Esquilino mon amour

Quando sono inquieta vado a piazza Vittorio. Sento una specie di richiamo ancestrale per questo non luogo che è una terra di nessuno e quindi pure la mia. Mi sento un frammento tra altri frammenti in cerca di chissà che. Di qualcosa. Di un’identità. E quasi sempre me ne torno a casa senza alcuna risposta ma piena di buste colme di stoffe e cianfrusaglie di nessun valore economico ma che per me sono fondamentali per comporre il puzzle sparpagliato che è la mia vita. Che sono io.

La mia giornata all’Esquilino è una via Crucis. Prima stazione: piazza San Giovanni, via Sannio. Un posto che non si fila quasi più nessuno e nel quale non trovo quasi mai nulla a parte me stessa diciottenne che vaga tra i banchi in cerca di chissà quale derelitto. Non è cambiato molto da quando indossavo anfibi che adesso sono in vendita nel reparto vintage. Sono vintage anche io, mi sa. Forse sono proprio il derelitto che cercavo quando col walkman alle orecchie frugavo tra i Loden infeltriti. Eppure resto una spettatrice in ritardo che vaga in un’enorme sala in cui tutti sembran aver preso posto a inizio film, tranne me.

Dopo aver lasciato un acconto per una pelliccia di volpe anni ’80 che non posso permettermi, che mai indosserò e che nemmeno mi va – ma che secondo Tiziana è l’affare del secolo (il suo) – piena di dubbi e sensi di colpa me ne vado a piedi verso la Mecca, attraversando viale Manzoni e risalendo verso il luogo dove prima era Mas e che adesso sembra il cimitero monumentale degli accumulatori seriali a cui non dimentico di rendere omaggio. Sono accolta da un ammasso di vecchie saracinesche abbassate e insegne non funzionanti che danno un’aria spettrale e al contempo irresistibile alla Babele di Roma. Mentre ad intermittenza le gemme e gli strass dei bangladini brillano dai cesti di plastica sin fuori le vetrine creando in me un senso di enorme eccitazione. Dando luce al mio cuore in penombra.

Chissà perché in questo perimetro così decadente io mi sento tanto io? Viva come come i tessuti sgargianti del Mercato Esquilino che io e le nigeriane non riusciamo a smettere di toccare, sotto lo sguardo di disappunto dell’indiana che li vende. Mentre il giovanotto africano del banco concorrente farebbe di tutto per piazzarmi la sua di mercanzia…

E poi, puntuale, arriva il momento più aulico della processione dei reietti: la sensazione che qualcuno ti stia inseguendo. Ed in effetti qualcuno mi sta inseguendo sul serio: se così non fosse non sarebbe piazza Vittorio. Il posto dove tutti cercano qualcosa e per qualcuno quel qualcosa sei tu. Almeno per qualche centinaio di metri. Almeno fin quando sui banchi non si manifesta un affare più conveniente, un ribasso o un prodotto più esotico.

È Chinatown bellezza: il luogo dove siamo tutti in vendita. Tocca solo stabilire il prezzo di partenza e quello a cui siamo disposte a scendere pur di sentirci volute, desiderate, possedute.

Ma chi lo stabilisce il nostro valore? Davvero il mercato? Davvero un turista di passaggio confonde noi per un souvenir?

Con la borsa piena di robaccia e punti interrogativi mi avvio verso la stazione Termini dove c’è il 70 ad attendermi assieme ad una fila di perdigiorno d’ogni specie che mi fanno l’occhiolino e mi sussurrano «”Bela”».

Ecco perché vengo qui: perché non mi sento sola mai tra altri vagabondi che non sanno chi sono ma che un prodotto di lusso lo riconoscerebbero anche sotto una catasta di fake.

Carla Monteforte

Natale a Cosenza. Cronaca di una morte annunciata

 

Non so voi ma io sono super felice di rivedervi. Fosse solo che, se sono qui con voi, significa che non sono più a Cosenza. Quel posto sperduto che Dio ha ficcato tra la Sila e il Tirreno che mi ha dato i Natali e che ogni Natale prova a farmi fuori.

Sono una ragazza di provincia io. Una di quelle che prima di tornare a casa ha già appuntamento per ceretta e semipermanente fissato da settimane e una scuderia di amanti storici scalpitanti perché Dolly torna in città. Il problema è uscirne viva poi.

Sono cattolica: a me il Natale piace santificarlo. Con un revival di problemi vecchi e un dramma tutto nuovo di cui pentirmi e dolermi in vista della Quaresima.

Come si fa a sentire l’aria delle feste senza i botti?

Da noi Natale sembra la Siria. Fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco tagliano il cielo della città e annunciano che Gesù Bambino è nato e che a via Popilia è arrivata la coca. Ne cade tanta di neve nel presepe e nei nasi, per festeggiare l’avvento di nostro Signore. Quel periodo in cui gli emigrati rientriamo ad Itaca e con i cappotti impregni di fritto vaghiamo per le strade che ci hanno partorito in cerca di antichi sapori e nuove malattie veneree. Del resto io sono una tradizionalista e per me Natale non inizia fin quando, prima di avventurarmi in un posto, non devo mandare un inviato in perlustrazione per capire se la mia vita è in pericolo o meno.

Quant’è bello sentirsi a casa!

Gente di cui ti vergogni, e che non vedi da decenni, che ti si siede a fianco mentre tenti di far colpo su quello che ti piace, e pretendechiarimenti su una vostra relazione immaginaria, chiedendo lumi sui motivi dell’immaginaria rottura.

Stupendo no?

Il buttafuori del locale, dove per una volta stai fingendo di essere una persona perbene, una professionista stimata che commenta il suo ultimo editoriale politico con un lettore interessato che la stima, che ti bombarda di Whatsapp chiedendoti di raggiungerlo nel vicoletto.

(Tu ovviamente non vai e soffende pure!)

I poliziotti in pattuglia che ti fermano mentre passeggi, come se camminare ubriaca fosse un reato, ma invece di arrestarti ti molestano.

Adel che la notte di Capodanno ti scorta dal portone di casa fino in pieno centro dicendoti che vuole portarti con lui in Marocco perché sei troppo bella ma ad una certa è costretto a voltarsi perché per inseguirti ha dimenticato la droga ed era uscito per lavorare.

Che belle le città piccole!

Quei luoghi incantati dove fuggi per cercare riparo dal caos delle metropoli per ritrovarti in pochi metri quadri, senza via d’uscita,con la persona da cui davvero eri scappata: te stessa. Più madre, sorelle e spirito santo che in occasione delle feste ripassano il repertorio dei santi mentre riversano valanghe di zucchero e grassi saturi su mesi di regime proteico.

Mamma aveva due interventi alle mani già fissati col chirurgo per i primi di dicembre: li ha disdetti doveva farsi i dolci di Natale. Non si fidava. La Vigilia, non contenta, ha infornato pure una pastiera.

La piaga sociale della Calabria non è la disoccupazione, il racket, le ndrine, ma sono i picchi glicemici da cui certamente ha origine tutto questo. La corruzione, la fuga dei cervelli, lo spopolamento, la Lega primo partito in regione, tutto nasce dalle massicce dosi di glucosio a cui siamo sottoposti come fossimo cavie di un misterioso esperimento divino e che siamo costretti a smaltire come cavalle imbizzarrite: galoppando a braccetto con i nostri stalker.

Gli ex, per i quali avevamo fatto in fretta e furia le valigie imboccando a rapina la SaRc, che ti ripropongono le loro palle addobbate a festa con la scusa del Santo Natale e che dobbiamo essere tutti più buoni. Cosi buoni che ci si sono aperti tutti i chakra e dentro ci si è infilato persino il vigilantes di Cetraro che alle 3 di una notte gelida di gennaio, dopo un mezzo limone, telefonava a un club di scambisti per sapere se era aperto.

Casa dolce casa.

Quel posto in cui torni leggiadra come sulla scena di un crimine e da cui scappi via come un ricercato con una taglia sulla testa.

Per fortuna passa tutto: la novena, i fritti, la famiglia riunita che ti prepara all’Iran. E una volta lontana, del Natale restano solo gli accumuli di grasso, i sensi di colpa e un non meglio identificato che continua a chattarti: “Hai capito chi sono?”.

“Senti bello, sono cattolica io! Per n’altra croce adesso ci vuole Pasqua!”

 

Dalle finestre del labirinto

Sento la pioggia da dietro la finestra mentre con la coda dell’occhio spio il mondo là fuori. Fa buio presto, per fortuna. La luce che si spegne lenisce l’angoscia di dover trovare una collocazione in quell’ingranaggio che è l’universo e nel quale mi sento come quel pezzo di Ikea che puntualmente mi resta in mano, pur seguendo alla lettera il libretto di assemblaggio. La notte, invece, è il buco nero dove vanno a finire i detriti delle galassie, tipo me.

(Insieme infatti siamo perfette)

Chi ci capisce più niente delle stagioni che si accatastano come merce tenuta alla rinfusa nel garage di un accumulatore seriale?

Riesco a incasellare la mia vita negli anni, uno per uno, fino all’ultimo di università, dopodiché un asteroide si è abbattuto sulla terra e i lustri si sono aggrovigliati in un unico enorme ammasso informe. Finché non ne è arrivato un secondo ed il caos si è riorganizzato con due nuovi confini: il prima e il dopo.

Non riesco a immaginare nulla di ciò che è accaduto nella storia recente –  crisi economiche, emergenze climatiche, colpi di Stato – che in qualche modo non abbia a che fare con questi due eventi soprannaturali: la malattia e la morte di mio padre.

Mio padre era la mia casa, la finestra da cui mi affacciavo al mondo. Pensate il casino quando i nostri infissi sono stati imbrattati da un branco di squatter dal nome assurdo: placche di beta amiloide.

Disturbo neurocognitivo maggiore o lieve dovuto a malattia di Alzheimer.

Avevo 23 anni quando il mio mondo iniziò ad essere abitato da soli sconosciuti. Una passerella sospesa nel vuoto attraversata da individui senza nome e senza volto.

Quanti ne ho visti passare nel mio soggiorno, nemmeno potreste immaginarlo.

È da allora, probabilmente, che gli stranieri sono diventati i miei esseri umani preferiti.

Dalla mia finestra prima vedevo l’America, il mio avvenire tra viali enormi pieni di luci e credenze zeppe di pacchi di pop corn gigantenschi. Tutto Xxl. Poi l’America iniziò a restringersi ed i viali divennero strettoie. Per vedere il cielo da quelle viuzze dovetti imparare a camminare su tacchi esagerati. Quelli che passi, la terra trema e la gente mormora. Ma chi se ne fotteva?

Ero in purgatorio, sì, ma se sentivo la terra muoversi ancora sotto i miei piedi ed il cielo cadere giù, ero viva. Come mi ripeteva Carole King, stella polare del labirinto da cui eravamo state ingoiate io e le mie sorelle.

Poi smisi persino di sperarci, fu allora che le porte si spalancarono: l’America era ancora dall’altra parte della luna, ma il mio esilio era finito. Ero libera. Di nuovo nel mondo in mezzo a tutti sconosciuti.

Diventai una sconosciuta anche io. Fu cosi che smisi di avere paura, diventando io la straniera. Una di quelle che ti affacci alla finestra e vedi disperdersi nella folla di volti tutti identici.

Ne vedo ancora infiniti dalla mia, e tra quegli infiniti mi vedo di nuovo pure io.

L’inquietudine è il mar in cui m’è dolce naufragar.

Ma è mentre faccio il morto nelle incertezze che un pensiero inquietante disturba la mia traversata. E se fossi finita in un nuovo dedalo?

L’essere umano è una creatura seriale ed in quanto tale tende a ripercorrere gli stessi sentieri all’infinito.

Dispersa in quella miriade di anime senza traiettoria c’è un insegna a luci intermittenti che mi abbaglia nelle tenebre in cui amo galleggiare: «Algoritmo», c’è scritto. Mi domando se sia io adettare le coordinate al mio, o sia lui il mio nuovo Minotauro. Colui che mi tiene per mano e mi conduce in nuovi vicoli ciechi che io chiamo libertà.

Come andrà a finire questa nuova storia non lo so. Per scoprirlo ci vorrebbero pacchi di pop corn xxl.

Carla Monteforte

Teresa la fea – Storie di ordinaria misoginia

 

Quando c’è da attaccare una donna si prendono sempre scorciatoie. A me puntualmente danno della cessa, della poco di buono e, volendo andare al sodo (il peccato originale), della figlia di papà (che per me poi è un complimento perché nulla mi rende più orgogliosa dell’essere figlia di mio padre).
Raramente (anzi mai), quando mi sono imbattuta in haters, il livore era accompagnato da argomentazioni riguardanti il contenuto (o, perché no, la forma) dei miei scritti (pubblicati per più di un decennio sui quotidiani calabresi per cui ho lavorato con regolare contratto): sempre solo insulti (sul mio aspetto fisico, sul mio status sociale, sulla mia condotta).

Passano gli anni e le cose non migliorano: quando di mezzo ci sono femmine gli attacchi sono sempre frontali. Mi domando quindi: in cosa stiamo sbagliando? Non noi donne, ma noi società. Anche perché di questi residui di patriarcato non sono affetti solo i maschi ma le donne per prime partecipano attivamente a questa caccia alle streghe senza fine che non ci farà mai arrivare a nulla di buono.

La domanda è: ma voi che offendete credete davvero di essere più belli dei vostri bersagli? E poi, chi ve lo dice che i vostri canoni di giudizio estetico siano quelli universali?
Almodovar ha costruito una carriera ispirato da donne dalla bellezza non canonica. Per Botero la perfezione erano le donne grasse. Potrei continuare citando Barbra Streisand, Edith Piaf, Maria Callas, Beth Ditto, Winnie Harlow, tutte bellezze difettate secondo i vostri canoni, e alla quale – in realtà – non potreste allacciare nemmeno le scarpe.

Non esprimo nemmeno solidarietà alla nuova ministra dell’Agricoltura perché una persona che viene dalla terra avrà di certo maturato una concretezza tale da non sentirli nemmeno i vostri consigli da nutrizionisti improvvisati. Le auguro invece di fare un buon lavoro e di continuare a sfoggiare i look che più le piacciono perché il suo abito da nozze d’argento alla Sonrisa ha rotto il grigio di un posto abitato da troppi maschi e, soprattutto, è un perfetto travestimento di Halloween! Ma questo per me non è un insulto ma un grande apprezzamento: quando possono imitarti vuol dire che sei già cult!

La notte della neve

Amo spiare la notte impossessarsi di Roma come un master che immobilizza la preda per infliggerle ore di torture e godimento. Che poi sono la stessa cosa.

Quando il buio cade sulla vecchia matrona la gente perbene cerca riparo nelle proprie tane mentre dai tombini come i ratti usciamo noi.

Quanta inquietudine sotto uno stesso cielo. Quanta inquietudine sulle sponde del Tevere che incurante scorre senza sosta assieme alla vodka e alle illusioni che ogni minuto si frantumano come calici da vino di Ikea.

La notte e Roma sono sadiche e imprevedibili come i pacchi di un programma per pensionati e casalinghe in cui chi se ne va sconfitto ha come premio di consolazione anche sensi di colpa a pacchi. Perché la fortuna, così come la colpa, non avviene mai a caso. In quelle scatole strette in mano da ignoti d’ogni dove puoi trovarci di tutto mentre saltelli tra il bancone ed il bagno stringendo tra le dita l’ultima sigaretta ed un bigliettino col tuo numero da ficcare nelle tasche del buttafuori così gentile da non averti ancora sbattuto fuori a calci.

Ma è quando tutti i segni divini e le congiunzioni metereologiche e astrali suggeriscono prudenza, di restare in casa chiuse a molteplici mandate, che bisogna cogliere la sfida e lanciarsi nella brughiera in cerca di un Heathcliff o semplicemente di tempesta.

Una notte, tra i tanti sconosciuti che attraversano la capitale e la mia vita senza lasciare traccia, arrivò la neve. Visitatrice esotica e annunciata ma non per questo meno prodigiosa o sorprendente.

Assieme alla neve arrivò lui, l’uomo della neve. Un forestiero dai lunghi capelli portato dalla bufera. Un brivido caldo levatosi dai sanpietrini ibernati.

Uno sguardo ed ero sua, sciolta come un ghiacciolo che annega in una Jacuzzi. D’un tratto tutti gli Harmony rubati dai cassetti di mia madre erano lì, materializzati in carne, ossa e vodka tonic, nel cuore di una Trastevere polare. Nel cuore di una Trastevere bollente.

Ecco perché amo le intemperie, la pioggia, il vento, i tombini intasati, la grandine, perché fanno pulizia di tutta la gente inutile – imbottitura sociale, figuranti – lasciando spazio a noi: i peggio. E facendo posto ai marinai di passaggio. Quelli che ti seducono e poi si dissolvono come neve a Roma.

Nulla è eterno nella città eterna. Nemmeno un respiro che sembra infinito ed invece è solo un fermo immagine di un regista annoiato che fa prove tecniche coi tuoi polmoni.

Del resto cosa ci si può aspettare da un luogo in cui la storia è già stata scritta tutta? Un capitolo nuovo? Non certo una morale. Perché chi è in cerca di morale non scende certo a Termini.

E col fiato ancora sospeso, inebriata di desiderio e Beluga, mi ritrovo ancora una volta sola a proseguire il mio cammino verso l’ignoto per i vicoli ghiacciati, mentre Ponte Sisto mi guarda incredulo ed un magrebino insegue la mia ombra giurando amore eterno.

Eterno come una promessa nella città più bugiarda del pianeta.

Carla Monteforte

Ultima notte al B-Side: il lato B della città (pubblicato su www.iacchite.com)

La mia prima volta al B-Side non me la ricordo nemmeno. Non so se per colpa del rum e cola o perché è come se in quel girone infernale, apertosi come un cratere ardente nel cuore di Rende, io c’avessi beatamente sempre sguazzato. Sono certa però che i miei primi pellegrinaggi nella wild side a nord di Cosenza avvenissero di mercoledì: c’era il Partyzan e nel bel mezzo della settimana, mentre la gente perbene si batteva il petto in pigiama alla tv, io montavo sui tacchi per scendere tre metri sotto terra ed immergermi nella nebbia e nel rock incollata al mio allora inseparabile amico “Bestio” che stava a stento in equilibrio sui suoi piedi ma, saldamente agganciato al mio braccio, soffiava come una gatta partorita su tutti i “cani malati” che raccattavo.

Li chiamava così, lui, i tipi che mi ronzavano intorno. E di accalappiacani, purtroppo (o per fortuna), nei 13 anni di vita del club ne sono passanti così di rado che di randagi io e le amiche mie ce ne siamo adottati infiniti, tra una spintonata e una dance-hall, al civico 98 di via Fratelli Bandiera di Rende.

Anzi tutte le liaisons della mia cerchia più stretta – e di metà città e hinterland – dell’ultimo decennio hanno avuto origine proprio in quella pista che sapeva d’underground e sigarette e che pareva così angusta che resta tuttora un mistero come abbia potuto contenere due lustri e mezzo dei nostri amori e, soprattutto, due lustri e mezzo dei nostri errori.

Quanti drammi si sono consumati in quei pochi metri quadri, Nirta solo lo sa. Ma era stupendo: patire divertendosi e divertirsi patendo. A noi ragazze del B-Side c’è sempre piaciuto così: “Crying at the discoteque”, citando gliAlcazar. Sentire forte le canzoni come se fossero scritte e suonate solo per noi; e ballarle con area dolente e mascara sbavato a pochi metri della nostra rivale (intenta a fare esattamente lo stesso). Ci sentivamo tutte così uniche da scoprirci alla fine così uguali. Accomunate dalla musica, i troppi drink e i messaggi alle 3 di notte.

C’erano poi le tiratrici scelte: quelle con mirino puntato su dj, cantante o musicista emergente della scena indie italiana (o almeno bruzia). Un altro fenomeno partorito – a livello local – dal B-Side sono proprio le groupie, nate tra il palco e la toilette e cresciute sui social a colpi di foto imbronciate, rossetto rosso, coroncine e filtri ingialliti.

In un posto nato “controtendenza” ad un certo punto, l’affluenza ed Instagram hanno fatto sì che la moda facesse inesorabilmente irruzione. Dopo la fase iniziale da rivincita dei nerds, dopo i geek in occhiali a fondo di bottiglia, dopo le camice acriliche, infeltrite e i basettoni, la questione si è fatta decisamente più trendy ad opera dei giovanissimi avventori del lunedì. Il Wish ha portato una ventata d’aria cool nel locale prima, e nel resto dell’area urbana poi, divenuta, grazie al moltiplicarsi di shorts e calze velate in pieno giorno, area urban.

Non voglio esimermi dal sottolineare l’importante indotto culturale apportato alla città dalle moltissime produzioni indipendenti messe in scena in quelle mura rosse, ma elencare tutti i live ed i djset a cui negli anni ho partecipato (o ai quali sono arrivata in ritardo) per una che a stento ricorda come tornava a casa dopo, è impensabile. Posso solo asserire con una certa autorità, conferitami da anni di onorata carriera nel night-clubbing, che in quella bizzarra catacomba scorreva sempre una certa adrenalina. Adrenalina e passione. Quella di chi stava sopra e dietro il palco e quella di chi sotto quel palco vi andava in cerca di qualcosa, di un amico o di se stesso.

Il B-Side non è mai stato un posto esclusivo, per fortuna. È sempre stato un luogo inclusivo.

Era bello sentirsi parte di “quella Cosenza”, del lato b della città. Lato b che con i culi messi in mostra in altri luoghi della notte per sopperire alla mancanza di altro non c’entra proprio nulla. Qui il culo si è usato al massimo per twerkare con un presilano col giubbino sempre indosso quando suonava la musica in levare di Mujina. (Mosse dalla convinzione che le colonne non potessero parlare, ed invece parlavamo – eccome – pure quelle. Wtf!). La musica nera è stata altra importante protagonista di questi 13 anni di giostra impazzita scandita dalle urla di Mr Vinz e i vinili di Kerò. E poi Be-Alternative, Cristian, Fabrizio, Vladimir… se dovessi dilungarmi in citazioni e special thanks ci vorrebbero i titoli di coda, per cui non me ne vogliano gli altri.

Ci tengo a precisare che quella che ho raccontando non è la storia del B-Side ma è la mia storia nel B-Side, un asylum d’anime in pena, come me, unite dalla musica, dall’insonnia e dall’inquietudine. Chiunque abbia disceso quella rampa di scale, di storia ha la propria: quella con un pezzo mandato in loop, quella con un giro di basso, un bottellon nascosto all’ingresso. O quella con un buttafuori.

Sarà strano, dopo sabato – data dell’ultimissimo ballo – non svegliarsi più con un classico delle notifiche di fb: “Eri tu ieri sera al B-Side?”.

Sarà strano non svegliarsi mai più con la stanza che odora di B-Side.

E più che strano sarà assurdo – anche per chi per motivi anagrafici non timbrava più il cartellino ogni settimana – non avere più quell’opzione: quando la coscienza suggerisce di tornare di corsa a casa, di sterzare verso Commenda e praticare accanimento terapeutico alla notte. Regalandole l’ultima chance, giammai di un lieto fine ma di un finale alla B-Side: un tuffo negli abissi in mezzo ai nostri scheletri evasi come noi dagli armadi in cerca di un rimedio al tedio. O di qualcuno, mosso da pietas, che ci abbatta.

Carla Monteforte

Thank you and goodbye, Milos Forman

 

 

Dio solo sa quanto Milos Forman sia stato importante nella vita mia e delle mie sorelle. Perché ci sono artisti che non segnano semplicemente la tua esistenza ma hanno proprio un posto alla tua tavola e fanno colazione con te.

Da bambine mentre i nostri coetanei buttavano un occhio sui cartoni preparando la cartella prima di andare in classe noi infilavamo ogni mattina la stessa cassetta nel videoregistratore sistema Beta per guardare uno spezzone qualsiasi di Amadeus, assieme a papà, che assieme a tutto il resto ci stava iniziando ad essere delle “cultrici”. Delle compulsive (e delle specie di stalker di lusso pure).

Una forma di ossessione monomaniacale, quella nei riguardi del film sulla rivalità tra Mozart e Salieri (il talento sregolato che si misura contro la mediocrità imperante), paragonabile solo a quella per i capelli, croce e delizia di tutta la mia vita. Un tormento che mi avrebbe accompagnato dalle scuole elementari – quando la maestra preoccupata dovette chiamare mamma a rapporto perché ogni testo libero che mi assegnava puntualmente veniva dedicato alle mie chiome – fino ad adesso che, quarantenne, ancora mi flagello per ogni cm reciso. E qui la chiudo perché potrei diventare davvero pesante, e non è il caso.

Ma del resto che ci posso fare se da ragazzina mentre gli altri cantavano Creamy, noi ci sgolavamo urlando “HAIR! Flow it, show it, long as God can grow it, my hair!” sognando di scuotere ciocche chilometriche in sella a un cavallo bianco a Central Park per poi finire a ballare su una tavola perfettamente imbandita indossando pantaloni a zampa innanzi ad un pubblico di snob scandalizzati?

E questa malattia chiamata Forman – e chiamata forse anche mancanza di senso del pudore – non guarì certo in adolescenza quando al concerto della scuola Maura ed io, che più che popolari eravamo delle freak, incuranti del bullismo e degli snob scandalizzati di cui sopra, ci presentammo sul palco dell’Auditorium del liceo classico “Bernardino Telesio”, cantando “Aquarius” e “Let the sunshine in”. Che ci fregava a noi di sembrare strane? Lo eravamo! E ci sentivamo pure giuste – innanzi allo sguardo allucinato dei più – ma così giuste che forse proprio allora, per il mondo, diventammo “le sorelle Monteforte”.

Noi che sognavamo l’America e che l’America la mettevamo in scena in casa tutto il giorno, tutti i giorni. Grazie a papà che invece di farci sognare un marito e un impiego in banca ci immaginava a dare i numeri alla scuola d’arte di New York. Per lui non eravamo delle figlie, eravamo delle superstar. Sempre in bilico tra genio e sregolatezza che questo divenne il tema della mia tesi di laurea. Ovviamente su Forman! “Da Caslav ad Hollywood”.

L’esule più famoso dell’industria cinematografica americana che dopo aver combattuto il regime del suo paese attraverso la Nova Vlna –  la primavera del cinema cecoslovacco – lasciò l’Europa per rifugiarsi all’ombra della Statua della Libertà.

Uno come lui – che aveva mosso i primi passi in un contesto in cui il cinema era la più importante forma di propaganda – in America era proprio il cuculo che depone le uova nel nido di altri uccelli. Un infiltrato. Non a caso “One flew over the cuckoo’s nest” – che appunto di un infiltrato raccontava (in un’ospedale psichiatrico) – fu la pellicola che lo consacrò al grande pubblico. E che consacrò noi al borderline tanto che di lì a poi di pazzi criminali e di Jack Nicholson ne avremmo collezionati parecchi. Ma stendiamo un velo pietoso.

In fondo – come Forman e come R.P. McMurphy – nella cittadina in cui siamo nate e cresciute eravamo un po’ delle infiltrate pure noi, troppo piccola, a volte, per contenere tutte le nostre megalomanie. Troppo stretta per la nostra esuberanza e pure per le nostre stramberie.

Di scandali infatti ne abbiamo dati parecchi, per fortuna. Noi che in un luogo dove si entra solo in lista coppie incedevamo come Courtney Love che in “Larry Flynt – Oltre lo scandalo” è Althea, moglie dell’eccentrico fondatore di Hustler, una rivista per soli uomini che fece letteralmente saltare dalle sedie i puritani. Ancora una storia, questa raccontata da Forman, di eccessi, personaggi maledetti ma soprattutto di censura. Un film su un Paese che tuttora si proclama libero ma che è spaccato tra emancipazione e moralismo. Un film sulla libertà d’espressione che sarebbe dovuto essere un vero proprio reminder nei miei anni da giornalista in Calabria, in cui di puritani e censori ne ho incontrati e ce ne sono ancora troppi.

Oggi che non ci sei più, Milos Forman, mi piace immaginarti sulla luna. Vicino ad Andy Kaufman. Ovviamente a fare Karaoke assieme a noi che ci beviamo le lacrime singhiozzando “This friendly world”. Perché nonostante tutto “il mondo è un posto meraviglioso per vagarci dentro”.


Grazie di tutto.
Grazie per averci fatto vivere nella presunzione di essere dei geni anche quando probabilmente eravamo solo dei disadattati.

Thank you and goodbye.

Carla Monteforte

Revolving doors. Hotel Oblio

Avere 40 anni non è così schifoso.Ti imbatti in gente sempre più allucinante e tu sei la gente allucinante in cui si imbattono gli altri. Siamo la resistenza: scarti, ricicli, replicanti, ratti sbucati dai tombini che non si piegano agli ordini della natura, perché della natura noi siamo gli scherzi.

I love to be a freak, guys. I’m a fucking freak.

La gente sana non mi è mai interessata, la vedo dalle finestre mentre incede in macchine che non riconosco con cappotti marroni e segni di emozioni che non identifico. I mostri invece mi sono sempre piaciuti, sono un mostro anch’io.

Ne incontro sempre più spesso insieme ad una marea di figuranti che passano nella mia esistenza come dalla porta girevole di un hotel. Un transito continuo di passanti che si autodistruggono come le foto col timer di una chat di incontri per fedifraghi e depravati.

Quante facce ho dimenticato. Ma è colpa mia?

La gente che non dimentica mi spaventa. Io credo che l’oblio sia un dono divino, datoci da Allah per sopravvivere alle nostre nefandezze.

Negli ultimi tempi mi capita una cosa insolita, raccapricciante: sempre più spesso ho flash di accaduti che la mia mente aveva prontamente riconosciuto come spam e cestinato. Roba imbarazzante, indicibile, vergognosa. Rivedo frame della mia disdicevole condotta e me stessa dal di fuori tipo quelli in coma che riescono a guardare il proprio corpo dall’alto. È inquietante. Inquietante come risvegliarsi e non ricordare come sei tornata a casa.

Inquietante come ricordarsene.

Eppure mi piacerebbe sapere, tra le tonnellate di rifiuti tossici che la memoria ha incenerito, quanta roba buona c’è finita. La memoria è una madre che fa blitz di pulizie nella tua stanza: assieme ad abiti scandalosi, poster, trucchi rotti, monnezza, butta via pezzi di te.

Home sweet home

Ultimamente mi sento a casa. Non ricordavo questa sensazione. Eppure trascorro gran parte del mio tempo da sola, non ho certezze, un maschio col pedigree che badi a me. Il mio vicino ha 2 secoli e mezzo e una malattia neuro-degenerativa: è l’unico del condominio che sa che esisto. Nel mio palazzo non mi conosce nessuno. Sono trasparente. Invisibile. È bellissimo.

La mia casa adesso sono io.

È di nuovo notte mentre frugo tra i pensieri come fossero stracci posti alla rinfusa su un banco dell’usato.

E poi d’un tratto è giorno.

La gente s’affanna nelle proprie ruote. Qualcuno sembra felice. Non lo so, non lo capisco.

Decifrare la felicità è veramente faticoso. Meglio rimandare. Procrastinare gli interrogativi rischiosi assieme ai form da compilare, i documenti da riordinare e il resto delle seccature di vite progettate in caselle che più che esistenze sembrano credenze di Ikea. Fatte in serie e precarie che se ci butto la roba mia crolla tutto.

Ma crollare non è così male. Le rovine nascondono tesori preziosi come prendere coscienza che quella mensolina su cui t’eri accovacciata non sarà mai adatta alla tua stazza. Che la tua tracotanza a fianco alle bomboniere di ceramica proprio non ci sta.

Run baby run!

E allora corri, corri, non perder tempo a sguazzare tra le macerie ché se allunghi l’orecchio da lontano già soave rimbomba il boato dei tuoi futuri disastri.

Perché gli unici errori su cui vale la rimuginare sono i prossimi.

Carla Monteforte

 

(to be continued)

 

Turista per caso (pensieri a caso di una sconosciuta in casa propria)

È incredibile come qualcosa che hai avuto di fronte milioni di volte durante tua esistenza sgangherata possa metterti così tanta ansia. Come questo foglio bianco. Io che ne ho visti, graffiati, posseduti, cavalcati a tonnellate, ora che mi fissa ne ho paura quasi fosse un professore che avanza pretese di interrogarti alla prima ora d’un grigio lunedì mattina di gennaio. (Come se tu, di lunedì mattina, a gennaio, magari entrassi pure in classe…)

Eppure nella testa le idee, i pensieri, gli accaduti, i disastri si accumulano assieme alle piccole grandi vibrazioni di quando muori e poi rinasci. Forse resuscitare è questo: reincarnarti in una te stessa nuova di zecca di cui sai poco o niente. E per questo narrarne le vicissitudini diventa così complicato.

Sono una turista nella mia stessa vita. La coinquilina di me stessa. Un’estranea con cui convivo da poco e di cui imparo a tollerare manie, ansie, insicurezze, lavatrici compulsive e altre ipocondrie, resistendo alla tentazione di sbatterla fuori di casa. Perché la più grande prova di sopportazione è quella verso se stessi.

Hanno aperto le gabbie e sono uscita.

Mi piacerebbe raccontare cosa si prova quando sei una bestia rinchiusa in una gabbia e senza preavviso le sbarre sui cui sbavavi da secoli si aprono e ti ritrovi nel mondo. A piede libero. Senza guinzaglio, catene, manette, cappi o qualsiasi altra briglia che la vita e tu stessa t’eri ficcata in bocca. Una donna delle caverne allo sbaraglio, una fiera abbrutita e affamata senza più segni di civiltà che si ritrova a vagare in mezzo agli umani di cui non si sentiva più nemmeno un esemplare.

Mi piacerebbe raccontare di libertà.

È così assurdo realizzare quanto le scelte più rassicuranti si rivelino sempre errori assurdi.

Bisogna essere sfrontati con la vita, trattarla come fosse un barman appena maggiorenne a cui sbattere le tette in faccia per farti rinforzare il cocktail. Perché a noi le cose annacquate non ci sono mai piaciute: come la felicità, i barman brutti, vecchi o, peggio ancora, femmine.

I bar sono ancora i luoghi in cui continuo ad imparare tutto. Non mi abituerò mai al giorno, inutile. Mi piace la notte, il buio, il degrado, lo schifo. Ci sguazzo con godimento e destrezza e riesco ancora a compiere miracoli: come quello di svegliarmi viva. E struccata, finanche.

Dovrei trasferirmi in uno di quei paesi del nord in cui la notte non finisce mai, lì sì che sarei una vincente. Avrei il mondo ai miei piedi. Trascinerei i tacchi nel buio fino allo sfinimento per mesi mesi e mesi. Perché lo sfinimento è l’unica sensazione appagante delle mine vaganti, come me.

Avrei dietro una miriade di followers, non finti ma di quelli veri in carne ed ossa. Di quelli che ti fissano negli autobus e poi ti inseguono fino al portone di casa e tu sollevi il telefono minacciando di chiamare la polizia. Ogni stagione i maniaci al mio seguito si moltiplicherebbero come pesci di un’interminabile pesca a strascico. Un grande esodo di gentaglia di cui io sarei l’indiscussa regina.

Amo la gentaglia. Cosa c’è che non va in me?

A volte osservo la persone nelle loro vite in ordine e mi domando se è proprio vero che facciamo parte della stessa specie. Se proveniamo davvero da una stessa genesi io e la signora con i pantaloni palazzo che accompagna i figli a scuola col Suv, io e la stambecca taglia 38 che vanno a prendere sotto il portone col macchinone per la decima cena a scrocco, io e la giornalista in giacca bianca di Sky che, non ci si può credere, in tema di ordine, è iscritta allo stesso mio.

Il mondo è pieno di cose inspiegabili. Come la milf con le tette rifatte e il culo di marmo che dopo l’ottava ora di step esce dalla palestra con la piega intatta.

Ci vorrebbe una guida, un angelo custode che viene a prendere anche noi col macchinone impregnato di dopobarba e ci spiega dove stiamo andando. E perché, soprattutto. Ma la solitudine tra tutti i beni preziosi è quello da custodire con più cura. Perché quando la baratti cedendo alla tentazione di sentirti meno perso, allora sì che sei perso davvero.

Mi allontano dal foglio senza risposte. Ma la notte bussa insistentemente alla mia porta ed io resisto a tutto tranne che a uno stalker.

(to be continued)

 

Carla Monteforte