Egea State of Mind (15-09-2010)

 

Nessuno ama realmente Itaca. Si può amare Itaca solo quando se ne resta distanti per una manciata di decenni, migliaia di miglia, qualche musa e una paio di ciclopi. Itaca è un posto dove tornare, non dove stare. Non ho mai ben compreso come mai il regno di Oz spetti sempre a chi non sa apprezzarlo. A chi non lo merita. A chi spreca tutta la vacanza a piangersi gli spaghetti del Kansas. Io gli spaghetti non li ho rimpianti mai, ho preferito sempre intossicarmi con qualche intruglio esotico dagli ingredienti ignoti. Sì, forse vive meglio il topo di campagna che vuole starsene quieto quieto nel suo buco sicuro. Io, comunque, non lo invidio. Io, in quel buco lì, ci soffro di claustrofobia. Tra tutte le formalità e gli obblighi che la vita impone, vedi che tocca per forza amare pure Itaca… Ma perché? Perché non arriva mai il turno di Itaca d’amare noi? Le abbiamo regalato giovinezza, speranze, eros. Ogni granello di inutile passione. Ogni afflato. Lei che ha fatto per noi?  Dicono che bisogna darsi incondizionatamente senza aspettarsi nulla in cambio. Forse io non so amare. Amo Itaca come si ama un marito che non si può lasciare. Con lo stesso trasporto. Penso continuamente ad Egea. È lì che sta casa mia. La casa è quel posto che ti completa, come carne della tua carne. La casa non ti tiene mai prigioniero. Ecco, Egea è così. Mi manca talmente tanto che non respiro. Vorrei tornarci e andare al cinese con le mie amiche, Tesete, Redne, Molpe e Telsiope. E subito dopo, correre al karaoke ad adescare marinai col suono di miele. Zeus misericordioso e onnipotente, ascoltami, riportami sulla mia isoletta!. Indicami quella stramaledettissima strada di mattoni gialli. Stavolta, lo giuro, mi ricorderò di prenderla controsenso.