Il Cottolengo. La Genesi (22-05-2014))

Se sono diventata una socialite lo devo ad A. La mia prima volta in discoteca, infatti, escludendo le feste sfigatissime delle medie (perché al liceo mi piaceva sentirmi alternativa e mi proibivo d’andarci), fu merito suo. 

Il primo anno a Roma lo passammo accodandoci mal volentieri al codazzo del nano, il nostro primo e ultimo amico d’università. Il nostro corrispettivo maschile della periferia di Bari la cui specialità era assemblare accozzaglie umane per formare un cottolengo unico da transumare sino all’uscio dei locali più esclusivi della Capitale – secondo lui – per farci puntualmente rimbalzare causa violazione delle norme minime di dresscode. E di quelle basiche di materiale umano.

Di questo rituale del sabato sera A non era per nulla felice. Decise quindi che il secondo anno sarebbe stato diverso: mai più Wild West e discopub turistici pieni di americani sudati e polacche ubriache che si dimenano sui resti della frittura lasciata sui tavoli. Basta nano! Quest’anno si sarebbe fatto sul serio: saremmo diventate le regine della dancefloor. 

E così fu. 

Il primo passo della nostra evoluzione fu drastico: trasferirci. Da Roma nord, sede del nostro ateneo, migrammo ad est, al capo opposto dei nostri colleghi, accampamento degli studenti fuori sede della Sapienza. Lì ci saremmo fatte nuovi amici ed una nuova vita. E nessuno ci avrebbe mai più associato a quei losers!

Non appena insediateci, credevano di esserci perfettamente mimetizzate con gli indigeni. I discount pullulavano di immatricolati in tuta che facevano scorta di sottomarche di spaghetti e tonno quando gli aiuti umanitari inviati dalle famiglie d’origine scarseggiavano. E così noi: in bilico su tacchi da cubiste andavamo al mercato rionale a far scorta di pomodori e frutta fuori stagione da accompagnare a metri di pizza bianca e kg di Parma. Inutile dirvi che nel quartiere ci facemmo un solo amico: l’egiziano che ci vendeva la pizza. Il resto dei vicini ci scansava come la peste. 

L’egiziano invece era così felice di vederci! Eravamo le sue clienti preferite: le uniche. La sua pizza era una cosa gommosa e indigesta rifilataci a peso d’oro. Ma era sotto casa, per cui nella nostra personalissima concezione di rapporto qualità-prezzo era un vero affare. Il retrogusto d’aglio ci risaliva durante i nostri cavalli di battaglia in discoteca. Perché noi in discoteca alla fine ci saremmo andate eccome! 
Una mattina, infatti, A mise la sveglia presto e scese dal letto agguerrita: la situazione andava risolta. Si recò così in missione alla Sapienza e dopo quattro lunghissime ore tornò alla base stringendo orgogliosa un prezioso bottino: una manciata di biglietti manoscritti e fotocopiati riportanti numeri di spacciatori di saltafila. Poche ore dopo eravamo già in taxi: direzione via Velletri. E quando dico poche ore dopo trattavasi veramente di poche ore, perché noi all’Alien entravamo assieme ai cingalesi che facevamo le pulizie. E con loro ci chiudevamo la porta dietro. 

Intanto il tempo passava e andare a ballare era diventato un vero e proprio lavoro. E noi delle stacanoviste. 

L’Alien era il paradiso: due intere sale da battere da cima a fondo piene di coatti, shampiste, gite scolastiche, cubisti, militari e burini d’ogni dove: la terra promessa. 

La scaletta era sempre la stessa: “I can never be your woman”, “Lemon Three”, un medley dei Gipsy King e quando la serata era fortunata partiva “The rhythm is magic”. E noi con lei. 

La nostra missione di integrarci in società, tuttavia, risultava assai più complicata del previsto. E di quanto qualsiasi ventenne d’adesso potrebbe immaginare: non possedevamo un cellulare. 

Era l’inizio della seconda metà degli anni Novanta e per interagire con resto del mondo toccava utilizzare uno strumento desueto: l’apparecchio fisso. 

Su questo oggetto, ormai feticcio, si potrebbe scrivere una storia a sé: “Il darwinismo del telefono: ovvero la sua evoluzione inversamente proporzionale alla nostra”. 

Il filo del telefono, della genesi della nostra congrega, fu precisamente: il cordone ombelicale. 
 

To be continued

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty