By Carla Monteforte

About By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Posts by By Carla Monteforte:

Sanremo senza vallette? Maria, chiudi la busta

 

 

Come un branco di leoni affamati aspettavamo Sanremo per sbranarci i protagonisti ad uno ad uno e sedare il nostro appetivo represso vomitando le nostre frustrazioni sulle vite (e gli abiti) degli altri, ed invece, invece delle carni e del sangue, abbiamo avuto in pasto un pasticcone di melatonina servitoci da Maria in abito da ricovero e Carlo Conti pronto per l’imbarco a Malindi.

È stata dura ma alla fine ce l’abbiamo fatta a rimanere sveglie alla scaletta di Telethon spacciata per Sanremo. Sì, perché Sanremo è Sanremo non è Pomeriggio 5 dove tra uno stacchetto e lo spot di Coconuda trovano spazio eroi e morte. Troppo lunghi i momenti di tv-verità e troppo male inseriti in un format dove a stento trova spazio la musica.

Detto questo, ciò che più è mancato nella prima serata del programma “delle larghe intese” – come ha giustamente detto Crozza prima di servirci il colpo di grazia – sono le vallette. Sanremo è come la messa: senza chirichetti non si canta. Ed i sanremesi sopravvivono al susseguirsi delle edizioni (e dei conduttori) bramosi di scandali e spacchi da deplorare. Di taglie 38 da fare a pezzi a suon di radiografie e abiti inguinali per i quali invocare il comune senso del pudore e la morale. Parliamoci chiaro: un festival senza signorine discinte e lascive che ammiccano dalle scalinate leggendo a fatica il gobbo (peggio di Maria) non è un festival. Fortuna che sul finale, quando i bambini già erano a nanna, Conti ha fatto scendere le scale a Diletta Leotta, fresca di video hard e per questo promossa all’Ariston (come Paris, come Kim).

Ma quello iniziato ieri è stato in assoluto il festival delle ragazze anni ’90 che agguerrite ancora attendevano l’avvento di Ricky Martin e del suo movimento pelvico che 20 anni e passa prima le aveva introdotte agli ormoni. E 20 anni e passa dopo alla disperazione placata, per fortuna, da Tiziano e dalla sua compagna Carmen Consoli la cui hit, la più cantata da donne quarantenni in crisi e omosessuali bloccati nel traffico, ha dato Conforto all’angoscia e reso divertente l’esaurimento. Di una vita ancorata ai poster di Cioé e di un festival da chiudere la busta e rifugiarsi in un’altra depressione.

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Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Bowie, biochetasi e tempi di ripresa brevissimi

FESTIVAL DI SANREMO 1997 – NELLA FOTO DAVID BOWIE OSPITE AL FESTIVAL

Sono passati 20 anni. Il 1997 l’attesa era grande: Mike presentava un grande Sanremo e Bowie cantava Little Wonder, colonna sonora di un periodo felice e fondamentale della mia giovinezza e della mia vita intera. Il 2 luglio dello stesso anno l’avremmo visto a Pistoia. Io la mattina della partenza avevo la febbre alta ed un’intossicazione in corso. Mi svegliai nella mia casa di via Cremona 59, Roma, in delirio e con Maura, più in delirio di me, che mi saltava sulla pancia convinta fosse il giusto metodo per farmi riprendere. Alla fine come Lazarus resuscitai e partimmo. 
Ogni giorno quando la vita mi sembra schifosa dovrei ripensare a quella mattina e al fatto che non importa se e quanto stai male, l’importante è avere tempi di ripresa brevissimi.

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Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Piccole followers crescono (il Garantista, 21-06-2014)

Vorrei provare quel senso d’eccitazione da sabato che prova un’adolescente disadattata nel vagliare gli accessori più tamarri che ha per appostare uno stinginato che le piace e che a stento le dirà “Ciao”. 

Quanta gente insignificante abbiamo inseguito in vita nostra! A metterli insieme avremmo potuto allestirci il pubblico di Forum. Siamo andate dietro a così tante bestie che l’unica consolazione alla vergogna nel ripensarci è che fortunatamente non siamo state ricambiate (e che nessuno se li ricorda più). Pensa se ci avessero voluto! Pensa se uno solo di quei tontoloni a cui abbiamo riservato inseguimenti di massa su Corso Mazzini ci avesse degnate di uno sguardo! Chissà in che condizioni saremmo ora? Forse avremmo due o tre pargoli alle elementari, una cucina in muratura e una bifamiliare sulle T di Paola. Forse ieri saremmo andate a farci fare i boccoli col ferro per andare a vedere i saggi di danza delle nostre prosecutrici, panzute e scoordinate, per noi prossime etoile alla Scala. Forse oggi staremmo a fare polemica sui social vivisezionando la pagella dei nostri Einstein imprecando contro le ingiustizie della scuola, il costo della politica e piove Governo ladro. O forse saremmo in qualche trasmissione del pomeriggio protagoniste dell’ultimo massacro familiare regalando ai nostri vicini i famosi cinque minuti di celebrità – “Era bizzarra ma gentile”, “C’era qualcosa che non andava, si truccava troppo” – e al nostro Fb un’impennata di commenti (“Ci vuole la sterilizzazione”, “Lapidatela!”). Bisognerebbe sempre ricordarsi di impostare al massimo la privacy del proprio profilo prima di andare a trucidare qualcuno, altrimenti, poi, mentre siamo in gabbia, si riempie di giustizieri da tastiera e quando una decina d’anni dopo usciamo per buona condotta lo troviamo infestato di improperi.

Condizionale a parte, il nostro presente è il risultato degli innumerevoli – nonché inspiegabili – rifiuti subiti. La nostra libertà, la somma dei rigetti ricevuti. Il nostro charme, il prodotto dei dinieghi accumulati. Ha tutto più senso visto da questa prospettiva. Che non da quella di un cranio osservato da dietro che ondeggia spavaldo fingendo di non accorgersi di noi appresso. Come se non accorgersi di noi fosse possibile! Cari crani in ascolto, che adesso vi ritrovate in casa una faina agguerrita che strepita per la parete attrezzata, questa è la punizione divina per non esservi girati a guardarci. E la dimostrazione per noi che tutto faceva parte di un disegno più grande. In poche parole: mica credevate di piacerci davvero? Non s’insegue perché ti piace qualcuno: s’insegue perché ti piace inseguire.

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Le fiere degli altri (da il Garantista 20 marzo 2015)

Somiglia all’estate la fiera, quella stagione sempre uguale a se stessa ma dalla quale ogni volta ci si aspetta un colpo di scena finale. Un affare, un amore, un tento omicidio. È il fiume di Eraclito dalle cui acque apparentemente identiche non esce mai fuori lo stesso bagnante, ma un uomo diverso dall’esaurito che vi si era tuffato in pausa pranzo: più povero e più compulsivo. La settimana dell’orgullo dei maniaci e degli accumulatori seriali ogni anno spacca il mondo a metà, dividendo il genere umano in due blocchi: quello dei fanatici e quello dei boicottatori. E negli ultimi tre giorni, al mercato, inutile dirlo, c’erano entrambi. Il talebano che “perché la fiera di San Giuseppe non si fa più a Lungocrati?”, il tormentato che non guarda tv e non frequenta bancarelle finitovi per colpa dell’eclissi, il discotecaro tutto Mdma e marshmallow fianco a fianco con la signora in Burberry, la signora in ciabatte, la signora in giallo e la signora appartatasi nella traversa col senegalese. Tutti riuniti sotto uno stesso cielo in questo Asylum all’aperto allestito in pieno centro città. Del resto, cosa c’è di meglio che mettere da parte le vecchie diffidenze e ritrovarsi tutti insieme appassionatamente in uno stesso luogo per far finta di non conoscersi? Il bello della fiera è proprio questo, buttarsi nella mischia ed uscirne ancora più asociali. Ogni 19 marzo si apre questo enorme buco nero che risputa fuori la qualunque: soggetti che credevi mummificati dopo il diploma che si manifestano da quello dei piatti facendoti scoprire, con sommo sgomento, che non erano deceduti, si erano semplicemente riprodotti; e poi gente che credevi esistesse solo online che si materializza in carne ed ossa, gente che credevi esistesse solo su Nat Geo che si materializza tra i vimini e gente che credevi esistesse solo in galera che si materializza a piede libero. Praticamente la lista “persone che potresti conoscere” di Facebook che equivale a persone che hai sempre evitato (sui social e su Corso Mazzini). Vale la pena investire gli ultimi spicci per godersi dal vivo questa passerella di fenomeni che manco Discovery. E lasciare che gli altri si godano noi. La fiera è democratica: ognuno, tra un tritaverdure e un profumo Camel, mette in gioco se stesso sacrificando un po’ della propria superbia, del proprio stipendio e del proprio decoro all’altrui autostima. Perché mentre noi siamo impegnati a ridacchiare dietro il risvoltino del paesanotto sceso dalle montagne per farsi il guardaroba nuovo, un paesanotto in risvoltino è impegnato a immortalare il nostro sederone per deriderlo nel suo gruppo Whatsapp. C’è chi la ama e chi la odia questa primavera araba come il kajal del marocchino che parla napoletano che non ci ha voluto togliere cinquanta centesimi sulla matita Dior tarocca ché quei centesimi gli servono per portare a giugno la moglie salernitana in un beauty center di Dubai, ma alla fine come sempre ci andiamo tutti. Per fare affari, per fare mano morte, per fare brutto, per dare sfogo a ogni sorta di disturbo alimentare e del comportamento in genere. La verità, però, è che ci andiamo tutti per sentirci migliori. Ecco perché nonostante gli olezzi, gli accoltellamenti, Ron, Fausto Leali, la merce cinese, gli stalker, gli zingari, i negri, il traffico, la culona col leggings bianco e il perizoma nero tra un anno esatto ci ritroveremo – la sciura della Cosenza bene, il fashion victim con dipendenza da anfetamine, la cougar con dipendenze da manzi subsahariani, ed il tormentato che odia Sanremo i mercatini e noi tutti – a fare abluzioni in questo stesso Gange che di portentoso, oltre alla pompa annaffiatrice che si allunga, ha solo di illuderci ogni volta di essere altro dagli altri.

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Parigi, angeli e resistenza

Ritorno a casa: tempo di mettere ordine, tempo di conclusioni. Tra tutte le cose che mi hanno emozionato, colpito, messo ansia, entusiasmato, spaventato di Parigi, questo piccolo disegnino è la cosa che più mi ha aiutato a capire come tante contraddizioni possano convivere e sublimarsi in una rara armonia in questa città sbattuta dalle onde ma che non affonda.
Ovunque andrai per la capitale di Francia sentirai stranieri sentenziare su quanto i parigini siano arroganti, ed è vero. Però proprio questa loro tracotanza, secondo me, è ciò che ha gettato le basi alla resistenza che poi è il sentimento che più si avverte trascinandosi come formiche senza pace da un arrondissement ad un altro.
Ho visto gente vestita a festa tracannare cocktail e fumare sull’uscio del Bataclan mentre a me solo l’insegna metteva la pelle d’oca. Ma la prepotente bellezza di questo luogo che ha braccia grandi da ospitare tanta incoerenza ha messo a tacere gli spari che rimbombavano nella mia testa e sussurrava “Fluctuat nec mergitur”.
(Questo angioletto è comparso su tanti muri di Parigi dopo gli attentati ed è opera di un artista che ha deciso di sporcare la sua città di pace)

