Call roulette – Il paradiso dei reietti (Quotidiano della Calabria, 16 agosto 2010)

La città vuota è il paradiso dei reietti. Piccole solitudini, frammenti di società, strani individui, resti di umanità vagano nello spazio urbano come satelliti dispersi in una galassia  dall’aspetto familiare, ma assolutamente sconosciuta. È Edward Hyde che fa le vasche in centro con le infradito di Henry Jeckyll.
Ma quanta irrequietezza può contenere una città sola? Quanto toedium? Quanta tristezza? Quanti errori?
Di certo c’è solo che il luogo più perverso in cui assistere inermi all’agonia della calda stagione è qui, qui dove si è sempre stati. La città, ad agosto, è la montagna che va da Maometto. Un Maometto accidioso, col frigo vuoto, il letto sfatto ed un’esistenza da sprecare in rosticceria o aggrappati a qualsiasi altro squallido bancone. Perché il bancone è una banchina sperduta in mezzo all’oceano dove attraccano le barche che hanno perso la rotta. O che una rotta non l’hanno avuta mai.
I vizi, le tentazioni ed ogni altra emozione da poco sono serviti a domicilio insieme al resto del junk food. Basta scorrere una sdentata rubrica telefonica e premere un tasto a caso. Così, a occhi chiusi: tanto, l’uno vale l’altro. Si chiama call-roulette, una pericolosissima invenzione ideata dagli esseri umani abbandonati all’ombra dei palazzi. La versione firmata Meucci di quella russa, pericolosa almeno quanto vagabondare sul ciglio di una strada a scorrimento veloce. Perché la lentezza può essere altrettanto fatale di un piede schiacchiato su un acceleratore: cala la soglia di attenzione, ed il colpo che va a tiro è sempre quello col proiettile. È scientifico.
La pace è più rischiosa della guerra. Nella pace non v’è trincea. La pace, della guerra, è l’anticamera, il momento in cui si disegnano folli strategie per occupare colonie quasi sempre inutili, prive di qualsiasi risorsa primaria da rivendere sui mercati internazionali. Si vaga sempre in prima linea su marciapiedi semideserti imbottiti di mine antiuomo. Il dramma vero, tuttavia, non è l’inconsapevolezza con cui vi si passeggia sopra. Esattamente il contrario: è l’assoluta premeditazione nel calpestare il suolo ed insistere finché non espode.
Chi tenta di vivere cerca sempre anche un po’ di morire. Di prendere folli rincorse nel tentativo di sfondare muri di gomma. Quelli che non cadranno mai e contro i quali non moriremo mai, nè subiremo gravi lesioni. Tranne qualche piccola crepa sulla nostra tracotanza, l’unica compagna fedele in questa terra di randagi, di replicanti senza meta illusi che, cercando nella mischia di calzini spaiati dimenticati al fondo della cesta dei panni da stirare, se ne possa ricomporre almeno un paio, se non composto da elementi uguali, almeno vagamente simili. Indossabili nascosti sotto a lunghi pantaloni.
La città deserta è  il pantalone dietro il quale si è tentati di imboscare questi strani innesti. Di celare un calzino blu accoppiato ad uno nero. Una follia. Una vergogna. Una cosa da non fare assolutamente. O da fare continuamente? Questo il dilemma. La moda, in fondo, è solo mancanza di fantasia.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty