Le fiere degli altri (da il Garantista 20 marzo 2015)

Somiglia all’estate la fiera, quella stagione sempre uguale a se stessa ma dalla quale ogni volta ci si aspetta un colpo di scena finale. Un affare, un amore, un tento omicidio. È il fiume di Eraclito dalle cui acque apparentemente identiche non esce mai fuori lo stesso bagnante, ma un uomo diverso dall’esaurito che vi si era tuffato in pausa pranzo: più povero e più compulsivo. La settimana dell’orgullo dei maniaci e degli accumulatori seriali ogni anno spacca il mondo a metà, dividendo il genere umano in due blocchi: quello dei fanatici e quello dei boicottatori. E negli ultimi tre giorni, al mercato, inutile dirlo, c’erano entrambi. Il talebano che “perché la fiera di San Giuseppe non si fa più a Lungocrati?”, il tormentato che non guarda tv e non frequenta bancarelle finitovi per colpa dell’eclissi, il discotecaro tutto Mdma e marshmallow fianco a fianco con la signora in Burberry, la signora in ciabatte, la signora in giallo e la signora appartatasi nella traversa col senegalese. Tutti riuniti sotto uno stesso cielo in questo Asylum all’aperto allestito in pieno centro città. Del resto, cosa c’è di meglio che mettere da parte le vecchie diffidenze e ritrovarsi tutti insieme appassionatamente in uno stesso luogo per far finta di non conoscersi? Il bello della fiera è proprio questo, buttarsi nella mischia ed uscirne ancora più asociali. Ogni 19 marzo si apre questo enorme buco nero che risputa fuori la qualunque: soggetti che credevi mummificati dopo il diploma che si manifestano da quello dei piatti facendoti scoprire, con sommo sgomento, che non erano deceduti, si erano semplicemente riprodotti; e poi gente che credevi esistesse solo online che si materializza in carne ed ossa, gente che credevi esistesse solo su Nat Geo che si materializza tra i vimini e gente che credevi esistesse solo in galera che si materializza a piede libero. Praticamente la lista “persone che potresti conoscere” di Facebook che equivale a persone che hai sempre evitato (sui social e su Corso Mazzini). Vale la pena investire gli ultimi spicci per godersi dal vivo questa passerella di fenomeni che manco Discovery. E lasciare che gli altri si godano noi. La fiera è democratica: ognuno, tra un tritaverdure e un profumo Camel, mette in gioco se stesso sacrificando un po’ della propria superbia, del proprio stipendio e del proprio decoro all’altrui autostima. Perché mentre noi siamo impegnati a ridacchiare dietro il risvoltino del paesanotto sceso dalle montagne per farsi il guardaroba nuovo, un paesanotto in risvoltino è impegnato a immortalare il nostro sederone per deriderlo nel suo gruppo Whatsapp. C’è chi la ama e chi la odia questa primavera araba come il kajal del marocchino che parla napoletano che non ci ha voluto togliere cinquanta centesimi sulla matita Dior tarocca ché quei centesimi gli servono per portare a giugno la moglie salernitana in un beauty center di Dubai, ma alla fine come sempre ci andiamo tutti. Per fare affari, per fare mano morte, per fare brutto, per dare sfogo a ogni sorta di disturbo alimentare e del comportamento in genere. La verità, però, è che ci andiamo tutti per sentirci migliori. Ecco perché nonostante gli olezzi, gli accoltellamenti, Ron, Fausto Leali, la merce cinese, gli stalker, gli zingari, i negri, il traffico, la culona col leggings bianco e il perizoma nero tra un anno esatto ci ritroveremo – la sciura della Cosenza bene, il fashion victim con dipendenza da anfetamine, la cougar con dipendenze da manzi subsahariani, ed il tormentato che odia Sanremo i mercatini e noi tutti – a fare abluzioni in questo stesso Gange che di portentoso, oltre alla pompa annaffiatrice che si allunga, ha solo di illuderci ogni volta di essere altro dagli altri.

Parigi, angeli e resistenza

Ritorno a casa: tempo di mettere ordine, tempo di conclusioni. Tra tutte le cose che mi hanno emozionato, colpito, messo ansia, entusiasmato, spaventato di Parigi, questo piccolo disegnino è la cosa che più mi ha aiutato a capire come tante contraddizioni possano convivere e sublimarsi in una rara armonia in questa città sbattuta dalle onde ma che non affonda.
Ovunque andrai per la capitale di Francia sentirai stranieri sentenziare su quanto i parigini siano arroganti, ed è vero. Però proprio questa loro tracotanza, secondo me, è ciò che ha gettato le basi alla resistenza che poi è il sentimento che più si avverte trascinandosi come formiche senza pace da un arrondissement ad un altro.
Ho visto gente vestita a festa tracannare cocktail e fumare sull’uscio del Bataclan mentre a me solo l’insegna metteva la pelle d’oca. Ma la prepotente bellezza di questo luogo che ha braccia grandi da ospitare tanta incoerenza ha messo a tacere gli spari che rimbombavano nella mia testa e sussurrava “Fluctuat nec mergitur”.
(Questo angioletto è comparso su tanti muri di Parigi dopo gli attentati ed è opera di un artista che ha deciso di sporcare la sua città di pace)

2016, tocca pedalare

Primo gennaio, tempo di bilanci e buoni propositi. Dell’anno appena andato in fumo posso dire senza esitare che è stato uno schifo. Il primo senza mio padre, incastrata in quello che più che un lavoro è una pena da scontare, in un luogo in cui mi sento sempre più ai margini. Ho smesso pure di scrivere, cazzarola. Ed io senza scrittura sono niente. Non ho senso pratico, dimestichezza con la burocrazia, non so fare le torte. So solo tradurre le sensazioni in parole. E quando ti mancano pure quelle – sensazioni e parole – significa che non sei più tu. A volte infatti me lo domando se sotto questo strato di cerone c’è ancora la ragazzaccia di prima. Quella che camminava sola di notte sicura di spaventare lei i malintenzionati.
Di buono c’è che, negli ultimi dodici mesi, oltre ad una certa dose di cinismo, ho accumulato pure una certa dose di cosmetici e ciò mi rende vagamente soddisfatta. E anche vagamente carina. Per il resto, per fortuna, ho le persone che amo (sempre le stesse),il gatto e la bicicletta (new entry). Quando pedalo fino ad alienarmi dalla realtà intravedo la sfocata illusione di poter iniziare ancora una volta da zero. Se ho un talento è proprio quello: pedalare e inventarmi da capo. Che poi è anche il mio buon proposito del 2016. Mi piacerebbe ritrovare la mia tracotanza senza lasciarmi persuadere che quelli di tutti siano i desideri miei. Mettere una barriera di sicurezza ai sogni dovrebbe essere la nostra unica missione. Se ci levano pure quelli siamo proprio niente. Come me ora. Io che a conti fatti, in 38 anni, non ho combinato nulla di buono eccetto – e questo è il motivo per cui in extremis salvo il 2015 – riuscire a non essere invitata a nessuna tombolata

Limonate e vuoto cosmico

  • imageVorrei tanto concentrarmi sulla ricerca di un nuovo e vero lavoro, sul futuro, su un altrove in cui traslocare la mia esistenza, sull’orologio biologico che non ne vuole sapere di battere. Superare il blocco dello scrittore. Avere già una nuova serie da guardare. Trovare motivazione in questa campagna elettorale che attraversa Cosenza e Roma, le mie città, e appassionarmi per qualcuno o qualcosa. Analizzare le ragioni del Pd, dire la mia su delfini e cinghiali, partorire qualcosa di arguto sull’eredità di Casaleggio. Avvertire ansia per clientelismi, voti di scambio e infiltrazioni mafiose. Per il clima, le trivelle, le carni rosse e le schede bianche. Vorrei aver voglia di ribellione, scoop, scandali, inciuci, curcuma, noodles di zucchine, buchi, trasversalismi e aperitivi a scrocco. Di far sentire la mia voce, esporre un’opinione, prendere posizione. Avere un parere sulla giuria di Cannes senza dimenticare una brillante digressione sulle primarie dem americane. Vorrei aver già scelto tra Hillary e Sanders. Aver deciso se andare a Milano o a Roma. Se uscire in bici o prendere la macchina. Se andare a votare o meno. Avvertire una qualsiasi sensazione, preoccupazione, interesse, stimolo che frantumi questo vuoto emotivo e che non riguardi Beyoncé che finalmente ha sputtanato le corna di quella merda di Jay Z