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2016, tocca pedalare

Primo gennaio, tempo di bilanci e buoni propositi. Dell’anno appena andato in fumo posso dire senza esitare che è stato uno schifo. Il primo senza mio padre, incastrata in quello che più che un lavoro è una pena da scontare, in un luogo in cui mi sento sempre più ai margini. Ho smesso pure di scrivere, cazzarola. Ed io senza scrittura sono niente. Non ho senso pratico, dimestichezza con la burocrazia, non so fare le torte. So solo tradurre le sensazioni in parole. E quando ti mancano pure quelle – sensazioni e parole – significa che non sei più tu. A volte infatti me lo domando se sotto questo strato di cerone c’è ancora la ragazzaccia di prima. Quella che camminava sola di notte sicura di spaventare lei i malintenzionati.
Di buono c’è che, negli ultimi dodici mesi, oltre ad una certa dose di cinismo, ho accumulato pure una certa dose di cosmetici e ciò mi rende vagamente soddisfatta. E anche vagamente carina. Per il resto, per fortuna, ho le persone che amo (sempre le stesse),il gatto e la bicicletta (new entry). Quando pedalo fino ad alienarmi dalla realtà intravedo la sfocata illusione di poter iniziare ancora una volta da zero. Se ho un talento è proprio quello: pedalare e inventarmi da capo. Che poi è anche il mio buon proposito del 2016. Mi piacerebbe ritrovare la mia tracotanza senza lasciarmi persuadere che quelli di tutti siano i desideri miei. Mettere una barriera di sicurezza ai sogni dovrebbe essere la nostra unica missione. Se ci levano pure quelli siamo proprio niente. Come me ora. Io che a conti fatti, in 38 anni, non ho combinato nulla di buono eccetto – e questo è il motivo per cui in extremis salvo il 2015 – riuscire a non essere invitata a nessuna tombolata

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Limonate e vuoto cosmico

  • imageVorrei tanto concentrarmi sulla ricerca di un nuovo e vero lavoro, sul futuro, su un altrove in cui traslocare la mia esistenza, sull’orologio biologico che non ne vuole sapere di battere. Superare il blocco dello scrittore. Avere già una nuova serie da guardare. Trovare motivazione in questa campagna elettorale che attraversa Cosenza e Roma, le mie città, e appassionarmi per qualcuno o qualcosa. Analizzare le ragioni del Pd, dire la mia su delfini e cinghiali, partorire qualcosa di arguto sull’eredità di Casaleggio. Avvertire ansia per clientelismi, voti di scambio e infiltrazioni mafiose. Per il clima, le trivelle, le carni rosse e le schede bianche. Vorrei aver voglia di ribellione, scoop, scandali, inciuci, curcuma, noodles di zucchine, buchi, trasversalismi e aperitivi a scrocco. Di far sentire la mia voce, esporre un’opinione, prendere posizione. Avere un parere sulla giuria di Cannes senza dimenticare una brillante digressione sulle primarie dem americane. Vorrei aver già scelto tra Hillary e Sanders. Aver deciso se andare a Milano o a Roma. Se uscire in bici o prendere la macchina. Se andare a votare o meno. Avvertire una qualsiasi sensazione, preoccupazione, interesse, stimolo che frantumi questo vuoto emotivo e che non riguardi Beyoncé che finalmente ha sputtanato le corna di quella merda di Jay Z
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Make up, accidia ed autolesionismo

Il trucco per me non è una passione, è un disturbo compulsivo. Ed è proprio la compulsione che ogni giorno mi spinge ad aggiungere su Instagram nuovi account appartenenti a guru (o perfette sconosciute) del make up provenienti da ogni angolo del pianeta con particolare predilezione a quelle Made in Medio Oriente. Perché è lì che risiede la Mecca del beauty che ha il volto paralizzato di esemplari di femmine ricche, dai capelli d’ebano, pelle olivastra, senza imperfezione alcuna come le loro makeup station. Instagram è per me diventata una scatola cinese in cui non v’è traccia delle portinerie di Facebook (di cui invece guru sono io) ma in cui ogni giorno scopro tesori e illuminanti infiniti, costosi e che non posso permettermi soprattutto perché introvabili in questo angolo di mondo in cui invece sono confinata io. C’è da dire però che in fondo a quella scatola il tesoro più prezioso che ogni giorno scopro non è il nuovo Glow kit di Anastasia ma il coraggio. Il mio a presentarmi ancora in pubblico dopo essermi torturata per ore con queste fregne assurde – quanto i loro beauty – che mi ricordano quanto sono miseraimage image image image image image image image (altro…)

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Piazza Kennedy, vent’anni dopo. Ed il cuore batte ancora

Quant’è ingiusta la vita, prima ti fa provare il liceo e poi ti schiaffa in un mondo di vecchi, brutti, pieni di tasse da pagare e figli da prendere a scuola. Che schifo. L’esistenza dovrebbe andare alla rovescia: così invece di perderci potremmo ritrovarci. Belli, senza rughe, col cuore in gola ed un mondo nel diario. Come quando facevamo la miscela al Sì per fare le ronde a piazza Kennedy ed i nostri genitori, giovani pure loro, le facevano intorno a noi.

 

Della mia piazza Kennedy è questo che mi manca: il vagare senza meta. Ma come se fosse una missione. Il non avere bisogno di nulla, perché ci bastavamo.

Chi l’avrebbe mai detto che la giovinezza sarebbe diventata un nodo in gola? Come quello provato ieri mentre dopo 20 anni lasciavamo di nuovo quel metro quadro in cui i nostri cuori avevano battuto all’impazzata pedinando bulletti di quartiere da cui puntualmente venivamo respinte. Ignorate, per l’esattezza. E per fortuna.

Essere ignorate era bellissimo. Essere delle ultime era stupendo.

 

Io e le mie amiche eravamo il gradino più basso della scale sociale di un luogo grande pochi passi e che ci sembrava l’universo. Sotto di noi solo i freaks. Eravamo strane e male assortite. Ma la mano non ce la lasciavamo mai. Di tutti quelli che abbiamo inseguito senza pudore (e senza parlare) dalla Concessionaria al Mazzini, dal Bar Carbone a Marcello, all’appuntamento di ieri, come da pronostici, non si è presentato nessuno. Del resto ce lo aspettavamo, nessuno di questi si è mai nemmeno iscritto su Facebook per paura di essere nuovamente rintracciato. Forse finire gli orali degli esami di Stato, voltarsi per cercare lo sguardo degli amici e ritrovarsi noi (perfette estranee) in aula non è stata proprio la bella esperienza che avevamo ipotizzato quando ci siano presentate allo Scorza a regalare l’ultimo trauma al più bello e dannato degli anni Novanta, Pietro. Piaceva a me e all’amica mia – cosa inconcepibile adesso – ma allora si poteva fare. La parola stalking non era stata ancora inventata, e noi già lo praticavamo di gruppo.

 

Quanta gente inutile abbiamo tallonato. Non so nemmeno perché li inseguivamo. Non volevamo nulla: non cercavamo attenzioni, affetto. Di certo non cercavamo sesso. Fondamentalmente ci piaceva solo inseguire. Appostarci dietro ad uno e rincorrerlo starnazzando mentre dall’altro una più lucida (si fa per dire) ci ammoniva: «Adesso state per fare una di quelle figure che peggiori al mondo non se ne possono fare».

Ma che ce ne fregava?

 

La cosa più tremenda che la vita da adulte potesse propinarci è stato farci fare i conti con l’apatia , un’emozione prima sconosciuta che ti entra dentro e si nutre delle altre. Ti infetta, te le le risucchia. Quant’era bello invece soffrire. Struggersi d’amore ad una cabina telefonica per qualcuno di cui manco sapevi la voce se non per il «Pronto». Quant’era stupendo raccattare gettoni, trovare numeri di rete fissa sull’elenco di un bar, chiamare a raffica e poi riattaccare.

La cosa più brutta che l’epoca contemporanea potesse fare è stato rendere obsolete le telefonate anonime.

 

Poco prima che scattasse l’ora legale, ieri, ci siamo regalate un sogno: le lancette le abbiamo messe indietro di più di due decenni, noi. Non c’erano figli, mariti, compagni, colleghi, piattole, piaghe, ragadi e tutti i prodotti con data di scadenza oltre il 1995.

A piazza Kennedy siamo arrivate in pieno stile piazza Kennedy: appuntamento a piazza Fera, puntatina da Pranno e poi vasca.

Mentre a casa mi preparavo, e durante tutto il tragitto che dalla farmacia Serra porta al Cinese di via Alimena, sentivo l’elettricità sotto pelle. Quell’aspettativa, quella frenesia ingiustificata e perduta che mi mancava da troppo. Almeno quanto mi mancavano le aquile, le vere (uniche) grandi assenti. Perché per il resto, ieri come allora, non mi mancava proprio nulla.

In fondo chi dopo 20 anni è tornato in quel luogo non cercava qualcosa o qualcuno. Se non se stesso.

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8 marzo. Il mondo è femmina

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