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Roma Amor (la notte della neve)

Amo spiare la notte impossessarsi di Roma come un master che immobilizza la preda per infliggerle ore di torture e godimento. Che poi sono la stessa cosa.

Quando il buio cade sulla vecchia matrona la gente perbene cerca riparo nelle proprie tane mentre dai tombini come i ratti usciamo noi.

Quanta inquietudine sotto uno stesso cielo. Quanta inquietudine sulle sponde del Tevere che incurante scorre senza sosta assieme alla vodka e alle illusioni che ogni minuto si frantumano come calici da vino di Ikea.

La notte e Roma sono sadiche e imprevedibili come i pacchi di un programma per pensionati e casalinghe in cui chi se ne va sconfitto ha come premio di consolazione anche sensi di colpa a pacchi. Perché la fortuna, così come la colpa, non avviene mai a caso. In quelle scatole strette in mano da ignoti d’ogni dove puoi trovarci di tutto mentre saltelli tra il bancone ed il bagno stringendo tra le dita l’ultima sigaretta ed un bigliettino col tuo numero da ficcare nelle tasche del buttafuori così gentile da non averti ancora sbattuto fuori a calci.

Ma è quando tutti i segni divini e le congiunzioni metereologiche e astrali suggeriscono prudenza, di restare in casa chiuse a molteplici mandate, che bisogna cogliere la sfida e lanciarsi nella brughiera in cerca di un Heathcliff o semplicemente di tempesta.

Una notte, tra i tanti sconosciuti che attraversano la capitale e la mia vita senza lasciare traccia, arrivò la neve. Visitatrice esotica e annunciata ma non per questo meno prodigiosa o sorprendente.

Assieme alla neve arrivò lui, l’uomo della neve. Un forestiero dai lunghi capelli portato dalla bufera. Un brivido caldo levatosi dai sanpietrini ibernati.

Uno sguardo ed ero sua, sciolta come un ghiacciolo che annega in una Jacuzzi. D’un tratto tutti gli Harmony rubati dai cassetti di mia madre erano lì, materializzati in carne, ossa e vodka tonic, nel cuore di una Trastevere polare. Nel cuore di una Trastevere bollente.

Ecco perché amo le intemperie, la pioggia, il vento, i tombini intasati, la grandine, perché fanno pulizia di tutta la gente inutile – imbottitura sociale, figuranti – lasciando spazio a noi: i peggio. E facendo posto ai marinai di passaggio. Quelli che ti seducono e poi si dissolvono come neve a Roma.

Nulla è eterno nella città eterna. Nemmeno un respiro che sembra infinito ed invece è solo un fermo immagine di un regista annoiato che fa prove tecniche coi tuoi polmoni.

Del resto cosa ci si può aspettare da un luogo in cui la storia è già stata scritta tutta? Un capitolo nuovo? Non certo una morale. Perché chi è in cerca di morale non scende certo a Termini.

E col fiato ancora sospeso, inebriata di desiderio e Beluga, mi ritrovo ancora una volta sola a proseguire il mio cammino verso l’ignoto per i vicoli ghiacciati, mentre Ponte Sisto mi guarda incredulo ed un magrebino insegue la mia ombra giurando amore eterno.

Eterno come una promessa nella città più bugiarda del pianeta.

E questa era la mia storia d’amore e Roma. La città che se la suoni al contrario come un disco dei Led Zeppelin, giusto i demoni potranno farti udire: “Amor”. Cercando di persuaderti che con queste anime in pena, che come te vagano dal Fico a Tor Pignattara, cercando sollievo ai propri tormenti, tu possa un giorno risolvere i tuoi.

Balordi, disperati, disgraziati con cui prima o poi, senza dubbio, avremo un affair.

Perché i più pericolosi in circolazione siamo noi che pur di non andare ancora a letto, riusciremo sempre a trovare chi ci ruba il cuore o peggio ancora il cellulare. (due volte) La nostra scatola nera. Mosse dalla passione che tutto smuove e che dell’universo è il vero motore: la noia.

 Quella che ci fa friggere le mani e cliccare mille volte sulle visualizzazioni delle nostre stories alla ricerca del de cuius, colui che un tempo ci spiava e adesso è così sparito dalla lista dei guardoni di fiducia che puoi seppellirlo nel cimitero dei desaparecidos.

Ce ne sono morti più in mano a noi che alle SS. Eroi dalle ali di cera, liquefattesi in fase di decollo. Più precoci pure di quella eiaculatio, incubo delle nostre antenate, e quasi un miraggio per noi vittime di questi Icaro che manco alla penetratio arrivano.

Storie il cui inizio è già la fine. Come quella che vi ho appena raccontato, una Stairway to heaven che punta dritta al nostro girone: quello di donne sedotte e abbandonate in un unico atto, che invece meriterebbero uomini valorosi.

Quelli che per noi sarebbero disposti a svegliarsi nel cuore della notte! Per mettere 100 like su foto profilo di almeno 5 anni fa.

 

Carla Monteforte

 

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Ultima notte al B-Side: il lato B della città (pubblicato su www.iacchite.com)

La mia prima volta al B-Side non me la ricordo nemmeno. Non so se per colpa del rum e cola o perché è come se in quel girone infernale, apertosi come un cratere ardente nel cuore di Rende, io c’avessi beatamente sempre sguazzato. Sono certa però che i miei primi pellegrinaggi nella wild side a nord di Cosenza avvenissero di mercoledì: c’era il Partyzan e nel bel mezzo della settimana, mentre la gente perbene si batteva il petto in pigiama alla tv, io montavo sui tacchi per scendere tre metri sotto terra ed immergermi nella nebbia e nel rock incollata al mio allora inseparabile amico “Bestio” che stava a stento in equilibrio sui suoi piedi ma, saldamente agganciato al mio braccio, soffiava come una gatta partorita su tutti i “cani malati” che raccattavo.

Li chiamava così, lui, i tipi che mi ronzavano intorno. E di accalappiacani, purtroppo (o per fortuna), nei 13 anni di vita del club ne sono passanti così di rado che di randagi io e le amiche mie ce ne siamo adottati infiniti, tra una spintonata e una dance-hall, al civico 98 di via Fratelli Bandiera di Rende.

Anzi tutte le liaisons della mia cerchia più stretta – e di metà città e hinterland – dell’ultimo decennio hanno avuto origine proprio in quella pista che sapeva d’underground e sigarette e che pareva così angusta che resta tuttora un mistero come abbia potuto contenere due lustri e mezzo dei nostri amori e, soprattutto, due lustri e mezzo dei nostri errori.

Quanti drammi si sono consumati in quei pochi metri quadri, Nirta solo lo sa. Ma era stupendo: patire divertendosi e divertirsi patendo. A noi ragazze del B-Side c’è sempre piaciuto così: “Crying at the discoteque”, citando gliAlcazar. Sentire forte le canzoni come se fossero scritte e suonate solo per noi; e ballarle con area dolente e mascara sbavato a pochi metri della nostra rivale (intenta a fare esattamente lo stesso). Ci sentivamo tutte così uniche da scoprirci alla fine così uguali. Accomunate dalla musica, i troppi drink e i messaggi alle 3 di notte.

C’erano poi le tiratrici scelte: quelle con mirino puntato su dj, cantante o musicista emergente della scena indie italiana (o almeno bruzia). Un altro fenomeno partorito – a livello local – dal B-Side sono proprio le groupie, nate tra il palco e la toilette e cresciute sui social a colpi di foto imbronciate, rossetto rosso, coroncine e filtri ingialliti.

In un posto nato “controtendenza” ad un certo punto, l’affluenza ed Instagram hanno fatto sì che la moda facesse inesorabilmente irruzione. Dopo la fase iniziale da rivincita dei nerds, dopo i geek in occhiali a fondo di bottiglia, dopo le camice acriliche, infeltrite e i basettoni, la questione si è fatta decisamente più trendy ad opera dei giovanissimi avventori del lunedì. Il Wish ha portato una ventata d’aria cool nel locale prima, e nel resto dell’area urbana poi, divenuta, grazie al moltiplicarsi di shorts e calze velate in pieno giorno, area urban.

Non voglio esimermi dal sottolineare l’importante indotto culturale apportato alla città dalle moltissime produzioni indipendenti messe in scena in quelle mura rosse, ma elencare tutti i live ed i djset a cui negli anni ho partecipato (o ai quali sono arrivata in ritardo) per una che a stento ricorda come tornava a casa dopo, è impensabile. Posso solo asserire con una certa autorità, conferitami da anni di onorata carriera nel night-clubbing, che in quella bizzarra catacomba scorreva sempre una certa adrenalina. Adrenalina e passione. Quella di chi stava sopra e dietro il palco e quella di chi sotto quel palco vi andava in cerca di qualcosa, di un amico o di se stesso.

Il B-Side non è mai stato un posto esclusivo, per fortuna. È sempre stato un luogo inclusivo.

Era bello sentirsi parte di “quella Cosenza”, del lato b della città. Lato b che con i culi messi in mostra in altri luoghi della notte per sopperire alla mancanza di altro non c’entra proprio nulla. Qui il culo si è usato al massimo per twerkare con un presilano col giubbino sempre indosso quando suonava la musica in levare di Mujina. (Mosse dalla convinzione che le colonne non potessero parlare, ed invece parlavamo – eccome – pure quelle. Wtf!). La musica nera è stata altra importante protagonista di questi 13 anni di giostra impazzita scandita dalle urla di Mr Vinz e i vinili di Kerò. E poi Be-Alternative, Cristian, Fabrizio, Vladimir… se dovessi dilungarmi in citazioni e special thanks ci vorrebbero i titoli di coda, per cui non me ne vogliano gli altri.

Ci tengo a precisare che quella che ho raccontando non è la storia del B-Side ma è la mia storia nel B-Side, un asylum d’anime in pena, come me, unite dalla musica, dall’insonnia e dall’inquietudine. Chiunque abbia disceso quella rampa di scale, di storia ha la propria: quella con un pezzo mandato in loop, quella con un giro di basso, un bottellon nascosto all’ingresso. O quella con un buttafuori.

Sarà strano, dopo sabato – data dell’ultimissimo ballo – non svegliarsi più con un classico delle notifiche di fb: “Eri tu ieri sera al B-Side?”.

Sarà strano non svegliarsi mai più con la stanza che odora di B-Side.

E più che strano sarà assurdo – anche per chi per motivi anagrafici non timbrava più il cartellino ogni settimana – non avere più quell’opzione: quando la coscienza suggerisce di tornare di corsa a casa, di sterzare verso Commenda e praticare accanimento terapeutico alla notte. Regalandole l’ultima chance, giammai di un lieto fine ma di un finale alla B-Side: un tuffo negli abissi in mezzo ai nostri scheletri evasi come noi dagli armadi in cerca di un rimedio al tedio. O di qualcuno, mosso da pietas, che ci abbatta.

Carla Monteforte

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Il Cottolengo. La Genesi (22-05-2014))

Se sono diventata una socialite lo devo ad A. La mia prima volta in discoteca, infatti, escludendo le feste sfigatissime delle medie (perché al liceo mi piaceva sentirmi alternativa e mi proibivo d’andarci), fu merito suo. 

Il primo anno a Roma lo passammo accodandoci mal volentieri al codazzo del nano, il nostro primo e ultimo amico d’università. Il nostro corrispettivo maschile della periferia di Bari la cui specialità era assemblare accozzaglie umane per formare un cottolengo unico da transumare sino all’uscio dei locali più esclusivi della Capitale – secondo lui – per farci puntualmente rimbalzare causa violazione delle norme minime di dresscode. E di quelle basiche di materiale umano.

Di questo rituale del sabato sera A non era per nulla felice. Decise quindi che il secondo anno sarebbe stato diverso: mai più Wild West e discopub turistici pieni di americani sudati e polacche ubriache che si dimenano sui resti della frittura lasciata sui tavoli. Basta nano! Quest’anno si sarebbe fatto sul serio: saremmo diventate le regine della dancefloor. 

E così fu. 

Il primo passo della nostra evoluzione fu drastico: trasferirci. Da Roma nord, sede del nostro ateneo, migrammo ad est, al capo opposto dei nostri colleghi, accampamento degli studenti fuori sede della Sapienza. Lì ci saremmo fatte nuovi amici ed una nuova vita. E nessuno ci avrebbe mai più associato a quei losers!

Non appena insediateci, credevano di esserci perfettamente mimetizzate con gli indigeni. I discount pullulavano di immatricolati in tuta che facevano scorta di sottomarche di spaghetti e tonno quando gli aiuti umanitari inviati dalle famiglie d’origine scarseggiavano. E così noi: in bilico su tacchi da cubiste andavamo al mercato rionale a far scorta di pomodori e frutta fuori stagione da accompagnare a metri di pizza bianca e kg di Parma. Inutile dirvi che nel quartiere ci facemmo un solo amico: l’egiziano che ci vendeva la pizza. Il resto dei vicini ci scansava come la peste. 

L’egiziano invece era così felice di vederci! Eravamo le sue clienti preferite: le uniche. La sua pizza era una cosa gommosa e indigesta rifilataci a peso d’oro. Ma era sotto casa, per cui nella nostra personalissima concezione di rapporto qualità-prezzo era un vero affare. Il retrogusto d’aglio ci risaliva durante i nostri cavalli di battaglia in discoteca. Perché noi in discoteca alla fine ci saremmo andate eccome! 
Una mattina, infatti, A mise la sveglia presto e scese dal letto agguerrita: la situazione andava risolta. Si recò così in missione alla Sapienza e dopo quattro lunghissime ore tornò alla base stringendo orgogliosa un prezioso bottino: una manciata di biglietti manoscritti e fotocopiati riportanti numeri di spacciatori di saltafila. Poche ore dopo eravamo già in taxi: direzione via Velletri. E quando dico poche ore dopo trattavasi veramente di poche ore, perché noi all’Alien entravamo assieme ai cingalesi che facevamo le pulizie. E con loro ci chiudevamo la porta dietro. 

Intanto il tempo passava e andare a ballare era diventato un vero e proprio lavoro. E noi delle stacanoviste. 

L’Alien era il paradiso: due intere sale da battere da cima a fondo piene di coatti, shampiste, gite scolastiche, cubisti, militari e burini d’ogni dove: la terra promessa. 

La scaletta era sempre la stessa: “I can never be your woman”, “Lemon Three”, un medley dei Gipsy King e quando la serata era fortunata partiva “The rhythm is magic”. E noi con lei. 

La nostra missione di integrarci in società, tuttavia, risultava assai più complicata del previsto. E di quanto qualsiasi ventenne d’adesso potrebbe immaginare: non possedevamo un cellulare. 

Era l’inizio della seconda metà degli anni Novanta e per interagire con resto del mondo toccava utilizzare uno strumento desueto: l’apparecchio fisso. 

Su questo oggetto, ormai feticcio, si potrebbe scrivere una storia a sé: “Il darwinismo del telefono: ovvero la sua evoluzione inversamente proporzionale alla nostra”. 

Il filo del telefono, della genesi della nostra congrega, fu precisamente: il cordone ombelicale. 
 

To be continued

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Egea State of Mind (15-09-2010)

 

Nessuno ama realmente Itaca. Si può amare Itaca solo quando se ne resta distanti per una manciata di decenni, migliaia di miglia, qualche musa e una paio di ciclopi. Itaca è un posto dove tornare, non dove stare. Non ho mai ben compreso come mai il regno di Oz spetti sempre a chi non sa apprezzarlo. A chi non lo merita. A chi spreca tutta la vacanza a piangersi gli spaghetti del Kansas. Io gli spaghetti non li ho rimpianti mai, ho preferito sempre intossicarmi con qualche intruglio esotico dagli ingredienti ignoti. Sì, forse vive meglio il topo di campagna che vuole starsene quieto quieto nel suo buco sicuro. Io, comunque, non lo invidio. Io, in quel buco lì, ci soffro di claustrofobia. Tra tutte le formalità e gli obblighi che la vita impone, vedi che tocca per forza amare pure Itaca… Ma perché? Perché non arriva mai il turno di Itaca d’amare noi? Le abbiamo regalato giovinezza, speranze, eros. Ogni granello di inutile passione. Ogni afflato. Lei che ha fatto per noi?  Dicono che bisogna darsi incondizionatamente senza aspettarsi nulla in cambio. Forse io non so amare. Amo Itaca come si ama un marito che non si può lasciare. Con lo stesso trasporto. Penso continuamente ad Egea. È lì che sta casa mia. La casa è quel posto che ti completa, come carne della tua carne. La casa non ti tiene mai prigioniero. Ecco, Egea è così. Mi manca talmente tanto che non respiro. Vorrei tornarci e andare al cinese con le mie amiche, Tesete, Redne, Molpe e Telsiope. E subito dopo, correre al karaoke ad adescare marinai col suono di miele. Zeus misericordioso e onnipotente, ascoltami, riportami sulla mia isoletta!. Indicami quella stramaledettissima strada di mattoni gialli. Stavolta, lo giuro, mi ricorderò di prenderla controsenso.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Memorie di una telesiana – di Carla Monteforte (da il Garantista 19-06-2014)

 

I miei esami di Stato me li ricordo come i giorni più gioiosi della mia vita. Non mi ero preparata nemmeno un tema. Ero troppo pigra anche solo per pensare di dover allestire una cartucciera: molto meno faticoso studiare e contare sulle mie forze. Del resto, di forze ne avevo da vendere.

La mia classe era una classe di poveracci, per i canoni del “Telesio” di allora, nei cui esclusivissimi corridoi passavano prima i cognomi e poi gli esseri umani che li indossavano, abbinati a borse Burberry, kefiah e Smemoranda. In quel regno dei patronimici noi eravamo felicemente nessuno. Questo, tuttavia, era un vantaggio poiché abbatteva le aspettative e, di conseguenza, competizione e ansia da prestazione.

Era il 1995 ed il mondo iniziava a piazza Kennedy e finiva a Carnaby Street, il regalo di promozione più gettonato dai maturandi. Il pomeriggio con Eschilo ad Eleusi e poi la sera con zio Pietro al bar Mazzini. Nella più totale incoscienza gettavamo le fondamenta per un futuro di umanesimo rivenduto a rigaggio i cui risultati avrebbero consolidato la nostra lunga e brillante carriera nei baretti.

Dopo qualche ora sui libri, ed un toto-traccia al telefono (fisso), si montava in sella al motorino. C’era ancora la miscela e c’era ancora piazza Fera. Lì, io ed il resto della mia girl-band, cercavamo riscatto alle fatiche pomeridiane, e a cinque anni di liceo da freaks (l’esatto opposto delle ragazze popolari), tentando di essere notate da una banda di tipacci al contrario nostro piuttosto popolari (tra le forze dell’ordine). Un solo sguardo e le nostre Emmanuel Schvili mutavano in top di pelle nera: e noi in Olivia Newton-John in Grease. Solo che invece del frullato correvamo a strafarci di Coca-Cola e a sedare i nostri embrionali istinti da api regina in pacchi di Highlander al ketchup.

Nessuna di noi aveva la minima idea di cosa volesse fare nella vita, solo una cosa c’era chiara: volevamo farlo a Bologna. Non c’avevamo mai messo nemmeno piede ma allora andava di moda così. Alla fine, ovviamente, andammo tutte altrove.

Nell’aria c’era una strana energia. Quell’energia che s’avverte durante i cambiamenti epocali. Quella era davvero la fine di un’era: al Telesio stava per andare in onda l’ultima puntata della terza H e su Canale 5 l’ultima di “Non è la Rai”.

I miei compagni finirono le prove venerdì. Io rimasi l’ultima da interrogare, il lunedì. Quel weekend di distacco tra la mia seduta e la loro generò in me un certo senso di solitudine, una percezione di diversità, retaggio di chi fa “primina”, che mi sarei portata dietro tutta la vita. Tollerai quel senso di inadeguatezza grazie ai Jefferson Airplane. Arrivai in classe agguerrita nei miei Dr Martens dieci buchi. Una ventina di minuti ed il diploma era mio. Per la maturità, invece, chissà quanto resta ancora da attendere.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Call roulette – Il paradiso dei reietti (Quotidiano della Calabria, 16 agosto 2010)

La città vuota è il paradiso dei reietti. Piccole solitudini, frammenti di società, strani individui, resti di umanità vagano nello spazio urbano come satelliti dispersi in una galassia  dall’aspetto familiare, ma assolutamente sconosciuta. È Edward Hyde che fa le vasche in centro con le infradito di Henry Jeckyll.
Ma quanta irrequietezza può contenere una città sola? Quanto toedium? Quanta tristezza? Quanti errori?
Di certo c’è solo che il luogo più perverso in cui assistere inermi all’agonia della calda stagione è qui, qui dove si è sempre stati. La città, ad agosto, è la montagna che va da Maometto. Un Maometto accidioso, col frigo vuoto, il letto sfatto ed un’esistenza da sprecare in rosticceria o aggrappati a qualsiasi altro squallido bancone. Perché il bancone è una banchina sperduta in mezzo all’oceano dove attraccano le barche che hanno perso la rotta. O che una rotta non l’hanno avuta mai.
I vizi, le tentazioni ed ogni altra emozione da poco sono serviti a domicilio insieme al resto del junk food. Basta scorrere una sdentata rubrica telefonica e premere un tasto a caso. Così, a occhi chiusi: tanto, l’uno vale l’altro. Si chiama call-roulette, una pericolosissima invenzione ideata dagli esseri umani abbandonati all’ombra dei palazzi. La versione firmata Meucci di quella russa, pericolosa almeno quanto vagabondare sul ciglio di una strada a scorrimento veloce. Perché la lentezza può essere altrettanto fatale di un piede schiacchiato su un acceleratore: cala la soglia di attenzione, ed il colpo che va a tiro è sempre quello col proiettile. È scientifico.
La pace è più rischiosa della guerra. Nella pace non v’è trincea. La pace, della guerra, è l’anticamera, il momento in cui si disegnano folli strategie per occupare colonie quasi sempre inutili, prive di qualsiasi risorsa primaria da rivendere sui mercati internazionali. Si vaga sempre in prima linea su marciapiedi semideserti imbottiti di mine antiuomo. Il dramma vero, tuttavia, non è l’inconsapevolezza con cui vi si passeggia sopra. Esattamente il contrario: è l’assoluta premeditazione nel calpestare il suolo ed insistere finché non espode.
Chi tenta di vivere cerca sempre anche un po’ di morire. Di prendere folli rincorse nel tentativo di sfondare muri di gomma. Quelli che non cadranno mai e contro i quali non moriremo mai, nè subiremo gravi lesioni. Tranne qualche piccola crepa sulla nostra tracotanza, l’unica compagna fedele in questa terra di randagi, di replicanti senza meta illusi che, cercando nella mischia di calzini spaiati dimenticati al fondo della cesta dei panni da stirare, se ne possa ricomporre almeno un paio, se non composto da elementi uguali, almeno vagamente simili. Indossabili nascosti sotto a lunghi pantaloni.
La città deserta è  il pantalone dietro il quale si è tentati di imboscare questi strani innesti. Di celare un calzino blu accoppiato ad uno nero. Una follia. Una vergogna. Una cosa da non fare assolutamente. O da fare continuamente? Questo il dilemma. La moda, in fondo, è solo mancanza di fantasia.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Life in plastic it’s fantastic. Ovvero Barbie ti odio

Ha un anno in meno di Madonna, un brevetto di volo, un camper, una navicella spaziale, un cavallo, un’orca, un panda, una zebra, una decappottabile. Nonostante parli 50 lingue – e paghi la Property tax su altrettanti immobili di lusso – è l’antesignana delle precarie con innumerevoli mansioni in cv, tutte rigorosamente a tempo determinato. In portfolio anche un Warhol, diverse controversie legali, una scappatella con un surfista, una guerra del Golfo e persino una candidatura alle presidenziali americane.

È la più grande pop star del pianeta, pioniera delle famous to be famous e delle fashion influencer (con un guardaroba da fare invidia a Gigi Hadid nel quale figurano capi di Dior, Moschino, Yves Saint Laurent e Versace).

Nata bruna si è presto convertita all’acqua ossigenata persuasasi che gli uomini preferissero le bionde (nonostante, che sposino le more, è comprovato dal fatto che dopo decenni di fidanzamento, con tanto di pausa riflessione, all’altare lei non c’è mai arrivata).

Conturbante icona di plastica, prima ancora che Dr 90210 cambiasse i connotati alle socialites di Beverly Hills, Barbie è stata sin da subito oggetto di desiderio e arma di ricatto di genitrici sadiche e spietate che costringevano la prole a lunghe e tediose maratone lungo tunnel infiniti di macellerie, Poste e banche alla cui fine pallido si faceva largo il bagliore della speranza che aveva le sembianze di Luce di Stelle, «la magia del cielo stellato nell’incanto di un abito che brilla nel buio», il top della serie anni ’80 il cui outfit (termine che allora non era manco stato coniato) illuminava di illusioni la nostra fanciullezza e pure il resto della casa, per almeno una manciata di secondi.

Ma Barbie è innanzitutto la prima donna che abbiamo amato odiare. Così magra, così milionaria, così wasp che, per non essere identificati come membri del KKK, i suoi ideatori dovettero integrarla in una società multirazziale che ne determinò il successo globale (in fatto di vendite), senza però riuscire a metterla al riparo dalle invettive delle femministe (per le quali risultava ancora troppo snella, tanto da essere sottoposta ad una cura ricostituente nel 1997), dall’ira di Allah (che nel 2003 mise al bando dall’Arabia Saudita «la bambola ebrea, simbolo della decadenza dell’Occidente»). E soprattutto dalla ferocia di noi bambine con disturbi del comportamento che, dopo pochi giorni di amore incondizionato, ci avventavamo sul nostro trofeo di platino azzannandone con rabbia prima le estremità inferiori e mettendo poi fine alle sofferenze di questa povera ragazza ricca di silicone con un’esecuzione, con sommo disappunto di tutti i bambini omosessuali per i quali Barbie era il sogno negato.

La decapitazione, però, secondo una ricerca inglese, era un vero e proprio rito di passaggio verso l’età adulta. Quella in cui, entrambi in abiti zebrati (come il primo della serie), ci saremmo rincontrate in pista con i bambini di cui sopra ad urlare «Life in plastic, it’s fantastic».

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Le fiere degli altri (da il Garantista 20 marzo 2015)

Somiglia all’estate la fiera, quella stagione sempre uguale a se stessa ma dalla quale ogni volta ci si aspetta un colpo di scena finale. Un affare, un amore, un tento omicidio. È il fiume di Eraclito dalle cui acque apparentemente identiche non esce mai fuori lo stesso bagnante, ma un uomo diverso dall’esaurito che vi si era tuffato in pausa pranzo: più povero e più compulsivo. La settimana dell’orgullo dei maniaci e degli accumulatori seriali ogni anno spacca il mondo a metà, dividendo il genere umano in due blocchi: quello dei fanatici e quello dei boicottatori. E negli ultimi tre giorni, al mercato, inutile dirlo, c’erano entrambi. Il talebano che “perché la fiera di San Giuseppe non si fa più a Lungocrati?”, il tormentato che non guarda tv e non frequenta bancarelle finitovi per colpa dell’eclissi, il discotecaro tutto Mdma e marshmallow fianco a fianco con la signora in Burberry, la signora in ciabatte, la signora in giallo e la signora appartatasi nella traversa col senegalese. Tutti riuniti sotto uno stesso cielo in questo Asylum all’aperto allestito in pieno centro città. Del resto, cosa c’è di meglio che mettere da parte le vecchie diffidenze e ritrovarsi tutti insieme appassionatamente in uno stesso luogo per far finta di non conoscersi? Il bello della fiera è proprio questo, buttarsi nella mischia ed uscirne ancora più asociali. Ogni 19 marzo si apre questo enorme buco nero che risputa fuori la qualunque: soggetti che credevi mummificati dopo il diploma che si manifestano da quello dei piatti facendoti scoprire, con sommo sgomento, che non erano deceduti, si erano semplicemente riprodotti; e poi gente che credevi esistesse solo online che si materializza in carne ed ossa, gente che credevi esistesse solo su Nat Geo che si materializza tra i vimini e gente che credevi esistesse solo in galera che si materializza a piede libero. Praticamente la lista “persone che potresti conoscere” di Facebook che equivale a persone che hai sempre evitato (sui social e su Corso Mazzini). Vale la pena investire gli ultimi spicci per godersi dal vivo questa passerella di fenomeni che manco Discovery. E lasciare che gli altri si godano noi. La fiera è democratica: ognuno, tra un tritaverdure e un profumo Camel, mette in gioco se stesso sacrificando un po’ della propria superbia, del proprio stipendio e del proprio decoro all’altrui autostima. Perché mentre noi siamo impegnati a ridacchiare dietro il risvoltino del paesanotto sceso dalle montagne per farsi il guardaroba nuovo, un paesanotto in risvoltino è impegnato a immortalare il nostro sederone per deriderlo nel suo gruppo Whatsapp. C’è chi la ama e chi la odia questa primavera araba come il kajal del marocchino che parla napoletano che non ci ha voluto togliere cinquanta centesimi sulla matita Dior tarocca ché quei centesimi gli servono per portare a giugno la moglie salernitana in un beauty center di Dubai, ma alla fine come sempre ci andiamo tutti. Per fare affari, per fare mano morte, per fare brutto, per dare sfogo a ogni sorta di disturbo alimentare e del comportamento in genere. La verità, però, è che ci andiamo tutti per sentirci migliori. Ecco perché nonostante gli olezzi, gli accoltellamenti, Ron, Fausto Leali, la merce cinese, gli stalker, gli zingari, i negri, il traffico, la culona col leggings bianco e il perizoma nero tra un anno esatto ci ritroveremo – la sciura della Cosenza bene, il fashion victim con dipendenza da anfetamine, la cougar con dipendenze da manzi subsahariani, ed il tormentato che odia Sanremo i mercatini e noi tutti – a fare abluzioni in questo stesso Gange che di portentoso, oltre alla pompa annaffiatrice che si allunga, ha solo di illuderci ogni volta di essere altro dagli altri.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Io ci sono #papapride2014 (il Garantista, 22-06-2014)

Se papa Giovanni Paolo II era una popstar, Francisco è una estrella latina. La versione caliente e moderna dei Vatican Vip (very,important, pontefici), lanciata dalla sacra Major per sedurre l’enorme mercato latino e ricondurre al gregge milioni di pecorelle smarrite nel word wide web. Presenzialista più che un feat di Pitbull, la tournèe della latin star, ha fatto infine tappa in Calabria: e vai con i miracoli. Primo fra tutti: la moltiplicazione dei satiri e dei selfie. Innumerevoli i corrispondenti da Cassano per la web-diretta social. Tra loro Don Tommaso Scicchitano che dallo Ionio fa sapere “Io ci sono”, parafrasando la campagna delCalabria Pride. #PapaPride2014 si hastagga infatti, per poi aggiungere “Peccano ma non sono dissapiti” facendo il verso allo slogan (“Piccano ma non peccano”).

L’agenda setting è l’oppio dei popoli, lo sa bene il fumettista Luca Scornaienchi: “Ormai è ufficiale: Papa Francesco aprirà il concerto dei Rolling Stones”. Ed essendo questo oltre che il Bergoglio day la settimana mondiale dei luoghi comuni perché non ricordare che la Calabria potrebbe vivere solo di turismo ma senza servizi e infrastrutture adeguate questo non sarà mai possibile? A tal proposito la web-star Sara Ruggieri mostra il suo disappunto: “Comunque, portare il Papa in Calabria e non fargli vedere la Sila è come andare alle cascate del Niagara senza vedere le cascate”. E sui disservizi la segue Sandro Pezzi:“Papa Francesco arriva a Castrovillari in elicottero scende saluta i calabresi e poi esclama: A Salerno Reggio Calabria va faciti vua!!”.Per il resto Iole Perito rassicura la mamma di restare devota al tacco 12, Luca Morrone e consorte aspettano la papa-mobile a suond’autoscatti e tra un papa-boy ed un pellegrino c’è chi si ristora con un bel gelato “gusto Papa”. E’ il marketing, bellezza! Quel sacro ramo dell’economia che a volte racchiude misteri più criptici di quelli di Fatima tipo: com’è possibile che il merchandising abbia avuto più successo con Bergoglio che con Ratzinger quando con i cambi d’outfit del secondo si potevano fare dieci edizioni di figurine Panini? Ma questo non diciamolo sennò ci scomunicano (o, peggio, ci defollowano).

Carla Monteforte

 

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

N10 fermata Ottaviano (23 luglio 2014)

Il mio autobus è il 23: da giocare su tutte le ruote di Roma. Non ho mai capito se per qualcosa che c’entri col karma mi porti ovunque io voglia andare o se per pigrizia ho lasciato che tutta la mia vita fosse condizionata dalla sua corsa.  Se ho limitato il mio raggio d’azione da piazzale Clodio a Basilica di San Paolo per non subire la noia di cambiare mezzo.

La mia corsa è l’ultima, quella che miracolosamente t’affranca dal purgatorio dell’attesa del 10, il notturno.

Io e il 23 siamo una cosa sola. La fermata non è sotto casa mia: è un suo prolungamento. Ci arrivo sorseggiando un vodka-tonic alla mia maniera: quasi tutta vodka ed una spruzzata di tonica che faccia credere al mio cervello che non mi sia trasformata in una di quelle donne dell’est che bevono il giovedì ai giardinetti camuffando la bottiglia in sacchetti di carta. E con oltraggiosa scollatura a favor di carreggiata. Sarà per questo che ho sempre riscosso un inspiegabile successo con gli autisti. Mi riconoscono da chilometri. Monto su, fanno cenno di avvicinarmi e a fine corsa sono a conoscenza di ogni insignificante particolare della loro esistenza. Mi piace raccogliere confessioni spontanee di sconosciuti che quasi certamente non rivedrò. È il mio talento. Almeno quanto sentirmi parte di quella sintesi di disagio che sono i bus di notte. C’è l’ubriacone che dorme, l’ubriacone che delira e poi ci sono io: l’ubriacona che fissa gli ubriaconi.

Ci sono le americane in minigonna e ciabatte da doccia che disinvolte mettono in mostra gambe tozze, cadaveriche e a chiazze rossastre. Senza pudore. Ci sono i magrebini che le scrutano muti. Le spagnole che  farfugliano sguaiate di feste e cerveza passandosi il bottellon. Un intruglio di vino in cartone e cola da discount che ti va dritto dritto al cervello bombardandoti neuroni e freni inibitori.

E poi c’è una signora agèe assai elegante. La incontro spesso. È composta, ben truccata, vestita di classe. Ha i capelli raccolti in un piccolo chignon che lascia scivolare via due ciocche che le ammorbidiscono i lineamenti del viso scarno e solcato dalle rughe. È bella. Di tutta la gang, il personaggio più strano. Ogni volta che la incrocio, di notte sul 10, un altro concentrato di alcolisti e gentaglia da evitare, mi domando cosa ci faccia lei lì. Una così, in mezzo a  noi balordi. È difficile capire quale sia il minimo comun denominatore che unisce alcune specie umane in un medesimo habitat. La signora dello chignon resta in silenzio, impassibile per l’intero tragitto. Così composta che nonostante gli olezzi di alcol, spezie e indumenti fetidi pare circondata da amiche in principe Galles in una sala da tè. Invece è lì, in quello stesso girone in cui noialtri tentiamo di dare un senso alla nostra esistenza buttandola via. Allora provo a giustificare quest’ossimoro sociale fantasticando che sia un’infermiera – di quelle arruolate quando ancora per una donna era una posizione di un certo prestigio – che torna dall’ennesimo turno in ospedale, sopportando disagi e compagnia semplicemente alienandosi. Aggrappandosi al conto alla rovescia dei giorni che la separano dall’agognata pensione che a breve l’affrancherà dall’estenuante rituale, e da noi.

Chissà che fine faremo noi, invece? Su quale numero finiremo a rimuginare a quanto lontani saremo arrivati dalle nostre aspettative? Mentre i nostri sogni di gloria, costruiti sulle illusorie fondamenta di crederci altro dai nostri compagni di corsa, saranno giunti al capolinea della consapevolezza che noi di quell’affair  eravamo parte integrante.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty