Turista per caso (pensieri a caso di una sconosciuta in casa propria)

È incredibile come qualcosa che hai avuto di fronte milioni di volte durante tua esistenza sgangherata possa metterti così tanta ansia. Come questo foglio bianco. Io che ne ho visti, graffiati, posseduti, cavalcati a tonnellate, ora che mi fissa ne ho paura quasi fosse un professore che avanza pretese di interrogarti alla prima ora d’un grigio lunedì mattina di gennaio. (Come se tu, di lunedì mattina, a gennaio, magari entrassi pure in classe…)

Eppure nella testa le idee, i pensieri, gli accaduti, i disastri si accumulano assieme alle piccole grandi vibrazioni di quando muori e poi rinasci. Forse resuscitare è questo: reincarnarti in una te stessa nuova di zecca di cui sai poco o niente. E per questo narrarne le vicissitudini diventa così complicato.

Sono una turista nella mia stessa vita. La coinquilina di me stessa. Un’estranea con cui convivo da poco e di cui imparo a tollerare manie, ansie, insicurezze, lavatrici compulsive e altre ipocondrie, resistendo alla tentazione di sbatterla fuori di casa. Perché la più grande prova di sopportazione è quella verso se stessi.

Hanno aperto le gabbie e sono uscita.

Mi piacerebbe raccontare cosa si prova quando sei una bestia rinchiusa in una gabbia e senza preavviso le sbarre sui cui sbavavi da secoli si aprono e ti ritrovi nel mondo. A piede libero. Senza guinzaglio, catene, manette, cappi o qualsiasi altra briglia che la vita e tu stessa t’eri ficcata in bocca. Una donna delle caverne allo sbaraglio, una fiera abbrutita e affamata senza più segni di civiltà che si ritrova a vagare in mezzo agli umani di cui non si sentiva più nemmeno un esemplare.

Mi piacerebbe raccontare di libertà.

È così assurdo realizzare quanto le scelte più rassicuranti si rivelino sempre errori assurdi.

Bisogna essere sfrontati con la vita, trattarla come fosse un barman appena maggiorenne a cui sbattere le tette in faccia per farti rinforzare il cocktail. Perché a noi le cose annacquate non ci sono mai piaciute: come la felicità, i barman brutti, vecchi o, peggio ancora, femmine.

I bar sono ancora i luoghi in cui continuo ad imparare tutto. Non mi abituerò mai al giorno, inutile. Mi piace la notte, il buio, il degrado, lo schifo. Ci sguazzo con godimento e destrezza e riesco ancora a compiere miracoli: come quello di svegliarmi viva. E struccata, finanche.

Dovrei trasferirmi in uno di quei paesi del nord in cui la notte non finisce mai, lì sì che sarei una vincente. Avrei il mondo ai miei piedi. Trascinerei i tacchi nel buio fino allo sfinimento per mesi mesi e mesi. Perché lo sfinimento è l’unica sensazione appagante delle mine vaganti, come me.

Avrei dietro una miriade di followers, non finti ma di quelli veri in carne ed ossa. Di quelli che ti fissano negli autobus e poi ti inseguono fino al portone di casa e tu sollevi il telefono minacciando di chiamare la polizia. Ogni stagione i maniaci al mio seguito si moltiplicherebbero come pesci di un’interminabile pesca a strascico. Un grande esodo di gentaglia di cui io sarei l’indiscussa regina.

Amo la gentaglia. Cosa c’è che non va in me?

A volte osservo la persone nelle loro vite in ordine e mi domando se è proprio vero che facciamo parte della stessa specie. Se proveniamo davvero da una stessa genesi io e la signora con i pantaloni palazzo che accompagna i figli a scuola col Suv, io e la stambecca taglia 38 che vanno a prendere sotto il portone col macchinone per la decima cena a scrocco, io e la giornalista in giacca bianca di Sky che, non ci si può credere, in tema di ordine, è iscritta allo stesso mio.

Il mondo è pieno di cose inspiegabili. Come la milf con le tette rifatte e il culo di marmo che dopo l’ottava ora di step esce dalla palestra con la piega intatta.

Ci vorrebbe una guida, un angelo custode che viene a prendere anche noi col macchinone impregnato di dopobarba e ci spiega dove stiamo andando. E perché, soprattutto. Ma la solitudine tra tutti i beni preziosi è quello da custodire con più cura. Perché quando la baratti cedendo alla tentazione di sentirti meno perso, allora sì che sei perso davvero.

Mi allontano dal foglio senza risposte. Ma la notte bussa insistentemente alla mia porta ed io resisto a tutto tranne che a uno stalker.

(to be continued)

 

Carla Monteforte

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty