finale di “Legami” di Pedro Almodovar)

Party girls interrotte – My fucking quarantine diary (part I)

Non ce la faccio a dormire. Stasera, come molte altre che l’hanno preceduta, mi sono dedicata all’esercizio della memoria ripercorrendo pezzi di vita felice attraverso foto e video custoditi nella mia scatola nera, l’iPhone.

In questi giorni ho spesso la terribile sensazione di essere un puzzle smontato in mille pezzi e con disciplina provo a ricomporlo cercandomi nei frame del passato recente. Il mio viaggio nel tempo mi riconduce puntualmente nei meandri nella notte: per ricordarmi chi sono ho sempre l’esigenza di rivedermi truccatissima, lasciva, agguerrita, con musica assordante e drink in mano. Tra le tante me stesse che ho perso questa è quella che mi manca di più.

È sabato, un altro perso, un altro guadagnato.

Il silenzio che mi circonda contrasta la tempesta che sento dentro immaginando il rumore del ghiaccio che sbatte nel vodka tonic che mando giù durante la festa che si consuma nella mia testa.
Ho deciso di non sentirmi in colpa nei sempre più rari momenti in cui faccio spazio alla vita in mezzo a tanta morte.

Tutta questa morte intorno mi stringe il petto e mi accorcia il fiato. Non ero preparata ad essere una sopravvissuta. Eppure tante volte mi sono sentita superstite di me stessa e questa è un’altra nota assurda di questa vicenda: ho sempre creduto sarebbe stata la mia vita ad ammazzarmi, ma mai che mi avrebbero sepolta viva.

Se è vero che non prenderemo più aerei, il mio jet privato stanotte è volato a Miami. Ho un vestito troppo sbottonato sul davanti e avanzo per la Washington in cerca di guai.

(Apro una parentesi: se un giorno doveste cercarmi, come sto facendo io stanotte, provate prima al bar e poi dove c’è aria di marcio: lì mi troverete certamente)

La notte di Miami Beach è un abito che a gran sopresa mi veste alla perfezione: mi fa sembrare bella ed elegante persino. La gente che conta è subito ai miei piedi: pusher e buttafuori mi amano, le chiavi del paradiso sono mie. Il lusso pornografico dei clubbers ci fa sembrare tanto italiani, ma per una volta nel senso buono. Pensano che siamo gente di classe, li abbiamo fregati!

(Altra nota: se andate da quelle parti ricordatevi sempre di portare con voi un amico che si sente Gianni Versace)

Per strada tutti ci fermano, o siamo noi che fermiamo tutti, mica l’ho ancora capito.

Ogni passo un tuffo in un’altra vita. La gente ci regala un tour di qualche minuto nella propria esistenza. È meraviglioso. Ogni persona è una scatola cinese che ci conduce alla successiva. Amo gli sconosciuti.

Gli sconosciuti sono le persone che più mi mancano in questo isolamento. Non che non pensi alle braccia di un amico in cui sprofondare disperatamente, ma nel mio labirinto la ricerca di pensieri felici riconduce sempre al vicolo cieco della gente a caso.

Vivo isolata da un mese e provo alienazione dal mio stesso corpo. Lo sento altro da me, come fosse vuoto e dentro s’udisse l’eco generatasi dallo spazio lasciato vuoto dalla mia anima. Il mio spirito vaga tra l’Ade e le discoteche in cui ho trascorso tre quarti della mia esistenza che probabilmente dagli inferi, poi, non sono cosi  differenti.

Questo pensiero risveglia inevitabilmente nei miei ricordi il mito di Orfeo e Euridice che in effetti è la trasposizione letteraria del mio dilemma precedente: se sono uscita illesa dalle notti di Testaccio ho buone possibilità di uscire viva pure da questo di inferno. Vedremo.

Nel frattempo l’idea di essere stata surgelata come un bastoncino di merluzzo torna ad abbassare la temperatura del mio sangue: è primavera e ho freddo. Ho i piedi sempre gelidi da quando mi hanno internata. Se chiudo gli occhi però sento il vento caldo dell’Ocean Drive: è l’Atlantico che mi regala una carezza per convincermi ad addormentarmi.

È tardi e forse adesso ho sonno. Rimanderò i tormenti a domani con un’unica conclusione: se dovessi non farcela portate a spasso le mie ceneri con Uber pool e scrivete nel mio epitaffio “She’s in parties”.

Esquilino mon amour

Quando sono inquieta vado a piazza Vittorio. Sento una specie di richiamo ancestrale per questo non luogo che è una terra di nessuno e quindi pure la mia. Mi sento un frammento tra altri frammenti in cerca di chissà che. Di qualcosa. Di un’identità. E quasi sempre me ne torno a casa senza alcuna risposta ma piena di buste colme di stoffe e cianfrusaglie di nessun valore economico ma che per me sono fondamentali per comporre il puzzle sparpagliato che è la mia vita. Che sono io.

La mia giornata all’Esquilino è una via Crucis. Prima stazione: piazza San Giovanni, via Sannio. Un posto che non si fila quasi più nessuno e nel quale non trovo quasi mai nulla a parte me stessa diciottenne che vaga tra i banchi in cerca di chissà quale derelitto. Non è cambiato molto da quando indossavo anfibi che adesso sono in vendita nel reparto vintage. Sono vintage anche io, mi sa. Forse sono proprio il derelitto che cercavo quando col walkman alle orecchie frugavo tra i Loden infeltriti. Eppure resto una spettatrice in ritardo che vaga in un’enorme sala in cui tutti sembran aver preso posto a inizio film, tranne me.

Dopo aver lasciato un acconto per una pelliccia di volpe anni ’80 che non posso permettermi, che mai indosserò e che nemmeno mi va – ma che secondo Tiziana è l’affare del secolo (il suo) – piena di dubbi e sensi di colpa me ne vado a piedi verso la Mecca, attraversando viale Manzoni e risalendo verso il luogo dove prima era Mas e che adesso sembra il cimitero monumentale degli accumulatori seriali a cui non dimentico di rendere omaggio. Sono accolta da un ammasso di vecchie saracinesche abbassate e insegne non funzionanti che danno un’aria spettrale e al contempo irresistibile alla Babele di Roma. Mentre ad intermittenza le gemme e gli strass dei bangladini brillano dai cesti di plastica sin fuori le vetrine creando in me un senso di enorme eccitazione. Dando luce al mio cuore in penombra.

Chissà perché in questo perimetro così decadente io mi sento tanto io? Viva come come i tessuti sgargianti del Mercato Esquilino che io e le nigeriane non riusciamo a smettere di toccare, sotto lo sguardo di disappunto dell’indiana che li vende. Mentre il giovanotto africano del banco concorrente farebbe di tutto per piazzarmi la sua di mercanzia…

E poi, puntuale, arriva il momento più aulico della processione dei reietti: la sensazione che qualcuno ti stia inseguendo. Ed in effetti qualcuno mi sta inseguendo sul serio: se così non fosse non sarebbe piazza Vittorio. Il posto dove tutti cercano qualcosa e per qualcuno quel qualcosa sei tu. Almeno per qualche centinaio di metri. Almeno fin quando sui banchi non si manifesta un affare più conveniente, un ribasso o un prodotto più esotico.

È Chinatown bellezza: il luogo dove siamo tutti in vendita. Tocca solo stabilire il prezzo di partenza e quello a cui siamo disposte a scendere pur di sentirci volute, desiderate, possedute.

Ma chi lo stabilisce il nostro valore? Davvero il mercato? Davvero un turista di passaggio confonde noi per un souvenir?

Con la borsa piena di robaccia e punti interrogativi mi avvio verso la stazione Termini dove c’è il 70 ad attendermi assieme ad una fila di perdigiorno d’ogni specie che mi fanno l’occhiolino e mi sussurrano «”Bela”».

Ecco perché vengo qui: perché non mi sento sola mai tra altri vagabondi che non sanno chi sono ma che un prodotto di lusso lo riconoscerebbero anche sotto una catasta di fake.

Carla Monteforte

Natale a Cosenza. Cronaca di una morte annunciata

 

Non so voi ma io sono super felice di rivedervi. Fosse solo che, se sono qui con voi, significa che non sono più a Cosenza. Quel posto sperduto che Dio ha ficcato tra la Sila e il Tirreno che mi ha dato i Natali e che ogni Natale prova a farmi fuori.

Sono una ragazza di provincia io. Una di quelle che prima di tornare a casa ha già appuntamento per ceretta e semipermanente fissato da settimane e una scuderia di amanti storici scalpitanti perché Dolly torna in città. Il problema è uscirne viva poi.

Sono cattolica: a me il Natale piace santificarlo. Con un revival di problemi vecchi e un dramma tutto nuovo di cui pentirmi e dolermi in vista della Quaresima.

Come si fa a sentire l’aria delle feste senza i botti?

Da noi Natale sembra la Siria. Fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco tagliano il cielo della città e annunciano che Gesù Bambino è nato e che a via Popilia è arrivata la coca. Ne cade tanta di neve nel presepe e nei nasi, per festeggiare l’avvento di nostro Signore. Quel periodo in cui gli emigrati rientriamo ad Itaca e con i cappotti impregni di fritto vaghiamo per le strade che ci hanno partorito in cerca di antichi sapori e nuove malattie veneree. Del resto io sono una tradizionalista e per me Natale non inizia fin quando, prima di avventurarmi in un posto, non devo mandare un inviato in perlustrazione per capire se la mia vita è in pericolo o meno.

Quant’è bello sentirsi a casa!

Gente di cui ti vergogni, e che non vedi da decenni, che ti si siede a fianco mentre tenti di far colpo su quello che ti piace, e pretendechiarimenti su una vostra relazione immaginaria, chiedendo lumi sui motivi dell’immaginaria rottura.

Stupendo no?

Il buttafuori del locale, dove per una volta stai fingendo di essere una persona perbene, una professionista stimata che commenta il suo ultimo editoriale politico con un lettore interessato che la stima, che ti bombarda di Whatsapp chiedendoti di raggiungerlo nel vicoletto.

(Tu ovviamente non vai e soffende pure!)

I poliziotti in pattuglia che ti fermano mentre passeggi, come se camminare ubriaca fosse un reato, ma invece di arrestarti ti molestano.

Adel che la notte di Capodanno ti scorta dal portone di casa fino in pieno centro dicendoti che vuole portarti con lui in Marocco perché sei troppo bella ma ad una certa è costretto a voltarsi perché per inseguirti ha dimenticato la droga ed era uscito per lavorare.

Che belle le città piccole!

Quei luoghi incantati dove fuggi per cercare riparo dal caos delle metropoli per ritrovarti in pochi metri quadri, senza via d’uscita,con la persona da cui davvero eri scappata: te stessa. Più madre, sorelle e spirito santo che in occasione delle feste ripassano il repertorio dei santi mentre riversano valanghe di zucchero e grassi saturi su mesi di regime proteico.

Mamma aveva due interventi alle mani già fissati col chirurgo per i primi di dicembre: li ha disdetti doveva farsi i dolci di Natale. Non si fidava. La Vigilia, non contenta, ha infornato pure una pastiera.

La piaga sociale della Calabria non è la disoccupazione, il racket, le ndrine, ma sono i picchi glicemici da cui certamente ha origine tutto questo. La corruzione, la fuga dei cervelli, lo spopolamento, la Lega primo partito in regione, tutto nasce dalle massicce dosi di glucosio a cui siamo sottoposti come fossimo cavie di un misterioso esperimento divino e che siamo costretti a smaltire come cavalle imbizzarrite: galoppando a braccetto con i nostri stalker.

Gli ex, per i quali avevamo fatto in fretta e furia le valigie imboccando a rapina la SaRc, che ti ripropongono le loro palle addobbate a festa con la scusa del Santo Natale e che dobbiamo essere tutti più buoni. Cosi buoni che ci si sono aperti tutti i chakra e dentro ci si è infilato persino il vigilantes di Cetraro che alle 3 di una notte gelida di gennaio, dopo un mezzo limone, telefonava a un club di scambisti per sapere se era aperto.

Casa dolce casa.

Quel posto in cui torni leggiadra come sulla scena di un crimine e da cui scappi via come un ricercato con una taglia sulla testa.

Per fortuna passa tutto: la novena, i fritti, la famiglia riunita che ti prepara all’Iran. E una volta lontana, del Natale restano solo gli accumuli di grasso, i sensi di colpa e un non meglio identificato che continua a chattarti: “Hai capito chi sono?”.

“Senti bello, sono cattolica io! Per n’altra croce adesso ci vuole Pasqua!”

 

Dalle finestre del labirinto

Sento la pioggia da dietro la finestra mentre con la coda dell’occhio spio il mondo là fuori. Fa buio presto, per fortuna. La luce che si spegne lenisce l’angoscia di dover trovare una collocazione in quell’ingranaggio che è l’universo e nel quale mi sento come quel pezzo di Ikea che puntualmente mi resta in mano, pur seguendo alla lettera il libretto di assemblaggio. La notte, invece, è il buco nero dove vanno a finire i detriti delle galassie, tipo me.

(Insieme infatti siamo perfette)

Chi ci capisce più niente delle stagioni che si accatastano come merce tenuta alla rinfusa nel garage di un accumulatore seriale?

Riesco a incasellare la mia vita negli anni, uno per uno, fino all’ultimo di università, dopodiché un asteroide si è abbattuto sulla terra e i lustri si sono aggrovigliati in un unico enorme ammasso informe. Finché non ne è arrivato un secondo ed il caos si è riorganizzato con due nuovi confini: il prima e il dopo.

Non riesco a immaginare nulla di ciò che è accaduto nella storia recente –  crisi economiche, emergenze climatiche, colpi di Stato – che in qualche modo non abbia a che fare con questi due eventi soprannaturali: la malattia e la morte di mio padre.

Mio padre era la mia casa, la finestra da cui mi affacciavo al mondo. Pensate il casino quando i nostri infissi sono stati imbrattati da un branco di squatter dal nome assurdo: placche di beta amiloide.

Disturbo neurocognitivo maggiore o lieve dovuto a malattia di Alzheimer.

Avevo 23 anni quando il mio mondo iniziò ad essere abitato da soli sconosciuti. Una passerella sospesa nel vuoto attraversata da individui senza nome e senza volto.

Quanti ne ho visti passare nel mio soggiorno, nemmeno potreste immaginarlo.

È da allora, probabilmente, che gli stranieri sono diventati i miei esseri umani preferiti.

Dalla mia finestra prima vedevo l’America, il mio avvenire tra viali enormi pieni di luci e credenze zeppe di pacchi di pop corn gigantenschi. Tutto Xxl. Poi l’America iniziò a restringersi ed i viali divennero strettoie. Per vedere il cielo da quelle viuzze dovetti imparare a camminare su tacchi esagerati. Quelli che passi, la terra trema e la gente mormora. Ma chi se ne fotteva?

Ero in purgatorio, sì, ma se sentivo la terra muoversi ancora sotto i miei piedi ed il cielo cadere giù, ero viva. Come mi ripeteva Carole King, stella polare del labirinto da cui eravamo state ingoiate io e le mie sorelle.

Poi smisi persino di sperarci, fu allora che le porte si spalancarono: l’America era ancora dall’altra parte della luna, ma il mio esilio era finito. Ero libera. Di nuovo nel mondo in mezzo a tutti sconosciuti.

Diventai una sconosciuta anche io. Fu cosi che smisi di avere paura, diventando io la straniera. Una di quelle che ti affacci alla finestra e vedi disperdersi nella folla di volti tutti identici.

Ne vedo ancora infiniti dalla mia, e tra quegli infiniti mi vedo di nuovo pure io.

L’inquietudine è il mar in cui m’è dolce naufragar.

Ma è mentre faccio il morto nelle incertezze che un pensiero inquietante disturba la mia traversata. E se fossi finita in un nuovo dedalo?

L’essere umano è una creatura seriale ed in quanto tale tende a ripercorrere gli stessi sentieri all’infinito.

Dispersa in quella miriade di anime senza traiettoria c’è un insegna a luci intermittenti che mi abbaglia nelle tenebre in cui amo galleggiare: «Algoritmo», c’è scritto. Mi domando se sia io adettare le coordinate al mio, o sia lui il mio nuovo Minotauro. Colui che mi tiene per mano e mi conduce in nuovi vicoli ciechi che io chiamo libertà.

Come andrà a finire questa nuova storia non lo so. Per scoprirlo ci vorrebbero pacchi di pop corn xxl.

Carla Monteforte