Make up, accidia ed autolesionismo

Il trucco per me non è una passione, è un disturbo compulsivo. Ed è proprio la compulsione che ogni giorno mi spinge ad aggiungere su Instagram nuovi account appartenenti a guru (o perfette sconosciute) del make up provenienti da ogni angolo del pianeta con particolare predilezione a quelle Made in Medio Oriente. Perché è lì che risiede la Mecca del beauty che ha il volto paralizzato di esemplari di femmine ricche, dai capelli d’ebano, pelle olivastra, senza imperfezione alcuna come le loro makeup station. Instagram è per me diventata una scatola cinese in cui non v’è traccia delle portinerie di Facebook (di cui invece guru sono io) ma in cui ogni giorno scopro tesori e illuminanti infiniti, costosi e che non posso permettermi soprattutto perché introvabili in questo angolo di mondo in cui invece sono confinata io. C’è da dire però che in fondo a quella scatola il tesoro più prezioso che ogni giorno scopro non è il nuovo Glow kit di Anastasia ma il coraggio. Il mio a presentarmi ancora in pubblico dopo essermi torturata per ore con queste fregne assurde – quanto i loro beauty – che mi ricordano quanto sono miseraimage image image image image image image image (altro…)

Piazza Kennedy, vent’anni dopo. Ed il cuore batte ancora

Quant’è ingiusta la vita, prima ti fa provare il liceo e poi ti schiaffa in un mondo di vecchi, brutti, pieni di tasse da pagare e figli da prendere a scuola. Che schifo. L’esistenza dovrebbe andare alla rovescia: così invece di perderci potremmo ritrovarci. Belli, senza rughe, col cuore in gola ed un mondo nel diario. Come quando facevamo la miscela al Sì per fare le ronde a piazza Kennedy ed i nostri genitori, giovani pure loro, le facevano intorno a noi.

 

Della mia piazza Kennedy è questo che mi manca: il vagare senza meta. Ma come se fosse una missione. Il non avere bisogno di nulla, perché ci bastavamo.

Chi l’avrebbe mai detto che la giovinezza sarebbe diventata un nodo in gola? Come quello provato ieri mentre dopo 20 anni lasciavamo di nuovo quel metro quadro in cui i nostri cuori avevano battuto all’impazzata pedinando bulletti di quartiere da cui puntualmente venivamo respinte. Ignorate, per l’esattezza. E per fortuna.

Essere ignorate era bellissimo. Essere delle ultime era stupendo.

 

Io e le mie amiche eravamo il gradino più basso della scale sociale di un luogo grande pochi passi e che ci sembrava l’universo. Sotto di noi solo i freaks. Eravamo strane e male assortite. Ma la mano non ce la lasciavamo mai. Di tutti quelli che abbiamo inseguito senza pudore (e senza parlare) dalla Concessionaria al Mazzini, dal Bar Carbone a Marcello, all’appuntamento di ieri, come da pronostici, non si è presentato nessuno. Del resto ce lo aspettavamo, nessuno di questi si è mai nemmeno iscritto su Facebook per paura di essere nuovamente rintracciato. Forse finire gli orali degli esami di Stato, voltarsi per cercare lo sguardo degli amici e ritrovarsi noi (perfette estranee) in aula non è stata proprio la bella esperienza che avevamo ipotizzato quando ci siano presentate allo Scorza a regalare l’ultimo trauma al più bello e dannato degli anni Novanta, Pietro. Piaceva a me e all’amica mia – cosa inconcepibile adesso – ma allora si poteva fare. La parola stalking non era stata ancora inventata, e noi già lo praticavamo di gruppo.

 

Quanta gente inutile abbiamo tallonato. Non so nemmeno perché li inseguivamo. Non volevamo nulla: non cercavamo attenzioni, affetto. Di certo non cercavamo sesso. Fondamentalmente ci piaceva solo inseguire. Appostarci dietro ad uno e rincorrerlo starnazzando mentre dall’altro una più lucida (si fa per dire) ci ammoniva: «Adesso state per fare una di quelle figure che peggiori al mondo non se ne possono fare».

Ma che ce ne fregava?

 

La cosa più tremenda che la vita da adulte potesse propinarci è stato farci fare i conti con l’apatia , un’emozione prima sconosciuta che ti entra dentro e si nutre delle altre. Ti infetta, te le le risucchia. Quant’era bello invece soffrire. Struggersi d’amore ad una cabina telefonica per qualcuno di cui manco sapevi la voce se non per il «Pronto». Quant’era stupendo raccattare gettoni, trovare numeri di rete fissa sull’elenco di un bar, chiamare a raffica e poi riattaccare.

La cosa più brutta che l’epoca contemporanea potesse fare è stato rendere obsolete le telefonate anonime.

 

Poco prima che scattasse l’ora legale, ieri, ci siamo regalate un sogno: le lancette le abbiamo messe indietro di più di due decenni, noi. Non c’erano figli, mariti, compagni, colleghi, piattole, piaghe, ragadi e tutti i prodotti con data di scadenza oltre il 1995.

A piazza Kennedy siamo arrivate in pieno stile piazza Kennedy: appuntamento a piazza Fera, puntatina da Pranno e poi vasca.

Mentre a casa mi preparavo, e durante tutto il tragitto che dalla farmacia Serra porta al Cinese di via Alimena, sentivo l’elettricità sotto pelle. Quell’aspettativa, quella frenesia ingiustificata e perduta che mi mancava da troppo. Almeno quanto mi mancavano le aquile, le vere (uniche) grandi assenti. Perché per il resto, ieri come allora, non mi mancava proprio nulla.

In fondo chi dopo 20 anni è tornato in quel luogo non cercava qualcosa o qualcuno. Se non se stesso.

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La caduta di O.J. Simpson e la nascita di Kim Kardashian


Racconta la genesi delle Kardashian, in sintesi, The People v. OJ Simpson, regine dei social che probabilmente oggi sarebbero delle perfette sconosciute senza quel seguitissimo reality, datato 1994, che fu l’omicidio di Nicole Brown e Ronald Goldman da parte del campione di football afroamericano, di lei marito, protagonista di “The Bronco Chase” (la tentata fuga in autostrada con tanto di inseguimento dell’intero corpo di polizia di Los Angeles e dei maggiori network degli States che lo trasmessero in diretta TV h24 con un seguito di 100 milioni di telespettatori), e che prima di finire dietro le sbarre, circondato da celebrieties e vicini Wasp, nero non si era sentito mai.

 
La prima stagione di American Crime Story, costola di American Horror Story (stessa matrice, stesso autore), si concentra sulla vicenda mediatica, prima che giudiziaria, di The Juice ma soprattutto del suo “dream team”, un pool di avvocati di lusso, tra i quali si fa strada l’amico di sempre del running back ed allora sconosciuto ex marito di Kris Jenner, Robert Kardashian.

 
La serie, di cui finora sono state trasmesse quattro puntate, narra l’odio razziale della Los Angeles degli anni ’90 (su cui si fonda tutta la difesa), la nascita dei processi mediatici in cui innocenza e colpevolezza si designano in conferenza stampa, avvocati e pubblici ministeri superstar e vittime relegate a ruoli marginali della loro stessa morte.
Ma soprattutto racconta la caduta di un mito, O.J., e la nascita di un altro, Kim. Perché senza quel sacrificio a Brentwood, oggi, non esisterebbe nemmeno il contouring.

 

P.S.
Da vedere assolutamente in lingua originale per i seguenti motivi:
1) per godere dell’interpretazione a denti stretti di un sublime John Travolta (nei panni dell’avvocato Bob Shapiro)
2) per non perdersi la voce roca e la metrica di Cuba Goodinf Jr (O.J. Simpson)
3) per desiderare un’ultima sigaretta prima della sedia elettrica assieme alla procuratrice Marcia Clark (Sarah Paulson)

Sanremo. Incontri ravvicinati con uno Zero

di Carla Monteforte

La cosa più bella di questo Sanremo è che finalmente è finito e possiamo tornare a piede libero.

Dopo cinque giorni di domiciliari arriva la conferma che, con la riforma elettorale del Governo Conti, pronostici sui vincitori non se ne possono fare e che se fino ad un paio d’anni fa c’era rimasta qualche certezza adesso siamo precari pure all’Ariston.

Nonostante le Cassandre lo avessero annunciato, infatti, chi aveva mai creduto alla possibilità che una a cui pure lo stilista ha ritirato gli abiti poteva conquistare il podio? (Preceduta da una reduce del precetto pasquale) Assurdo.

Assurdo almeno quanto i tre quarti d’ora di monologo di Renato Zero che, dopo aver cavalcato l’Onda gay tra i ’70 e gli ’80 (con non pochi profitti), nel festival Arcobaleno si presenta vestito a lutto per celebrare la morte di se stesso. Silenzio sulle unioni civili, non una parola sulla stepchild adoption (nonostante un’adozione da single datata 2003), se non uno strambo riferimento a taluni “alieni”, forse metafora democristiana di “omosessuali”. Fa bene la Bertè a non parlargli più.

Il videomessaggio di Loredana che saluta Patty da Niagara Falls (la quale, grazie all’auspicio, incassa il premio “Mia Martini”), è stato il momento cult dell’ultima puntata e dell’intero Festival. Anche perché altri non ce ne sono stati.

Superospiti della porta accanto, giullari di corte, abiti da grandi magazzini. L’alta moda è stata la grande assente di questa edizione in cui forte si è sentita la mancanza delle dive sanremesi che di grazia felina illuminavano la scalinata, in Versace fasciate.

Una carrellata di femmine goffe e dai capelli unti si sono alternate facendo sospirare la frangetta bombata di Fiordaliso, il riccio jungle di Marcella Bella e persino il rosso Flavia Fortunato. Perché Sanremo si nutre di orrido, ma di orrido che muta in poesia.

Per il resto, compresa la vincitrice (degli Stadio), gran parte delle canzoni sono già belle e dimenticate. A parte quella di Rocco Hunt che troverà riscatto in feste patronali e auto smarmittate a Scampia; quella di Arisa (identica alle precedenti). E quella di Bernabei con la quale, se saremo così sfortunate da sopravvivere, assisteremo all’esaltazione in pista dei più squallidi esemplari femminili, ogni qual volta un dj della costa, trasmettendola, deciderà di rimarcare quanto fa schifo il posto in cui suona e il mondo dove vive.

Un mondo in cui Cristina d’Avena è acclamata special guest a furor di web; in cui a decretare il vincitore del festival non è più il televoto (ma un Parlamento di nominati); in cui uno che ha scritto una canzone che si chiama “L’altra sponda” si converte alla parrocchia. Un mondo in cui per festeggiare un altro Sanremo tocca aspettare il 2017.

Dolcenera, Annalisa, Belen. È il festival delle schiaffo

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La quarta puntata di Sanremo è stata figa come una festa in cui tutti sono ubriachi mentre tu non puoi farti manco uno shottino perché hai iniziato la dieta. Resti perché è un impegno preso ma nel mentre sogni di fare un bagno in una vasca di Campari, come Morgan. O come Belen che, dopo l’apparizione di Virginia Raffaele (e del suo stacco di coscia) ha provato ad affogare la bile nella schiuma. E, fallito il tentativo, ha optato per la superiorità postando un frame delle tube di falloppio della copia, con complimenti annessi. Un grande schiaffo morale!

E non è stato l’unico, perché lo schiaffo è il vero trionfatore della 66esima edizione del festival. Un sempreverde dell’hairstyle sanremese, adottato di sera in sera da tutte le concorrenti: da Noemi ad Irene Fornaciari passando per Annalisa e Dolcenera che, per essere più extreme ’80, ha dormito pure con schiuma e inventaricci, facendosi svegliare un secondo prima di sedersi al piano, ancora in stato catatonico. Beata lei.

Non è successo proprio niente in questo venerdì rubato alla vita sociale ed investito in quella social. Non una gaffe, non un precario che tenta il suicidio, manco uno straccio di allarme-bomba. Niente di niente. Neppure un pederasta con utero in affitto imbarcatosi dalla moderna Bretagna per minacciare la famiglia tricolore. Tanto che ad un certo punto qualcuno degli autori, temendo il calo di ascolti, ha pensato di rivolgersi al pubblico di Buona Domenica annunciando come super ospiti i due Marò. O qualcosa del genere. Ma i due soldati hanno chiuso la busta perché di italiani fuori concorso ce n’erano già troppi.

Superstar della semifinale una padana: Elisa. E la notizia non è che dal suo ultimo shampoo saranno passati non più di quattro giorni ma che, se a finire nel ruolo che fu di Madonna, Bowie e Simon Le Bon, ce l’ha fatta una senza smalto allora ce la possiamo fare tutte. Anche Debora Iurato in H&M. Sebbene tutto questo orgoglio patriottico sia contro tutte le regole del festival della canzone italiana, caro Conti.

Nato negli anni Cinquanta, quando gli italiani, usciti da due guerre, sognavano l’America di cui Elvis divenne incarnazione e dalle cui costole nacquero Bobby Solo e Little Tony, Sanremo l’esterofilia ce l’ha proprio nel dna. Come noi. Per cui, signor direttore artistico, l’anno prossimo si ricordi di investire due spicci in una bella boyband da crisi isterica. Perché senza, non possiamo sognare una terra promessa e nemmeno un mondo diverso.