By Carla Monteforte

About By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Posts by By Carla Monteforte:

La caduta di O.J. Simpson e la nascita di Kim Kardashian


Racconta la genesi delle Kardashian, in sintesi, The People v. OJ Simpson, regine dei social che probabilmente oggi sarebbero delle perfette sconosciute senza quel seguitissimo reality, datato 1994, che fu l’omicidio di Nicole Brown e Ronald Goldman da parte del campione di football afroamericano, di lei marito, protagonista di “The Bronco Chase” (la tentata fuga in autostrada con tanto di inseguimento dell’intero corpo di polizia di Los Angeles e dei maggiori network degli States che lo trasmessero in diretta TV h24 con un seguito di 100 milioni di telespettatori), e che prima di finire dietro le sbarre, circondato da celebrieties e vicini Wasp, nero non si era sentito mai.

 
La prima stagione di American Crime Story, costola di American Horror Story (stessa matrice, stesso autore), si concentra sulla vicenda mediatica, prima che giudiziaria, di The Juice ma soprattutto del suo “dream team”, un pool di avvocati di lusso, tra i quali si fa strada l’amico di sempre del running back ed allora sconosciuto ex marito di Kris Jenner, Robert Kardashian.

 
La serie, di cui finora sono state trasmesse quattro puntate, narra l’odio razziale della Los Angeles degli anni ’90 (su cui si fonda tutta la difesa), la nascita dei processi mediatici in cui innocenza e colpevolezza si designano in conferenza stampa, avvocati e pubblici ministeri superstar e vittime relegate a ruoli marginali della loro stessa morte.
Ma soprattutto racconta la caduta di un mito, O.J., e la nascita di un altro, Kim. Perché senza quel sacrificio a Brentwood, oggi, non esisterebbe nemmeno il contouring.

 

P.S.
Da vedere assolutamente in lingua originale per i seguenti motivi:
1) per godere dell’interpretazione a denti stretti di un sublime John Travolta (nei panni dell’avvocato Bob Shapiro)
2) per non perdersi la voce roca e la metrica di Cuba Goodinf Jr (O.J. Simpson)
3) per desiderare un’ultima sigaretta prima della sedia elettrica assieme alla procuratrice Marcia Clark (Sarah Paulson)

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Sanremo. Incontri ravvicinati con uno Zero

di Carla Monteforte

La cosa più bella di questo Sanremo è che finalmente è finito e possiamo tornare a piede libero.

Dopo cinque giorni di domiciliari arriva la conferma che, con la riforma elettorale del Governo Conti, pronostici sui vincitori non se ne possono fare e che se fino ad un paio d’anni fa c’era rimasta qualche certezza adesso siamo precari pure all’Ariston.

Nonostante le Cassandre lo avessero annunciato, infatti, chi aveva mai creduto alla possibilità che una a cui pure lo stilista ha ritirato gli abiti poteva conquistare il podio? (Preceduta da una reduce del precetto pasquale) Assurdo.

Assurdo almeno quanto i tre quarti d’ora di monologo di Renato Zero che, dopo aver cavalcato l’Onda gay tra i ’70 e gli ’80 (con non pochi profitti), nel festival Arcobaleno si presenta vestito a lutto per celebrare la morte di se stesso. Silenzio sulle unioni civili, non una parola sulla stepchild adoption (nonostante un’adozione da single datata 2003), se non uno strambo riferimento a taluni “alieni”, forse metafora democristiana di “omosessuali”. Fa bene la Bertè a non parlargli più.

Il videomessaggio di Loredana che saluta Patty da Niagara Falls (la quale, grazie all’auspicio, incassa il premio “Mia Martini”), è stato il momento cult dell’ultima puntata e dell’intero Festival. Anche perché altri non ce ne sono stati.

Superospiti della porta accanto, giullari di corte, abiti da grandi magazzini. L’alta moda è stata la grande assente di questa edizione in cui forte si è sentita la mancanza delle dive sanremesi che di grazia felina illuminavano la scalinata, in Versace fasciate.

Una carrellata di femmine goffe e dai capelli unti si sono alternate facendo sospirare la frangetta bombata di Fiordaliso, il riccio jungle di Marcella Bella e persino il rosso Flavia Fortunato. Perché Sanremo si nutre di orrido, ma di orrido che muta in poesia.

Per il resto, compresa la vincitrice (degli Stadio), gran parte delle canzoni sono già belle e dimenticate. A parte quella di Rocco Hunt che troverà riscatto in feste patronali e auto smarmittate a Scampia; quella di Arisa (identica alle precedenti). E quella di Bernabei con la quale, se saremo così sfortunate da sopravvivere, assisteremo all’esaltazione in pista dei più squallidi esemplari femminili, ogni qual volta un dj della costa, trasmettendola, deciderà di rimarcare quanto fa schifo il posto in cui suona e il mondo dove vive.

Un mondo in cui Cristina d’Avena è acclamata special guest a furor di web; in cui a decretare il vincitore del festival non è più il televoto (ma un Parlamento di nominati); in cui uno che ha scritto una canzone che si chiama “L’altra sponda” si converte alla parrocchia. Un mondo in cui per festeggiare un altro Sanremo tocca aspettare il 2017.

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Dolcenera, Annalisa, Belen. È il festival delle schiaffo

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La quarta puntata di Sanremo è stata figa come una festa in cui tutti sono ubriachi mentre tu non puoi farti manco uno shottino perché hai iniziato la dieta. Resti perché è un impegno preso ma nel mentre sogni di fare un bagno in una vasca di Campari, come Morgan. O come Belen che, dopo l’apparizione di Virginia Raffaele (e del suo stacco di coscia) ha provato ad affogare la bile nella schiuma. E, fallito il tentativo, ha optato per la superiorità postando un frame delle tube di falloppio della copia, con complimenti annessi. Un grande schiaffo morale!

E non è stato l’unico, perché lo schiaffo è il vero trionfatore della 66esima edizione del festival. Un sempreverde dell’hairstyle sanremese, adottato di sera in sera da tutte le concorrenti: da Noemi ad Irene Fornaciari passando per Annalisa e Dolcenera che, per essere più extreme ’80, ha dormito pure con schiuma e inventaricci, facendosi svegliare un secondo prima di sedersi al piano, ancora in stato catatonico. Beata lei.

Non è successo proprio niente in questo venerdì rubato alla vita sociale ed investito in quella social. Non una gaffe, non un precario che tenta il suicidio, manco uno straccio di allarme-bomba. Niente di niente. Neppure un pederasta con utero in affitto imbarcatosi dalla moderna Bretagna per minacciare la famiglia tricolore. Tanto che ad un certo punto qualcuno degli autori, temendo il calo di ascolti, ha pensato di rivolgersi al pubblico di Buona Domenica annunciando come super ospiti i due Marò. O qualcosa del genere. Ma i due soldati hanno chiuso la busta perché di italiani fuori concorso ce n’erano già troppi.

Superstar della semifinale una padana: Elisa. E la notizia non è che dal suo ultimo shampoo saranno passati non più di quattro giorni ma che, se a finire nel ruolo che fu di Madonna, Bowie e Simon Le Bon, ce l’ha fatta una senza smalto allora ce la possiamo fare tutte. Anche Debora Iurato in H&M. Sebbene tutto questo orgoglio patriottico sia contro tutte le regole del festival della canzone italiana, caro Conti.

Nato negli anni Cinquanta, quando gli italiani, usciti da due guerre, sognavano l’America di cui Elvis divenne incarnazione e dalle cui costole nacquero Bobby Solo e Little Tony, Sanremo l’esterofilia ce l’ha proprio nel dna. Come noi. Per cui, signor direttore artistico, l’anno prossimo si ricordi di investire due spicci in una bella boyband da crisi isterica. Perché senza, non possiamo sognare una terra promessa e nemmeno un mondo diverso.

 

 

 

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Sanremo cover. Tra imitazioni e tarocchi trionfa Donatella

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di Carla Monteforte

La terza puntata di Sanremo l’ha vinta Donatella Versace, the original, che dalla pagina ufficiale della maison ha invitato la sua imitatrice (Virginia Raffaele) a farle da controfigura, non prima, però, di essersi circondata da uno stuolo bonazzi e fatta una piega da urlo. Ma Donatella è Donatella, non c’è Raffaele che tenga, la quale, tra le altre cose, può solo ringraziare la vera della confidenza ricevuta e di essere ancora viva e vegeta invece che incaprettata in un container tra Gioia Tauro e Miami beach.

La serata delle cover, comunque, ha sempre il suo perché: il festival può smettere di fingere di non essere un talent e noi di sforzarci a memorizzare le canzoni e dedicarci al sano abbrutimento. In tema di revival, Conti ha ben pensato di proporre i Pooh, freschi freschi (si fa per dire) di reunion con Riccardo Fogli, tornato all’ovile per il mezzo secolo della band (e del fondotinta opaco) e per far sperare noi inguaribili romantiche in una reunion nelle stive dell’Ariston pure con Patty Pravo. Un bacio, una carezza, un morso alle lenzuola con la ex per poi spingersi oltre per perdersi un po’ nel backstage o, tutt’al più, per ritrovarsi in uno speciale di Paolo Limiti, grande assente della kermesse.

Se si parla di gara a trionfare è stata Napoli, gettonatissima tra i big che la partita se la sono giocata a suon di hit partenopee e tazzulille e cafè. Il premio cover ufficiale, tuttavia, è andato agli Stadio che con garbo alieno hanno omaggiato Dalla mentre i Bluvertigo, con Modugno, si preparavano all’after. E se Clementino si è difeso sfidando il pubblico radical (che il festival lo guarda, ma di nascosto) con De André, Rocco Hunt con Carosone ha «shpaccato l’Ariston».

Per l’Mc salernitano si prevede, oltre che un posto sul podio, un futuro di suonerie, remix e insulti underground. Mentre noi dovremmo accontentarci di cruising nei mercatini con i mariuoli che vendono calzini, al grido di “Wake up guagliù”.

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Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Eros, Nicole e i bambini che fanno oh. Tutti insieme appassionatamente

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di Carla Monteforte

Strano quanto in un Sanremo che più impersonale non si può, come quello di Conti, si stia consumando una silente battaglia civile, prima che politica, di cui il presentatore stesso, suo malgrado, è regista. Ancora arcobaleni sull’Ariston e ancora famiglia protagonista del festival e ossessione dell’Italia.

Se una certa parte di pensiero aveva tirato un respiro di sollievo dopo l’intervento rassicurante del supersodomita Elton John (che, per la cronaca, una moglie l’ha avuta pure lui), ieri sera sarà rimasta spiazzata dall’ingresso a gamba tesa sulla questione delle Unioni Civili del superetero Eros Ramazzotti, nato ai bordi di periferia, al secondo matrimonio con tanto di doppia figliata e favorevole a tutte le famiglie, in prima serata su Raiuno. Favorevole persino a quella dell’altro super ospite della seconda puntata, Nicole Kidman, doppia figliata pure lei, di cui una in provetta (con uno scientologista) e motivo per cui probabilmente – se siamo fortunati – Adinolfi non pagherà più il canone e si troverà costretto a staccare la corrente elettrica alla redazione della Croce – che non sarà più online – e a diventare Amish, come Francesca Michielin che per il suo ingresso all’Ariston, nel mercoledì delle ceneri, ha reso tributo a Maria, Julie Andrew in The Sound of Music, ex suora che abbandona la clausura per unirsi in matrimonio ad un vedovo con sette figli (di cui diventerà madre a tutti gli effetti grazie alla stepchild adoption).

Del resto il musical in italiano è “Tutti insieme appassionatamente”, come le specie umane della scaletta di Conti. Tra le quali, in onore a Gasparri e la buona scuola di Renzi, anche la classe più piccola d’Italia – una maestra e due alunni – che inneggia a Povia (il cantante più piccolo d’Italia, testimonial della lotta anti-gender).

Ma il festival non è solo politica, è anche televisione per cui doveroso è parlare di talent e dei primi posti in classifica occupati dagli inviati di Amici e X Factor tra i quali, nonostante la differenza d’età con i colleghi di girone, è finito di diritto anche Elio che al televoto vince facile per il suo ruolo da giudice più che per la canzone che di sanremese ha poco ma che invece è un medley perfetto per Quelli che il calcio.

La rete impazzisce per Ezio Bosso, compositore affetto da Sla la cui presenza riesce a spegnere per un nanosecondo i fiumi di veleno riversati sui social e trasformare i cinguettatori rabbiosi in musicofili di razza.  E che quasi certamente diventerà protagonista di link e avatar di Facebook finché San Valentino non spazzerà via pure lui con una pixelata di cuori e cuori infranti. Amen.

Se nella prima serata non aveva convinto nelle vesti della Ferilli, stavolta Virginia Raffaele è geniale nelle punte della Fracci che declassa il festival a “sagra” e l’orchestra a “banda” nonostante l’apparizione, acclamatissima, di Beppe Vessicchio che entra in scena con Patty Pravo o Valerio Scanu che la interpreta a “Tale e Quale”. Non si sa.

Per il resto poca roba. Clementino portato sul palco da un ciclone abbattutosi su un centro sociale. E poi la solita Annalisa, il solito Scanu e la solita riesumazione degli Zero Assoluto, piazzati in coda perché tanto non interessano a nessuno. Come le giovani proposte, sbolognate nei titoli di testa mentre ancora gli italiani stavano ritirando capricciosa e crocchette per i centri d’ascolto.

Ma in fondo il festival della canzone italiana è soprattutto questo: il Black Friday delle rosticcerie.

 

 

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Il miracolo di Sanremo

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di Carla Monteforte

Se non fosse per noi disperati bisognosi d’un cadavere per credere nel miracolo, i resti di Sanremo giacerebbero in una fossa comune ricoperti da pile interminabili di Tv Sorrisi e Canzoni, trafugati dalla sala d’attesa di un dentista confuso di paese. Sanremo è morto e quello di Conti, trasmesso ieri sera, è solo l’ologramma dei festival passati, riproposto dalla tv di Stato per tenere il popolo a bada e non fargli capire che l’Italia è finita assieme a Baudo.

Il sipario si è alzato e, ad uno ad uno, i big hanno affrontato la scaletta di Ikea, proponendo tolette ordinarie quanto gran parte delle canzoni. Una carrellata di note, stecche, schiaffi e amori falliti, ma non tanto falliti da far breccia nel cuore di noi ragazze di periferia in cerca di un lento finale in cui cadere strafatte tra le braccia di un pregiudicato durante un karaoke infrasettimanale.

Belle e brave le vallette, ma senza lode pure loro (almeno finora). Belle e brave, tranne Garko. Il redivivo attore, nonostante gli sforzi di cambiare posa e nuance di capelli, non è riuscito nell’impresa di distinguersi dalla propria sagoma di cartone. Un’imbarazzante icona da fotoromanzo rubata fuori un’edicola e piazzata sull’Ariston per acchiappare il pubblico in menopausa e quello dei maligni che continua a preoccuparsi della sua (o della propria) sessualità.

Qualche nastro arcobaleno provava a spezzare il grigiore di un teatrino insulso (testimoniando nel frattempo la barbarie di una nazione nascosta ancora dietro un dito). Tra un complimento, una televendita e un’autocelebrazione, qualcosina però si è mossa. Se ne facciano una ragione Adinolfi e tutto il resto dei cattomofobi preoccupati della piega “gender” della 66esima edizione del festival della canzone italiana. Del resto, cari democristiani, se volete un Sanremo etero-dosso non invitate Elton John e, soprattutto, la Pausini. Laura al quadrato, con tanto di giacca originale de La Solitudine, è stata il climax gaio della serata, non superato nemmeno dalla omopaternità “sbadierata” (sulla rete ammiraglia e in prima serata, cari grillini) del musicista britannico che, per il resto, si è espresso in musica e ha scelto più che un basso profilo, un profilo cristiano.

In ultimo i look. La palma da peggio vestita della serata va senza dubbio ad Arisa che ha reso omaggio alle Foibe, seguita dalla solita Noemi (in fase crociera Dukan) separata alla nascita da Irene Fornaciari che per la mise della prima serata ha reso invece omaggio a Caitlyn Jenner. Le altre tutte non classificate: impossibile ricordarle. Il grande assente dell’edizione 2016 del festival, infatti, non è stato il buon gusto, ma proprio la personalità.

Fortuna che Sanremo non è uno show ma il miracolo di San Gennaro: ogni anno il rituale si ripete tra l’ansia dei credenti preoccupati dell’esito che alla fine è sempre identico. Perché ciò che spinge noi folle ad assistervi in massa, e riunirci in gruppi di preghiera, non è Conti che dice la messa, ma solo la fede.

 

 

By Carla Monteforte

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Io ci sono #papapride2014 (il Garantista, 22-06-2014)

Se papa Giovanni Paolo II era una popstar, Francisco è una estrella latina. La versione caliente e moderna dei Vatican Vip (very,important, pontefici), lanciata dalla sacra Major per sedurre l’enorme mercato latino e ricondurre al gregge milioni di pecorelle smarrite nel word wide web. Presenzialista più che un feat di Pitbull, la tournèe della latin star, ha fatto infine tappa in Calabria: e vai con i miracoli. Primo fra tutti: la moltiplicazione dei satiri e dei selfie. Innumerevoli i corrispondenti da Cassano per la web-diretta social. Tra loro Don Tommaso Scicchitano che dallo Ionio fa sapere “Io ci sono”, parafrasando la campagna delCalabria Pride. #PapaPride2014 si hastagga infatti, per poi aggiungere “Peccano ma non sono dissapiti” facendo il verso allo slogan (“Piccano ma non peccano”).

L’agenda setting è l’oppio dei popoli, lo sa bene il fumettista Luca Scornaienchi: “Ormai è ufficiale: Papa Francesco aprirà il concerto dei Rolling Stones”. Ed essendo questo oltre che il Bergoglio day la settimana mondiale dei luoghi comuni perché non ricordare che la Calabria potrebbe vivere solo di turismo ma senza servizi e infrastrutture adeguate questo non sarà mai possibile? A tal proposito la web-star Sara Ruggieri mostra il suo disappunto: “Comunque, portare il Papa in Calabria e non fargli vedere la Sila è come andare alle cascate del Niagara senza vedere le cascate”. E sui disservizi la segue Sandro Pezzi:“Papa Francesco arriva a Castrovillari in elicottero scende saluta i calabresi e poi esclama: A Salerno Reggio Calabria va faciti vua!!”.Per il resto Iole Perito rassicura la mamma di restare devota al tacco 12, Luca Morrone e consorte aspettano la papa-mobile a suond’autoscatti e tra un papa-boy ed un pellegrino c’è chi si ristora con un bel gelato “gusto Papa”. E’ il marketing, bellezza! Quel sacro ramo dell’economia che a volte racchiude misteri più criptici di quelli di Fatima tipo: com’è possibile che il merchandising abbia avuto più successo con Bergoglio che con Ratzinger quando con i cambi d’outfit del secondo si potevano fare dieci edizioni di figurine Panini? Ma questo non diciamolo sennò ci scomunicano (o, peggio, ci defollowano).

Carla Monteforte

 

 

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N10 fermata Ottaviano (23 luglio 2014)

Il mio autobus è il 23: da giocare su tutte le ruote di Roma. Non ho mai capito se per qualcosa che c’entri col karma mi porti ovunque io voglia andare o se per pigrizia ho lasciato che tutta la mia vita fosse condizionata dalla sua corsa.  Se ho limitato il mio raggio d’azione da piazzale Clodio a Basilica di San Paolo per non subire la noia di cambiare mezzo.

La mia corsa è l’ultima, quella che miracolosamente t’affranca dal purgatorio dell’attesa del 10, il notturno.

Io e il 23 siamo una cosa sola. La fermata non è sotto casa mia: è un suo prolungamento. Ci arrivo sorseggiando un vodka-tonic alla mia maniera: quasi tutta vodka ed una spruzzata di tonica che faccia credere al mio cervello che non mi sia trasformata in una di quelle donne dell’est che bevono il giovedì ai giardinetti camuffando la bottiglia in sacchetti di carta. E con oltraggiosa scollatura a favor di carreggiata. Sarà per questo che ho sempre riscosso un inspiegabile successo con gli autisti. Mi riconoscono da chilometri. Monto su, fanno cenno di avvicinarmi e a fine corsa sono a conoscenza di ogni insignificante particolare della loro esistenza. Mi piace raccogliere confessioni spontanee di sconosciuti che quasi certamente non rivedrò. È il mio talento. Almeno quanto sentirmi parte di quella sintesi di disagio che sono i bus di notte. C’è l’ubriacone che dorme, l’ubriacone che delira e poi ci sono io: l’ubriacona che fissa gli ubriaconi.

Ci sono le americane in minigonna e ciabatte da doccia che disinvolte mettono in mostra gambe tozze, cadaveriche e a chiazze rossastre. Senza pudore. Ci sono i magrebini che le scrutano muti. Le spagnole che  farfugliano sguaiate di feste e cerveza passandosi il bottellon. Un intruglio di vino in cartone e cola da discount che ti va dritto dritto al cervello bombardandoti neuroni e freni inibitori.

E poi c’è una signora agèe assai elegante. La incontro spesso. È composta, ben truccata, vestita di classe. Ha i capelli raccolti in un piccolo chignon che lascia scivolare via due ciocche che le ammorbidiscono i lineamenti del viso scarno e solcato dalle rughe. È bella. Di tutta la gang, il personaggio più strano. Ogni volta che la incrocio, di notte sul 10, un altro concentrato di alcolisti e gentaglia da evitare, mi domando cosa ci faccia lei lì. Una così, in mezzo a  noi balordi. È difficile capire quale sia il minimo comun denominatore che unisce alcune specie umane in un medesimo habitat. La signora dello chignon resta in silenzio, impassibile per l’intero tragitto. Così composta che nonostante gli olezzi di alcol, spezie e indumenti fetidi pare circondata da amiche in principe Galles in una sala da tè. Invece è lì, in quello stesso girone in cui noialtri tentiamo di dare un senso alla nostra esistenza buttandola via. Allora provo a giustificare quest’ossimoro sociale fantasticando che sia un’infermiera – di quelle arruolate quando ancora per una donna era una posizione di un certo prestigio – che torna dall’ennesimo turno in ospedale, sopportando disagi e compagnia semplicemente alienandosi. Aggrappandosi al conto alla rovescia dei giorni che la separano dall’agognata pensione che a breve l’affrancherà dall’estenuante rituale, e da noi.

Chissà che fine faremo noi, invece? Su quale numero finiremo a rimuginare a quanto lontani saremo arrivati dalle nostre aspettative? Mentre i nostri sogni di gloria, costruiti sulle illusorie fondamenta di crederci altro dai nostri compagni di corsa, saranno giunti al capolinea della consapevolezza che noi di quell’affair  eravamo parte integrante.

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty

Lazzaretto Connection

Dove abito io è un luogo di quarantena dove Dio o chi per lui ha confinato tutti i freaks e i soggetti ad alto rischio che sfuggivano al suo controllo per limitarne l’azione in un raggio di un metro e mezzo formando così, da un’accozzaglia umana, quella che wikipedia chiama una città. Bella pensata proprio! Adesso siamo tutti qui, gomito a gomito. Gente che non si sarebbe mai scelta nemmeno per raggiungere il numero minimo di posti in pullman per andare a chiedere una grazia a Padre Pio.

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La solitudine dei piccoli centri è quel mal d’Africa che ti fa pensare sospirando ad altri mondi in cui forse ci sono simili tuoi. Perché tu con questi qui non hai proprio nulla a che vedere. Sei ET che scorre la rubrica sperando che si faccia vivo un altro marziano, un superfigo super avanti come te, in cerca di solidarietà, un club decente e torre di controllo. La solitudine dei piccoli centri è quel sentimento di ingiustizia che si prova ogni volta che apri Youtube e compare il video dell’ultima sciacquetta divenuta milionaria mentre tu sprecavi tempo a lamentarti di gente allucinante imbucatasi nella tua vita come ad un party free-bar. È quel pugno nello stomaco che si prova ad ogni sconfitta subita contro la banalità. Qui vince sempre. Tutto ciò che somiglia ad un tubino di Zara ha sempre la meglio. Non resta che cercare qualcosa di interessante sotto la crosta piccolo borghese che ricopre i marciapiedi ed i suoi abitanti dalla piega dritta e ed i mocassini ai piedi. Gente annoiata, noiosa e senza eros che prova a dare senso alla propria esistenza cercando sesso riciclato e insapore in incontri falso-impegnati inutili quanto i loro punti luce che tanto la dicono sulla loro passionalità.

Da chi abbiamo preso noi, non si sa. Noi di sangue nelle vene ne abbiamo fin troppo, tanto da far stare in fibrillazione le nostre amiche – ormai donne oneste – che approfittano dei nostri momenti di fragilità accanendosi in disperati tentativi di convertirci alla loro di parrocchia, quella delle coppie approvate da Dio finalizzate alla prosecuzione della specie o, quanto meno, alla prosecuzione delle pizze del sabato. Proprio quello di cui abbiamo bisogno mentre già siamo annoiate: pensare di dover sostenere anche il tedio di un altro cristiano spaiato. “Tedio al quadrato e una spina media per noi, grazie!”. Questo il baratto: le nostre notti insonni e agitate piene di esseri assurdi e sbagliati in cambio di un essere assurdo e sbagliato solo. Bell’affare!

È davvero dura farsi accettare. È davvero dura difendere il proprio diritto ad essere errori della natura. Prodotti con difetti di fabbricazione di quelli che prontamente vengono ritirati dal commercio e che poi finiscono sugli scaffali dei collezionisti, ad un costo centuplicato rispetto a quello di listino. Siamo rarità, ecco. Mostri di valore. Specie da proteggere come si proteggono altre bestie a rischio estinzione e a noi le bestie ci piacciono assai, più della pizza.

Che la margherita aspetti almeno finché nel bosco ci sarà un ultimo orco da cui farci sbranare.

 

(articolo pubblicato su www.malesoulmakeup.wordpress.com)

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By Carla Monteforte

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¿Qué he hecho yo para merecer esto?

 

Vivere in una città  grande quanto uno sputo è come coabitare in cattività con esemplari che gli zoologi hanno catalogato come della nostra stessa specie per pura approssimazione. Sciatteria. Qualunquismo. Non siamo tutti uguali, questo è poco ma sicuro. Eppure ci tocca stare gomito a gomito con ogni sorta di subumano che il più perverso tra gli architetti ha deciso di piazzare sul nostro stesso pianerottolo. Sadismo puro. Perché poi? Per declassare la nostra biografia a romanzetto di bassa lega. Da sfogliare durante la posa di una tintura rosso mogano. Gesù!

Ma che abbiamo fatto per meritare questo?

Noi, noi che eravamo destinate a una gloria in mondovisione ci troviamo a dovere dividere uno sgabuzzino adibito a camerino con quattro aspiranti starlette che  Eva Harrington non vorrebbe come cameriere.

Ma come abbiamo fatto a finire in questo guaio? Come hanno fatto queste ad imbucarsi al nostro ballo?

Sempre colpa degli architetti. Una volta le nostre simili vivevano in case munite di ponti elevatoi, fossati e tanto di coccodrilli malnutriti per impedire l’ingresso ai predatori. Poi qualche vanesio archistar un giorno s’è svegliato e ha deciso che, abbattute le mura di cinta, i quartieri sarebbero stati molto più cool. Che boiata!

Quant’è difficile sopravvivere in un mondo in cui il parassitismo sociale è l’hobby più diffuso. In un mondo in cui una cosa è totalmente trasparente finché una trend-setter non la raccatta liberandola dal proprio anonimato.

Diffidare sempre dalle modaiole, dalle adulatrici e dalle arrampicatrici sociali in genere. L’unica ricchezza vera è la personalità, proprio per questo continuamente nel mirino di affamati e accattoni.

Rendiamo grazie ai nostri nemici dichiarati. A chi ci urla tutto il suo disprezzo in faccia. Gente onesta. Persone rispettabili con un guardaroba proprio. Amiamo soprattutto chi ci ignora. Chi ci trova invisibili. Chi non spia nel nostro piatto dal tavolo accanto per vedere cosa abbiamo ordinato ed ammiccare al cameriere che abbiamo deciso di lanciare nel jet set sussurrandogli: “lo stesso”.

Che pena.

E’ dura essere noi. Davvero dura. Per ogni straccio di privilegio ci sono mille controindicazioni da sopportare. Mille sanguisughe da allontanare. E’ come restare imprigionate in una puntata dei Visitors: non sai mai quale sottospecie di rettile si nasconda dietro la piccola fiammiferaia.

L’apparenza è quello che ci frega. Le innumerevoli, scadenti, mentite spoglie dietro cui il demonio nasconde le più squallide e patetiche delle sue creature. Maschere made in China che, fortunatamente, in non troppo tempo rivelano ogni difetto di fabbricazione e finiscono dove sarebbero sempre dovute stare: nella pattumiera.

Non è che siano fesse o, peggio ancora, buone. E’ che ci interessa solo essere noi. Siamo drogate di noi.

Inconcepibile, no?

L’egocentrismo è uno stupefacente assai singolare. Stordisce a tal punto da sfociare in altruismo. Paradossi della chimica.

Così mentre noi siamo impegnate in attività d’altissimo livello sociale, artistico e culturale tipo farci autoscatti in bagno, il resto della casa è lasciato al proprio destino. Porte e finestre tutte spalancate, confidando nella clemenza dei ladri.

E sapete perché? Eccessiva ingenuità? Macché! (Magari!) Pigrizia totale. Siamo le peggio. Diffidare costa fatica. Fidarsi è molto meno faticoso, invece. Siamo delle fottutissime passive. Ci secca talmente tanto leggere il manuale d’istruzione del metal detector che preferiamo correre il rischio di far imbarcare terroristi d’ogni sorta sul nostro jet personale. Sperando magari che tra questi qualcuno sia un figaccione superdotato e che prima di farsi esplodere ci regali attimi di insana passione. Un amore tossico ad alta quota per cui valga la pena finire in milioni di pezzi in pasto agli squali.

E su tutto questo l’esperienza poco può. I nostri errori resistono felicemente accatastandosi gli uni sugli altri. L’unico modo che conosciamo per sopravvivere. Saltellare da un incendio ad un altro.

Siamo accumulatrici seriali. Per guarire servirebbe una lobotomia. O un incendio più grande. Più forte.

Più forte persino della nostra noia.

 

Carla Monteforte

By Carla Monteforte

Carla Monteforte è una socialite professionista sul viale del tramonto e make-up addicted, prestata occasionalmente al giornalismo. Nata e cresciuta nel mondo, si è laureata in scienze del nightclubbing a Muccassassina, specializzandosi, poi, in human resources a Chueca, Madrid. Vive tra Cosenza, Roma e il world wide web. Mantiene un centinaio di famiglie in Cina investendo mensilmente una prospicua somma in strass. Ha 38 anni suonati. Da grande vuole fare Joan Collins in Dynasty